Dentro Torre Velasca, uno dei simboli più discussi della città – brutalismo addomesticato, skyline anni ’60 che oggi sembra un set – arriva SUSHISAMBA. Non è un debutto gastronomico, è un trapianto. Giappone, Brasile, Perù: tre cucine che qui diventano un’unica lingua globale, già pronta per essere esportata ovunque.
Sushi, ceviche, robata, piatti Nikkei, cocktail tropicali e una regia sonora che sale di volume con il passare della serata. Si cena, poi si resta, poi si smette di capire se si è ancora in un ristorante.
Il menu è costruito come una playlist. Apertivi da condividere, crudo, griglia, riso. Edamame, gyoza di wagyu, tiraditos, black cod, costine, verdure carbonizzate quanto basta per sembrare “teatrali”. La cucina non racconta un territorio: lo attraversa. Più che fusione, è scorrimento continuo.
La cucina non racconta un territorio: lo attraversa. Più che fusione, è scorrimento continuo.

Il bar fa la stessa cosa ma con più glitter. Caipirinha che diventano “Fruteria do Brasil”, cocktail che citano Giappone e Perù come moodboard, non come geografia.
Poi c’è la parte che oggi conta di più: la trasformazione dello spazio nel tempo. DJ, percussioni, performance. La cena non finisce, semplicemente cambia frequenza. A un certo punto il tavolo diventa appoggio, poi ostacolo, poi ricordo.
Dentro Torre Velasca questa cosa acquista un peso particolare. Non è solo un edificio, è un pezzo di città che Milano ha sempre faticato a digerire e che ora viene riconvertito in scenografia. La rigenerazione firmata Hines non riguarda solo le facciate: riguarda il tipo di serate che ci si possono fare dentro.
Il risultato è coerente con il presente: un luogo che non chiede di essere ricordato per il cibo, ma per la durata dell’energia. Non il piatto, ma il ritmo. Non la cucina, ma la permanenza.
SUSHISAMBA a Milano è la versione della città in cui la cena è solo un pretesto per restare dentro la notte.
