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ALMARE racconta AMME: l’identità marocchina tra patrimonio culturale amazigh e musica elettronica

Tradizione e innovazione sonora, ecco la forma e la potenza della terza voce

Geschrieben von ALMARE (editato da Nicolò Porcelluzzi) il 22 Januar 2026

courtesy AMME

ALMARE ci porta a scoprire una nuova parte di mondo, dove suono e radici culturali si fondono creando nuovi modi di esprimersi e sentire. Le porte si spalancano sul Marocco e su AMME (Association Marocaine de Musique Electronique) – che saranno i protagonisti dell’appuntamento del 7 febbraio, organizzato proprio da ALMARE presso Magazzini sul Po. A loro la parola, a voi la storia, a tuttə la musica.

I fondatori di AMME (Association Marocaine de Musique Electronique) Mohamed Biyjeddiguene e Fayçal Lahrouchi, ci hanno raccontato come è nata Tekchbila e come questa residenza si sia trasformata in un disco, una mostra, un podcast e addirittura un film. Con un focus particolare sull’area meridionale del Sous-Massa, attraverso i suoi progetti artistici ed educativi, AMME agisce con un intento trasformativo, intervenendo all’interno di una storica questione aperta interna al Marocco: quella del rapporto tra la cultura “ufficiale” e quella delle minoranze amazigh.

I popoli amazigh, gruppo etnico transnazionale diffuso in tutto il Maghreb, hanno storicamente rappresentato una soggettività collettiva centrale nella costruzione dell’identità marocchina. Il termine “amazigh”, che significa “uomini liberi”, è preferito a “berberi”, parola derogatoria di origine coloniale. Tra alterità e integrazione, la produzione culturale amazigh si è sempre espressa attraverso un approccio resiliente e fortemente progressista, persino futuribile, alle proprie tradizioni.
Il progetto di residenza Tekchbila ⵜⵉⴽⵛⴱⵉⵍⴰ incarna la visione di AMME della musica come strumento capace di mettere in luce asimmetrie di potere e creare connessioni, concretizzandosi in una residenza che ha messo in dialogo musicistə elettronichə della diaspora marocchina e gruppi di musicistə amazigh, rappresentativi di diverse tradizioni musicali regionali.

La prima volta che abbiamo ascoltato Tekchbila Vol. 1 siamo rimastə folgoratə. Né pastiche global bass né documento etnografico, il rapporto innescato da Tekchbila tra il materiale tradizionale amazigh e lə artistə elettronicə della diaspora marocchina chiamatə a rielaborarlo, fa emergere la futuribilità connaturata a un’identità complessa, che ha fatto della sua capacità di rinnovarsi l’arma principale contro i tentativi (coloniali quanto interni) di ingabbiarla nelle trame dell’assimilazione o dell’alterità. Non è un caso, scopriamo partecipando alle celebrazioni dello yennayer [capodanno Berbero ndr], che gli amazigh vivano nel 2976…

Prima di entrare nel vivo, vorrei chiedervi di raccontarci la situazione attuale in Marocco. Riguardo alle rivolte dello scorso autunno, come si sta sviluppando la situazione dal vostro punto di vista?

Le persone sono stufe, specialmente i giovani che sono costretti ad accettare una realtà in cui non trovano lavoro, in cui studiano senza uno scopo in un sistema scolastico che non funziona, così come neppure il sistema sanitario funziona. Tutto questo è modellato da una strategia che arricchisce il settore privato, di proprietà delle stesse persone che governano. Un circolo vizioso di corruzione di cui la gente sta iniziando a prendere coscienza. La gente pensa che i giovani vivano solo su Internet o giochino alla Play e non siano affatto interessati alla politica, e invece… Noi non siamo affatto sorpresi, la pensiamo diversamente. La situazione intanto è rimasta instabile. La forza delle manifestazioni è diminuita, e se ne parla sempre meno: però almeno è stato aperto un dibattito, è stata creata una piattaforma per la libertà di parola.

Grazie. In effetti quello che dite rispetto alle possibilità e agli spazi di espressione è una buona premessa per passare a parlare di voi: in quale contesto e da quali desideri sono nati i vostri progetti? È nata prima AMME o Tekchbila?

Cosa è venuto prima, l’uovo o la gallina? [ridono]. Pensiamo sia stato l’uovo a venire prima, cioè Tekchbila. Da quell’idea è nata AMME, la cornice di cui il progetto aveva bisogno. L’idea di Tekchbila  risale a più o meno al 2017. Abbiamo avuto la possibilità di svilupparla durante un corso di formazione che ci è capitato a Casablanca, il che è stato fantastico, perché riguardava come far funzionare un progetto. Non avevamo alcuna esperienza nello sviluppo di progetti culturali, in quell’anno abbiamo potuto sviluppare l’idea e trasformarla in una realtà. Noi due [Bij e Fayçal] ci conoscevamo dalla nostra città natale, Agadir, una città nel sud del Marocco, sulla costa. Abbiamo studiato nella stessa scuola, ci conosciamo da quando eravamo molto giovani… All’epoca facevamo parecchia festa, andavamo spesso ai rave. C’erano un sacco di rave, feste illegali e gratuite, qua e là. Ed è stato così che ci siamo innamorati della musica elettronica, ci siamo innamorati della party scene e abbiamo anche capito quanto la musica potesse essere importante per riunire comunità diverse e con background diversi. L’abbiamo fatto per anni, quando eravamo giovani a metà anni 2000…

Quello che più di tutto volevamo fare era organizzare le nostre feste e i nostri eventi. Riunire delle comunità, avvicinare le persone.

E poi le feste avete iniziato a organizzarle voi.

Negli anni avevamo organizzato molte feste gratuite in cui, come dire… il mondo delle feste gratuite è un mondo bellissimo per molte ragioni, ma può essere anche molto violento. Nel contesto delle feste gratuite in Marocco sono soprattutto i bianchi che vengono a divertirsi sul suolo marocchino… ma questo è un altro discorso, andiamo avanti. Insomma, quello che più di tutto volevamo fare era organizzare le nostre feste e i nostri eventi. Riunire delle comunità, avvicinare le persone. Abbiamo iniziato a cercare un posto dove organizzare una festa, e ne abbiamo trovato uno bellissimo, nel deserto, vicino a una città chiamata Tourought. C’erano queste enormi pareti naturali di marmo, una cosa impressionante… abbiamo iniziato a immaginare video mapping e dj-set, luci e tutto il resto, ma poi abbiamo incontrato un piccolo villaggio amazigh ai piedi della montagna. Abbiamo iniziato a negoziare con gli abitanti del villaggio, dicendo loro che avremmo organizzato una festa con musica elettronica. A chi dovevamo rivolgerci per ottenere le autorizzazioni? Non avevamo davvero idea di come si dovesse fare. C’era sicuramente molta ingenuità e nonchalance. Sai, ci è venuta naturale l’idea di fare qualcosa con la gente del villaggio, proporgli di portare anche la loro musica, di fare qualcosa con una banda tradizionale, o qualcosa del genere. A essere onesti, all’epoca la nostra proposta era più una sorta di diplomazia morbida per garantirci di fare quello che volevamo. Siamo arrivati con una mentalità molto neocoloniale, che poi era il modo in cui allora funzionava la nostra testa. Avevamo 22 o 23 anni, non avevamo molta sensibilità politica in quel momento.

Partendo da queste premesse, com’è nata la possibilità di arrivare allo sviluppo di Techkbila?

Techkbila non sarebbe esistita senza l’aiuto e la mediazione di Ali, un artista amazigh che vive in un villaggio che si chiama Ait Milk. In pratica lui aveva questa casa tradizionale in terra cruda nel sud del Marocco, nella quale abbiamo accolto un gruppo di artisti provenienti sia dal mondo dell’elettronica sia da quello della musica tradizionale. All’epoca Ali era una sorta di mentore per noi, perché a dire il vero la nostra conoscenza del patrimonio amazigh era ancora molto scarsa. Ci eravamo fatti una cultura su YouTube, ma non conoscevamo i musicisti e non sapevamo molto della varietà e della ricchezza di questo patrimonio. Questa prima residenza è stata un’occasione importante per incontrare delle persone, creare relazioni, ma anche per imparare molto sulle specificità tecniche di ogni genere, ogni stile, ogni regione, ogni repertorio della musica amazigh. È stata un’esperienza fondamentale.

 

E come si è svolta la residenza? Come ha funzionato il processo, nel dettaglio?

Ali ci ha presentato le diverse troupe di musica tradizionale con cui avremmo lavorato durante la residenza. Poi si sono uniti quattro producer di elettronica e altri due artisti che si avvicinano più al lato contemporaneo della musica amazigh. Essendo ancora nel periodo del Covid, temevamo che le autorità potessero arrivare e chiudere tutto perché ci sono molte persone che suonano in quelle band tradizionali, anche una ventina. All’improvviso c’era un sacco di gente in casa… in realtà è andata benissimo, è stato fantastico. Abbiamo effettuato le registrazioni nel salotto di Ali, integrandole con sessioni in cortile. Abbiamo invitato alcuni ricercatori a parlarci delle specificità dei generi, e abbiamo anche chiesto a qualcun altro di comporre un testo man mano che si procedeva, una sorta di racconto di ciò che accadeva… Gli artisti che si occupavano di musica elettronica alla fine della giornata recuperavano le registrazioni e pensavano a cosa farne. Conclusa la residenza, abbiamo deciso di allestire una piccola mostra all’interno della casa di Ali, esponendo i testi che avevamo scritto insieme a delle installazioni audio.

La verità è che non sapevamo esattamente in che direzione andare, quindi abbiamo pensato: facciamo tutto contemporaneamente. Avevamo un sacco di microfoni e registravamo contemporaneamente, in multitraccia e in stereo. C’era anche una piccola attrezzatura da studio per comporre dei pacchetti di sample così, al volo. Da questo lavoro è nato il disco con cui ci avete conosciuti, Tekchbila Vol. 1. Però ecco, c’era ancora molto da fare rispetto al rapporto tra musicisti tradizionali e di elettronica. Per questo, dopo quella esperienza, circa due anni dopo, abbiamo organizzato un altro capitolo di Tekchbila, con l’obiettivo di riunire un duo di musica elettronica e una band tradizionale e farli lavorare insieme su un’unica performance per due settimane. Il nostro obiettivo era mettere in piedi un progetto più attento alle persone, alle relazioni tra musicisti, fedele all’idea di co-creazione, e pensiamo di esserci riusciti.

A colpirci del disco è stato l’approccio al patrimonio tradizionale, non considerato come un archivio immobile ma come intrinsecamente mutevole: un’evidente questione politica.

È vero, è qualcosa che abbiamo imparato lungo il percorso e che abbiamo iniziato a vedere. Crediamo che il patrimonio culturale sia in qualche modo bloccato in una categoria, nel folklore, o termini simili. Ma vorrei anche riprendere alcune parole che mi hanno davvero colpito durante la prima residenza: ricordiamo ancora oggi cosa ci raccontava Ali, avendo anche lui una grande esperienza in questo campo e avendo suonato musica fusion con star del blues, del reggae e via dicendo. «Questa musica» diceva «non è come un testo sacro che non si può alterare o riutilizzare». È qualcosa che deve evolversi, proprio come la musica contemporanea, anche se questa la chiamiamo tradizionale. Ecco, questa è la nostra visione delle cose. E mi piace anche un’altra definizione della musica che facciamo: è una terza voce, una via di mezzo. Questa musica non è patrimonio culturale, e non è musica elettronica. È entrambe le cose, è una terza voce.

Per quanto invece riguarda AMME, quali sono stati i primi passi?

L’associazione è stata ufficialmente creata nel 2018. Il primo progetto che abbiamo realizzato all’interno dell’associazione è stato questo progetto educativo chiamato ABTAL DIGITAL, che consisteva in workshop realizzati con gli studenti delle scuole superiori. L’abbiamo fatto in alcune città. E poi, già prima di lanciare la prima residenza, abbiamo gestito una sorta di radio online in cui abbiamo invitato un gruppo di nostri amici a curare alcuni programmi radiofonici per un paio d’anni. 

E cosa riserva il futuro per AMME?

Stiamo lavorando a un progetto di formazione per tecnici del suono tra Marocco e Senegal che partirà a Marzo. Si chiamerà TEKNICS. Poi lanceremo due nuovi album, tra cui il volume 2 di Tekchbila. Abbiamo in porto anche una residenza sui rituali Hmadcha [pratiche musicali e spirituali della tradizione sufi marocchina, ndR] e delle nuove partnership con altri progetti nel Sud Globale. Ah, stiamo anche aprendo un nuovo spazio a Casablanca che ospiterà un po’ della nostra programmazione. Insomma un sacco di roba!

La conversazione continuerà da Magazzino Sul Po (Torino) il 7 febbraio alle 19 insieme allə artistə Cheb Runner e GJ Leith, che hanno partecipato alla residenza. In occasione di Black History Month, Notte Tekchbila ⵍⵎⵄⵔⵓⴼ ⵏ ⵜⵉⴽⵛⴱⵉⵍⴰ sarà la celebrazione della cultura amazigh e della diaspora marocchina, attraverso i DJ set di Cheb Runner, GJ Leith e della DJ italo-marocchina-algerina Turbolenta. In attesa del 7 febbraio abbiamo compilato un mixtape di tracce edite ed inedite dalla rete di AMME, che restituisce la vitalità caotica della scena della diaspora marocchina.