La vita prende e lascia, deposita doni negli incavi delle ferite. Scegliere di raccogliere quei doni e restituirli è un atto di coraggio che permette, forse, di esistere in un processo di guarigione dall’esito non scontato e non prevedibile. Su questo rifletto esplorando il lavoro di Reverie, ci conosciamo da anni ormai e il suo percorso da artista è denso, è una lotta, un fuoco di vita. Ogni lavoro è un simbolo che incarna una metamorfosi, una espulsione da dentro a fuori. Il suo vocabolario di forme e materia è organico e duro, graffia respinge racconta in modo preciso, senza filtri che possano edulcorare la sua esperienza e la sua visione del mondo. Quello che risiede nelle sue ferite e che lei scrosta e porta fuori a piene mani.
Questa mostra, Amare non mi sazia, per la prima volta non porta solo uno sguardo al passato ma si apre al presente e al futuro, la voce trova il suo posto ed è una voce che racconta storie, che si esprime e dice quello che pensa, in modo fluido, ossessivo, ma così è la vita quando viene vissuta. Drammaticamente buffa. E poi c’è uno scorcio dell’altro, uno strappo da una solitudine che si ripiega su se stessa e che lentamente, delicatamente, esce e incontra. Qui il dialogo si fa silenzioso, totalmente privato, però ci lascia guardare, ci apre una finestra su questo mondo, quello creato di Reverie, che diventa estruso.
E infine una mia ode personale va alla sua scrittura, al libro Poesia Malata che si rannicchia in un angolo della mostra e che ritma nero su bianco le visioni più delicate che la sfiorano, la radice di ogni cosa risiede nel suono della poesia.
Geschrieben von Annika Pettini