C’è qualcosa di profondamente contemporaneo nel riportare in scena un processo del XV secolo. Non tanto per il fascino storico della figura di Giovanna D’Arco, quanto per la possibilità – che Liv Ferracchiati coglie – di trasformare quel giudizio in una lente sul presente: identità, potere, costruzione della verità.
La storia è questa, il processo a Giovanna D’Arco si muove infatti su un doppio binario: da un lato la ricostruzione del procedimento inquisitorio, dall’altro la sua continua messa in crisi. L’attenzione è sul linguaggio, sulle parole che diventano arma, trappola, strumento di definizione tortura e, infine, condanna. La figura di Giovanna D’Arco è un corpo politico prima ancora che religioso, soggetto che sfugge alle categorie e proprio per questo viene perseguito. Il processo diventa così il luogo in cui il potere cerca disperatamente di nominare, classificare, normalizzare ciò che non riesce e non vuole comprendere.
Il processo e la spasmodica ricerca della verità diventa quindi il fulcro sul quale lo spettatore è chiamato a riflettere; le dinamiche in fondo non sono cambiate, la costruzione di realtà comode è il primo passo per condannare tutto ciò che riteniamo diverso e non sappiamo riconoscere nell’altro e, forse, anche in noi stessi.
Geschrieben von Andrea Di Corrado