A Giambellino c’è una scuola di cucina tenuta da migranti

Si chiama Laboratorio di Antropologia del cibo e parla di cultura attraverso il cibo

Geschrieben von Martina Di Iorio il 21 Juli 2021

Giulia mi parla di Giambellino come la sua casa, qui ci ha sempre vissuto, e ogni sua parola risuona dell’attaccamento a questo posto, alle sue storie e alle persone che ci vivono. Mi dice che questo progetto – folle nell’organizzazione e nell’ideazione e per questo bellissimo – nasce proprio con l’idea di far emergere le diverse connessioni che ha instaurato negli anni con la sua community di quartiere e non. Un insieme di persone, in primis, con il proprio bagaglio culturale, la propria storia – non sempre facile – che si fa conoscere attraverso questo osservatorio privilegiato su come la cucina diventa sapere e cultura. Non a caso questa nuova scuola di cucina si chiama Laboratorio di Antropologia del cibo perché per Giulia – giornalista gastronomica – il cibo è un elemento primario di cultura, punto di partenza per scoprire diverse identità.

Ognuno di loro ha un vissuto diverso e personale: home chef, cuochi professionisti, ma anche casalinghe, badanti, richiedenti asilo, rifugiati.

Eritrea, Vietnam, Cina, Messico, Marocco, Perù: sono solo alcuni dei 31 paesi da cui provengono i 40 chef docenti a cui vengono affidati i 36 corsi di cucina. Le storie di queste persone sono legate alla comune passione per la cucina nonostante ognuno di loro ha un vissuto diverso e personale: home chef, cuochi professionisti, ma anche casalinghe, badanti, richiedenti asilo, rifugiati, che portano al LAC la propria tradizione culinaria. Sono corsi studiati per avere un focus su un determinato piatto o insieme di ricette, non si parla genericamente di cucina del paese proveniente ma di specifiche e determinate aree geografiche. Come dice Giulia, al LAC, non si parla di cucina etnica o etnicizzata.

Così avremo il corso sullo yogurt dai Balcani, dhal puri dalle Mauritius, tacos e mezcal dal Messico, pasticceria marocchina, mo:mo dal Nepal: tutti i corsi terminano con un momento di degustazione collettiva in cui si mangerà insieme ciò che si è appena cucinato. Perché lo spazio in cui sorge LAC – in via Metauro, 4 – è uno spazio di condivisione e socialità, ricavato da un vecchio laboratorio che così viene rigenerato in un nuovo spazio interculturale. Un luogo ovviamente nato per la cucina, ma anche per incontri, eventi, serate di cinema, corsi di lingua, e per vivere in maniera diversa questo quartiere, poco conosciuto ma denso di fattore umano. Giulia mi spiega anche che questa scuola è ispirata ed è in contatto con Migrateful, scuola di cucina e integrazione a Londra fondata da Jessica Thomson: ma a differenza di questa realtà, in Giambellino l’aspetto sociale e di reintegrazone è meno forte e sviluppato si farà più attenzione al lato formativo e alla storia personale di ogni docente, che si manifesta anche attraverso il cibo.

La connessione con il quartiere c’è anche nella scelta dei prodotti che si utilizzano qui al LAC. Giulia sfrutta la rete di conoscenze che si è fatta grazie al suo lavoro come giornalista e come attenta antropologa del cibo. In cucina troverete una dispensa con prodotti locali, selezionati nei mercati comunali di zona e limitrofi (come Lorenteggio), oppure dai piccoli produttori a kmo 0 come Cascina Fraschina, ad Abbiategrasso. Discorso a parte per gli ingredienti dal mondo, per cui ogni docente sfrutta i propri canali di distribuzione. Tutto è acquistabile all’interno perché LAC è anche una piccola bottega che si vuole far conoscere a tutti. Ma, in primis, LAC è un incubatore di storie e persone, di culture e tradizioni, che emergono nel modo più bello possibile: cucinando insieme a una tavola.