Benvenuti ai Navigli

Il quartiere del flow e dei feed, o la Milano Sud per antonomasia.

quartiere Navigli

Geschrieben von Piergiorgio Caserini il 4 Juni 2021

Foto di Isabella San Filippo

Chiunque passi per Milano ci va. Transita tra il naviglio Grande e il naviglio Pavese, tra i locali, le osterie e i gabbiani che s’affacciano sull’acqua, la stessa acqua che si ripete più e più volte nelle immagini-cartolina di ieri e nelle tag dei feed di Instagram, dove vince quella strenua predilezione per i tramonti, quelli che rendono l’acqua a tratti cangiante e a tratti specchio, quelli che in tempi migliori facevano levare le mani al cielo a mezza folla sul ponte della Darsena e impugnare i telefoni, perché evidentemente, anche se di tramonti così se ne vedono tutti i giorni, a quanto pare è usanza bizzarra quella di non perdersene nessuno.

Benvenuti ai Navigli, allora, dove la corrente si snoda in continuazione nei letti dei rivers e tracima il flow nel feed, fiumi che passano in un istante dal locale al globale, dalla foce al mare, e se mai vi chiedeste le ragioni dell’uso improprio degli inglesismi, ecco, è inevitabile che i Navigli siano questo, internazionali, europei, americani, tutto, tutto passa da qua. Sarà per questo che se pensiamo ai Navigli ci piace ricordare quella dolce bambina che a cavallo di un destriero gonfiabile, un unicorno da sogno, qualche estate fa si fece trovare nel bel mezzo del mare, semplicemente seguendo il flow. E questo sono i Navigli, una corrente che ti conduce ovunque: basta saper farsi trascinare. Sarà per questo che i Navigli sono per molti un luogo da sogno, un miraggio, un’oasi sull’orlo dei rivers, dove le bestie proliferano è la natura è feconda. Subito appaiono germani, cigni e gabbiani, come al mare, e come se non bastasse parco Segantini si popola di colonie di pappagallini verdi che insaporiscono d’esotico il centro città, e basta andare sotto la patina dell’acqua per trovare scardole, cavedani, carpe, pesci gatto, anguille, siluri indomiti a raschiare i fondi fangosi assieme alle nutrie, che non possono non intenerire, quei batuffolosi cavalieri dell’apocalisse rurale.

I Navigli sono per molti un luogo da sogno, un miraggio, un’oasi sull’orlo dei rivers, dove le bestie proliferano è la natura è feconda.

Insomma, si pesca, si fa birdwatching, c’è chi piglia i pesci e chi gli uccelli. Ci sono anche i ricci, per dire. A frotte. E gli scoiattoli, come a New York. La natura è feconda, dicevamo, e se la pratica contemplativa è venuta meno nel tran tran della città è anche normale che nella natura urbana si corra, e si corre attorno alle bestie e con loro, come nelle migliori immagini edeniche: attorniati dai cinguetti dei passeri e dagli strilli dei germani, dai ragli d’asino, da un tripudio di versi e sensazioni. Qui la corsa è un tragitto psicogeografico votato alla scoperta sensazionale dell’Oltre-le-Colonne-d’Ercole dei Navigli, nelle profondità dell’oasi urbana, quella degli spot industriali, dei Berghein decorati d’erba selvatica, dove gli asini ridenti t’osservano dietro le reti verdastre di un parco-fattoria abitato da colonie feline, dove l’oasi urbana raccoglie gli animali perduti e i runners, che altro non desiderano che perdersi e scoprire nell’impeto muscolare che cos’è Milano attraversata dall’acqua, soprattutto quando l’acqua è increspata dai remi dei canottieri che si sfidano tra i circoli: ci sono i San Cristoforo giovani pagaianti, gli Olona chic e i Milano polisportivi, gli ultimi in eterno conflitto per il primato meneghino del muscolare nell’acqua.

Tra di loro, un esploratore vero e proprio: il canottiere Simone Lunghi, che a cavallo di un destriero chimerico da triathlon ha, signori, circumnavigato Milano. Milano è un’isola, l’unica isola in pianura che troverete nel mondo.

Per darvi un’idea di che cosa stiamo parlando, dovete sapere che la prima associazione marinai d’Italia è di Milano. Ripetiamo: il primo circolo ufficiale della Marina Italiana. A Milano. In pianura. È ovviamente in Darsena, dove vecchi signori giocano a carte sotto l’egida di un timone legnoso e lucido, delle bandiere da navigazione, delle foto storiche dei meccanici dell’Alfa Romeo mandati a mare, e i signori sono vestiti a lucido, bianco e blu, le coccarde, le medaglie, gli occhiali da Narcos.

Sì amici, tutto questo è reale, i Navigli custodiscono il segreto del mare perché portano direttamente lì. E i locali lo sanno bene, lo sanno che sono i Navigli ad affacciarsi su di loro, come il marinaio sa che è il mare a parlargli, e non lui a parlare al mare. Se qualcuno li chiama pionieri del bere, e di certo lo sono, bisogna dire che ognuno di loro ha le sue leggende, la sua goliardia, i suoi de «Il solito», e allora nelle notti umide e nebbiose puntellate di lampadine appese da una sponda all’altra si trova casa al Rita, al MAG, al Pinch, all’Elita, o si canta a squarciagola sul palcoscenico vellutato di rosso dell’Angelique, una degli highlander dei Navigli, uno dei suoi simboli assieme al Peppuccio che ti squadra sottile ogni volta che entri. D’altronde, si gioca a biliardo in un posto che sembra una bisca, e come dire, è tutto perfettamente adeguato all’immagine di questo quartiere.

Navigli è un quartiere che è solito cambiare in fretta, come la moda o come i fiumi, che non sono mai gli stessi.

E questa è anche la ragione per cui diciamo che “movida” è un termine obsoleto, che ha rotto il cazzo, diciamoci anche questo, anche perché, amici cari, lo usate impropriamente. Basta poco, basta googlare cosa significa per capire cosa s’intende quando si parla dei locali dei Navigli come ponti d’approdo, come centri gravitazionali, in cui sì, la folla c’è, ed è proprio tra la folla che nascono le cose, gli incontri, e sarà per questo che nell’indistinto della gente si cerca sempre di distinguersi. E infatti qui passano fashionari di vario titolo, da chi indossa a chi produce a chi crea: ci sono gli amici di ABM che ritrovano la provocazione nel feed dei vetri rotti, c’è Thais che racconta le storie della blackness negli styling che fa, c’è il buon Vignola, Hg.lf di Lorenzo e Cecilia, che hanno vestito la trap con le loro armature gentili, e poi dove c’è sfilata, dove c’è folla, non può non esserci chi la fotografa, e qua la lista si dilunga, perché abbiamo l’amico Adriano che spinge la comunicazione al limite del tollerabile perché ha capito bene qual è il potere stregonesco della modah, c’è l’amico Jon Bronxl che s’attiva per far entrare l’amico bianco nella prospettiva giusta, e poi ci sono i palchi che hanno solcato Marvely o Carlo Pastore dopo i tanti che come loro hanno camminato sul tappeto rosso del Pont de Ferr, gli Esa di turno, le Vibrazioni allo Zog, e potremmo continuare all’infinito. I Navigli sembrano una factory a cielo aperto, una corrente di gente e di creativi, chi ingorgato tra i bar di fiducia, chi in processione notturna dalle sponde dei rivers fino alla mania estatica dell’Apollo o al sorvolo musicale del Rocket.

Insomma, Navigli è un quartiere che è solito cambiare in fretta, come la moda o come i fiumi, che non sono mai gli stessi. Le cose scorrono e qui tutti lo sanno bene. Sarà anche per questo che si guarda ai Navigli con nostalgia, con la convinzione e la consapevolezza che l’acqua passata sotto i ponti sia così tanta che a saperne le storie si finisce col confondere il presente col passato, il passato col futuro.

Da una parte ci sono zone che riavvolgono i nastri color seppia dei ricordi da osteria, dei mercatini dell’antiquariato, dei negozi di bilance raccontati da signori dal crine argentato. Dall’altra i colori psicotropi della gioventù dei cilum del Rosso alla fiera di Senigallia, quando ancora indossare un Eskimo voleva dire qualcosa che adesso nessuno ricorda più. E poi arriva la botta elettrica, lo shock: Decoder, la rivista del cyberpunk italiano che ha piantato i tubi catodici nelle correnti alternate dei Navigli degli anni Novanta. Chissà se anche i pesci sognavano pescioline elettriche quando la critica del presente si fuse al silicio, il marciapiede allo schermo, tra gli scaffali della Calusca di Primo Moroni e gli amici del COX18, quando ci si immaginava Milano 2019 come una chimera digitale, di controllo, all’insegna di un capitalismo stava imbroccando la strada della smaterializzazione e del disumano. Sappiamo oggi, nel 2021, com’è andata. È andata malissimo.

Detto questo, per certi versi i quartieri si possono pensare come volti. Ci sono quelli che hanno un viso comune, che per strada ne vedi decine, si somigliano, c’è quell’Unheimliche che ti coglie per qualche secondo, il perturbante che vibra dal baffone freudiano e che vi provoca un lieve picco intensivo sollecitato dall’impressione che tutta la gente in fondo si somigli, la questione del perché le cose si ripetano così, con lievissime variazioni un po’ ovunque. Insomma, i volti che ritrovi da tutte le parti. E poi ci sono quei volti che sono quelli e basta, c’è poco da dire, e tra questi, sicuramente, ci sono i Navigli.