Il caffè lo beviamo appena svegli, prima di qualsiasi altra azione di vitale importanza. Non ci parlate per favore, se non prima di aver ingurgitato la pozione di colore nero. Lo prendiamo a metà giornata, per sfuggire alla noia del computer aziendale e un po’ per avere la scusa di fumarci una sigaretta dietro. Dopo pranzo è obbligatorio. Dopo cena irrinunciabile. Testimone di discussioni improbabili al bancone del bar, in cucina, ovunque, il caffè è simbolo culturale e nazionale. Ci avventuriamo in crociate campanilistiche e dai contorni patriottici per difendere il caffè italiano, giurando che come al bar sotto casa non si beve da nessuna parte.

Il caffè è tra le bevande più bevute al mondo ma, udite udite, non siamo noi sul podio dei maggiori fruitori: ci sono i paesi del nord Europa, mentre noi ci piazziamo solo al 13° posto, consumandolo quasi esclusivamente tra le mura domestiche con la moka, e al bar con il classico espresso.
„Non avrai altro Dio al di fuori della Bialetti“, tuonano vostro padre e vostra nonna, non sapendo che invece ci sono molte altre declinazioni. Complici le mode che arrivano da lontano, soprattutto da paesi come gli Stati Uniti, grandissimi consumatori, il caffè all’italiana non è più territorio inviolabile.

Insomma ’sto caffè come si beve? Iniziate con il filtrato, che sfrutta il principio dell’estrazione a caldo o a freddo mediante acqua sulla miscela. Il brewed coffee – non chiamatelo americano che è un’altra cosa – può essere realizzato in diversi modi: roba da alchimisti, da piccoli chimici, ampolle e stillicidi. V60, Chemex, Aeropress, Clever Dripper, Syphon, French Press: non sono pratiche sessuali bondage, ma strumenti con il quale si estrae il caffè. A Milano siamo andati in giro a provare i migliori. Caffè defecati, chicchi più grandi del mondo e svariate tazze per salutare la nostra tachicardia, le pupille in midriasi e le notti sveglie.

Contenuto pubblicato su ZeroMilano - 2019-11-06