Da quando esistono i media e le arti, i vampiri tornano sempre a far capolino nelle grandi storie collettive, godendo di alterne fortune e rappresentazioni: ora dipinti come creature demoniche, deformi e assassine, ora come figure nobili e gentili, damerini che si aggirano in abiti contemporanei (a seconda delle epoche) tormentati sì dal sangue ma anche, romanticamente, dalla ricerca del vero amore (eterno). D’altra parte si tratta di figure narrativamente perfette, che incarnano temi immarcescibili verso i quali ogni pubblico è ampiamente sensibile: vita e morte, passato e presente, odio e amore, spirito e carne, fragilità e immortalità.
Dorota Gawęda e Eglė Kulbokaitė, per la loro prima personale a Roma, ritornano su questo archetipo (letteralmente) senza tempo, andando a recuperare la mitologia ancestrale legata alle proprie origini baltiche e slave che si è sviluppata attorno alla figura dell‘upiór, progenitore, anche lessicale, del vampiro contemporaneo.
Ecco allora il Basement trasformarsi in uno spazio liminale, dove le identità si sdoppiano e, contemporaneamente, si dissolvono, il mostruoso coabita con il canone ordinario, la nebbia con la luce, il sangue e la carne con la matematica degli schermi e degli algoritmi, „l’orrore con la poesia“. Una tappa di un lungo percorso di ricerca artistica sulle intersezioni e interazioni liquide tra corpo, tecnologia e ambiente, che determinano sé e non-sé, e che qui raccontano dei marginalizzati, dei senza nome e di tutte le entità portatrici di identità fluide.
Geschrieben von Nicola Gerundino