«Il gatto è davvero la star del nostro tempo, un po’ come il curatore!». Già, a volte viene da chiedersi se l’internet esisterebbe lo stesso senza gatti. Magari sì, ma con volumi di traffico infinitamente più bassi, forse irrilevanti. Inevitabile quindi che un rappresentate della specie vivente più importante del pianeta – l’essere umano non arriva nemmeno in top five, sia chiaro – fosse affidata la curatela di una mostra d’arte contemporanea. È successo, a Roma, da Spazio In Situ, nell’ambito del Public Program della mostra „UNAROMA“, ospitata dal MACRO in queste settimane. La collettiva che porta la firma di AnnaKarina , „Sometimes I just like to hear myself talk“ sarà visitabile fino al 7 maggio. Perché e come sia stato possibile trasformare un gatto in curatore ve lo facciamo raccontare direttamente da Andrea Frosolini, artista e direttore artistico di Spazio In Situ.
„Negli ultimi anni la curatela sperimentale — da parte di figure inusuali, lontane dal sistema dell’arte contemporanea o da metodologie a prima vista improprie — è stata una tematica fondamentale della programmazione di Spazio In Situ. Ci viene in mente, per esempio, una mostra che abbiamo presentato nel 2022, “Curato dalla mamma”: una personale di Kaspar Ludwig curata proprio dalla madre dell’artista. Spesso le mostre presentate da In Situ sono il risultato della nostra collaborazione in quanto artisti; il metodo che abbiamo adottato è quello di immedesimarci nella figura del curatore, il che ha portato a modalità differenti e risultati talvolta inaspettati. Per quanto riguarda il gatto, invece, erano anni che pensavamo di affidare una mostra a uno dei nostri gatti. Da bravi gattari e frequentatori del web, ci sembrava il momento adatto: in fondo il gatto è davvero la star del nostro tempo, un po’ come il curatore!
IL gatto/curatore, AnnaKarina, è di Alessandra Cecchini, artista e membro di In Situ. Ha vissuto moltissimo gli spazi degli atelier di Tor Bella Monaca negli anni, aggirandosi tra le opere e facendosi le proprie idee. A dire il vero siamo stati fortunati: non ha mai distrutto nulla, forse le piaceva tutto quello che la circondava! Il titolo viene invece da una citazione di Salem, il famoso gatto nero della sitcom anni Novanta “Sabrina, vita da strega”. Cercavamo una figura ironica, satirica e senza peli sulla lingua (solo figurativamente, ovviamente) che incarnasse il carattere imprevedibile e spesso altezzoso del gatto. “Sometimes I just like to hear myself talk”: chi non ama il suono della propria voce, in fondo?
La costruzione della mostra è avvenuta attraverso vari step. Per iniziare, abbiamo messo a disposizione di AnnaKarina una serie di immagini di opere che pensavamo un gatto avrebbe potuto apprezzare, considerando colori, forme, odori e materiali. Abbiamo cercato di tradurre i suoi comportamenti interpretandone i gesti: su alcune immagini si è seduta, alcune le ha ignorate, altre ancora le ha toccate con la zampetta o scaraventate sotto il divano. Questo ha creato la prima selezione di artisti che poi abbiamo contattato. In seguito ci sono state delle videochiamate; le abbiamo fatto annusare opere e imballaggi, le abbiamo mostrato lo spazio e cercato di capire dove avrebbe posizionato i lavori in base ai suoi movimenti. Insomma, ci siamo fatti guidare dai suoi sensi e, come bravi soldatini, abbiamo cercato di riprodurre le sue idee alla lettera. Ha un gran bel caratterino! La mostra poi è divisa in due sezioni distinte: il piano superiore è stato adibito alle opere, mentre quello inferiore è rimasto come lo studio dove Anna ha lavorato, pieno dei suoi oggetti preferiti, delle sue ispirazioni e dei suoi processi. Sulla scrivania è rimasto proprio l’iPad da cui ha inviato la mail in cui ci informava della sua assenza all’inaugurazione. Per nulla gentile, a essere onesti!
A parte la preselezione fatta da noi, le scelte finali di Karina pare abbiano soddisfatto tutti: c’è varietà nei media e nei concept, ma anche una certa armonia. Anche il MACRO ha risposto con grande entusiasmo; penso abbiano apprezzato l’ironia che caratterizza da sempre In Situ. Onestamente all’inizio abbiamo avuto qualche dubbio sull’ipotetica reazione, ma non c’è stato alcun problema. In fondo l’ironia fa sempre piacere, ma credo che la critica politico-sociale che questa mostra porta avanti sia un argomento molto attuale, che si può condividere o meno, ma che non si può ignorare. Inoltre, ci sembra che dalle opere stesse si comprenda il nostro intento, ovvero quello di mostrare un punto di vista diverso e non antropocentrico, senza risultare banali ma restando al contempo ironici e poetici.
L’essere umano è sempre tremendamente concentrato su sé stesso, anche nel caso dell’arte, spesso si nota questa caratteristica. Ovviamente anche una mostra non antropocentrica rimane un prodotto di consumo per l’essere umano stesso, ma un punto di vista diverso potrebbe permettere di allontanarsi dal suo ego, guardandosi dall’esterno in un certo modo. Negli anni abbiamo avuto la fortuna di collaborare con curatori di grande qualità, con i quali abbiamo stretto rapporti di amicizia che ancora coltiviamo con grande affetto e rispetto reciproco. Detto questo, però, notiamo che la figura del curatore ha talvolta soverchiato quella dell’artista. Capita spesso di trovare cartelloni in cui il nome del curatore troneggia in un grassetto quasi minaccioso, mentre i nomi degli artisti si leggono a fatica. Per quanto rispettiamo molto questo ruolo — fondamentale nel sistema dell’arte contemporanea come lo si vive oggi — da artisti ci sembra naturale rivendicare la nostra figura di produttori in prima persona, che in fondo è il vero motore del sistema.
In ogni caso, pensiamo di proporre ad AnnaKarina ancora altre mostre, sperando che anche lei abbia avuto piacere a collaborare con noi. Non l’abbiamo più sentita dall’opening… Ah, questi curatori!“.









