Una sedia su una spiaggia. Un orsacchiotto. Un bar e i suoi avventori. Pochissimi oggetti, apparentemente innocui, dietro ai quali possono però nascondersi intere vite. Lucio Patanè torna in scena con „Un’altra parte“, monologo da lui scritto, interpretato e musicato, con la regia di Mario Pizzuti. Al centro c’è un uomo senza nome, vittima di una guerra senza nome, che prova a ricomporre ciò che rimane della propria esistenza attraversando continuamente il confine tra presente e passato. Ed è proprio l’assenza di coordinate geografiche e temporali a rendere il racconto dolorosamente vicino. Quella guerra potrebbe essere accaduta ottant’anni fa oppure potrebbe consumarsi mentre siamo seduti in platea. Potrebbe essere lontanissima o trovarsi appena oltre il nostro orizzonte. Cambiano i nomi delle città, le uniformi, le frontiere. Rimane sorprendentemente simile ciò che accade alle persone.
Patanè costruisce il testo partendo anche dai racconti dei propri nonni, che la guerra l’hanno vissuta, mescolandoli ad altre storie e immagini raccolte nel corso degli anni. Ne nasce quello che l’autore stesso descrive come una sorta di puzzle narrativo: frammenti che lentamente si avvicinano fino a comporre la figura di un uomo sopravvissuto agli eventi ma incapace, forse, di lasciarli definitivamente alle proprie spalle.
Perché le guerre finiscono sui calendari molto prima di quanto finiscano nelle persone. Il protagonista di „Un’altra parte“ continua a guardare il mondo con qualcosa dello stupore di un bambino. Non è semplicemente nostalgia. È forse un rifugio: il tentativo di raggiungere quel punto remoto dell’esistenza in cui le cose possedevano ancora una forma riconoscibile, prima che la violenza spezzasse la continuità tra ciò che eravamo e ciò che siamo diventati.
L’infanzia rubata, l’orsacchiotto, una spiaggia, gli incontri di un bar diventano allora piccole isole alle quali aggrapparsi mentre la memoria continuamente sposta il terreno sotto i piedi. Lo stesso titolo sembra contenere questa frattura. “Un’altra parte” è il luogo verso il quale è costretto chi fugge, lasciandosi dietro casa, persone, infanzia e abitudini. Ma è anche uno spazio interiore: quello abitato da chi fisicamente non è potuto scappare e ha visto comunque scomparire il proprio mondo. E allora quella sedia su una spiaggia smette di appartenere soltanto all’uomo che abbiamo davanti. Potrebbe essere la sedia di chiunque abbia dovuto ricominciare altrove. O di chi, pur non essendosi mai mosso, continua a cercare dentro di sé quella parte di mondo che la guerra gli ha portato via.
Geschrieben von Andrea Di Corrado