Benvenuti all’Esquilino

Il quartiere che dà voce a chi non ha capitolo

quartiere Esquilino

Geschrieben von Federico De Blasi il 12 April 2021
Aggiornato il 14 April 2021

Foto di Alberta Cuccia

Quando nell’ottobre 2019 è stato inaugurato il servizio di bike sharing Uber Jump – le bici rosse che tutt’ora affollano Roma – è venuto fuori che sulle mappe di Google ci si riferiva all’Esquilino come Chinatown, quasi per sancire ufficialmente quel passaggio di consegne tanto temuto dai residenti storici (romani) del quartiere. Una realtà virtuale di poche sillabe, “chinatown”, che azzera la storia e strapazza l’anima di una zona che nelle sue mille sfaccettature e contraddizioni può anche essere oggetto di critiche, ma non merita un nome da spot a buon mercato. E se etichettare è già di per sé un’operazione complessa e approssimativa per le persone, figurarsi quanto possa esserlo per un quartiere che da migliaia di individui è abitato. Infatti, il nocciolo della querelle non è stato tanto, o comunque non solo, il lato denigratorio di questa definizione, ma la sua mancanza di fondamento. Per la cronaca, è stato necessario l’intervento del general manager dell’app per ripristinare la nomenclatura originale e Chinatown è tornata a essere Esquilino.

Foto di Alberta Cuccia
Foto di Alberta Cuccia

Pur essendo incastonato nel pieno centro della città – di cui rappresenta il quindicesimo rione storico – nell’immaginario collettivo l’Esquilino è stato a lungo, e in parte lo è ancora, un quartiere periferico degradato, sciatto e irreversibilmente condannato alla sua inguaribile trasandatezza. Un quartiere sospeso, quasi nascosto e offuscato dalle bellezze dei vicini: Rione Monti, Celio e Appio Latino. Un quartiere di transito, raramente meta e più spesso passaggio. Un crocevia da attraversare a passo svelto, senza mai fermarsi per non incappare in qualche richiesta bizzarra o imprevisto poco gradito. Eppure anche l’Esquilino ha la sua anima ed è un’anima banlieue, ma romana, verace, e non per questo inelegante, noncurante dei pregiudizi. Un’anima muta. Muta perché taciturna, circondata da quartieri più roboanti e altezzosi, che osserva e incassa gli insulti senza colpo ferire, ma muta perché cambia: è un’anima in continua metamorfosi ed evoluzione. Accoglie, si adatta e resiste. Cambia, ma in fondo resta sempre la stessa; anzi, forse è proprio grazie a questa natura contraddittoria che l’Esquilino è riuscito – almeno fino a ora – a resistere a tentazioni gentrificatrici, mantenendo intatta quell’identità che, in fin dei conti, lo contraddistingue da sempre.

L’Esquilino ha la sua anima ed è un’anima banlieue, ma romana, verace, e non per questo inelegante, noncurante dei pregiudizi

Già, perché la fama di quartiere scalcagnato si trascina da qualche anno prima della nascita di Cristo, quando l’Esquilino fu sì scelto dai vari Mecenate, Orazio e Virgilio come residenza, ma era soprattutto luogo di sepoltura per schiavi, meretrici e condannati a morte: santi e diavoli sullo stesso pianerottolo. Questa fama si consolida poi nel Medioevo quando streghe, maghi e rabdomanti si davano appuntamento notturno per celebrare riti oscuri non meglio definiti. Insomma, l’Esquilino ha sempre dato voce a chi non aveva capitolo e così ha continuato a fare nei secoli fino ai tempi recenti. È sempre stato un porto sicuro per gli emarginati e le vite naufragate. In ogni metropoli c’è almeno un quartiere al quale è assegnato questo destino agrodolce: a Roma è toccato all’Esquilino. Sarà per la Stazione Termini o per l’innata vocazione all’ospitalità, ma questa zona si è presa sulle spalle il ruolo di essere il quartiere „etnico“, luogo di una non sempre facile integrazione. Il primo nucleo della comunità cinese di zona risale addirittura agli anni Sessanta del Novecento, mentre in quelli successivi c’è stata la graduale proliferazione. I residenti romani più longevi sono ancora critici nei confronti di questa comunità, rea di aver rimpiazzato tutte le botteghe storiche e di essere stata la precorritrice della presunta „deromanizzazione“ del quartiere, che ha poi cominciato ad accogliere centinaia di persone di etnie diverse – a dispetto del nome Chinatown, la comunità più presente è quella del Bangladesh. Il Mercato Esquilino e i portici di Piazza Vittorio, dove in effetti è raro trovare attività guidate da imprenditori italiani, sono l’emblema di questa trasformazione.

Diversa è invece la percezione delle nuove generazioni, entusiaste di questo clima frizzante, newyorchese come sostiene Willem Dafoe, uno dei residenti illustri, in „Piazza Vittorio“, documentario di Abel Ferrara, anche lui di casa da queste parti. Questo crogiolo di gioventù dalle spiccate differenze somatiche, ma da un ormai comune accento romano e ancor più suggestivo piglio romanesco, vive con normalità la quotidianità del quartiere, senza aver la memoria di quello che è stato, pur in qualche caso rappresentandone inconsapevolmente il frutto storico. E se di fasce giovani della popolazione si parla, è a loro principalmente che si deve attribuire il merito di aver mantenuto un legame tra l’Esquilino e il resto di Roma negli ultimi 30 anni, seppure sospinte da impulsi confusionari ed eterogenei, in linea con la torbidità del quartiere, e con due trazioni diverse, una mattiniera e l’altra nottambula. A inizio degli anni Novanta il Circolo degli Artisti – la cui prima sede era a Via Lamarmora, dietro Piazza Vittorio – tappa inevitabile del sottobosco creativo romano per i due decenni a venire, fino alla chiusura della sede qualche centinaio di metri più in là, in via Casilina. Poi il Micca Club, dove cabaret e burlesque riscaldavano gli spiriti prima di balli sfrenati a botte di sonorità in vinile. Poi ancora le serate Fish’n’Chips e la breve ma intensa esperienza del Vicious Club. E mentre quest’Esquilino festaiolo andava a dormire, se ne risvegliava un altro che aveva deciso di investire sulla cultura e sulle radici; venivano inaugurati spazi dedicati all’arte contemporanea – Radio Arte Mobile, ZooZone e FunSpace Art, prima galleria cinese della città, ora ribattezzata AAIE Center for Contemporary Art – il cinema Apollo 11; poi ancora il recupero del Teatro Ambra Jovinelli e l’apertura praticamente dentro il Mercato Esquilino di un distaccamento della Sapienza (oggi Roma Tre), con annessa sobria statua d’oro di Confucio all’ingresso.

L’Esquilino ha sempre dato voce a chi non aveva capitolo e così ha continuato a fare nei secoli fino ai tempi recenti. È sempre stato un porto sicuro per gli emarginati e le vite naufragate

Ci hanno messo del loro anche un paio di locali à la page (Salotto Caronte e Gatsby), ma è da raccontare un altro passo importante per la storia del quartiere, che risale a maggio 2019. Dopo svariati mesi di lavori e cantieri interminabili, accompagnati da varie teorie sull’uso che avrebbe poi in effetti ricoperto, è stato inaugurato quel palazzone bianco gigantesco in cui ci si imbatte inevitabilmente passando da Piazza Dante. A destare „scalpore“ però non è stato tanto il palazzo in sé, quanto gli inquilini: a dispetto della scritta Casse di Risparmio Postali che campeggia sulla facciata, all’interno si trovano i servizi segreti italiani. Ora, non si può stabilire con certezza se il processo di rinascita che il quartiere sta vivendo sia stato definitivamente consacrato quel giorno di maggio, ma resta il fatto che qualcosa è cambiato drasticamente. Un’iniezione di fiducia e di sicurezza, che erano senza dubbio state smarrite tra le vie del quartiere. La nascita di un’istituzione proprio lì dove le istituzioni erano accusate di aver abbandonato i cittadini.

Foto di Alberta Cuccia
Foto di Alberta Cuccia

E allora ecco innescato l’effetto domino: nel giro di pochi mesi spuntano bar (Callimaco), caffetterie (Casadante, tra le altre cose rassicurante dimora per smartworker), ristoranti (Sushijun e Vittorio Spezie & Cucina) e perfino un museo (Palazzo Merulana) che hanno addolcito le strade del quartiere. Quella strana sensazione di abbandono con cui ci si era abituati a convivere durante una passeggiata lascia spazio a una sospetta curiosità. È stato quasi come se l’Esquilino avesse beneficiato del lockdown primaverile, approfittando della pausa obbligatoria che si è presa la città, per rifarsi il look. Fino alla riscoperta del tesoro più prezioso del quartiere, il vanto di tutti i residenti, la piazza più grande di Roma: Piazza Vittorio, che ha finalmente riaperto i cancelli dopo mesi di chiusura, grazie a un intervento atteso oltre da vent’anni. Una piazza bellissima, spazio nevralgico di svago e aggregazione. E così, con le dovute proporzioni, è toccato anche a Piazza Dante, che dopo un lungo ricovero è tornata a splendere e accogliere grandi e piccoli.

Quindi, se ci si domanda oggi cos’è l’Esquilino si può immaginare che la risposta sia piuttosto complessa e certamente non immediata. Questo nuovo slancio vitale non ha risolto con la bacchetta magica i problemi storici del quartiere: i portici di Piazza Vittorio creano ancora qualche grattacapo ai residenti, così come non sono rare le testimonianze di tentati e alle volte riusciti scippi e aggressioni. Sarebbe però quantomeno riduttivo bollare negativamente il quartiere per queste ragioni, oltretutto condivise con tante altre zone di Roma, ma che hanno meno eco solo perché non avvengono nel quartiere simbolo dell’immigrazione. L’Esquilino è tantissime altre cose: è camminare su Via dello Statuto fantasticando su cosa potrebbe diventare MAS mentre si addenta un maritozzo o un tortino alle fragole di Regoli, sono i ravioli alla griglia di Sonia, proprietaria del ristorante cinese più famoso della città e santa patrona simbolica del quartiere. È l’autunno a Via Merulana, bella in tutte le stagioni ma ancor di più quando la tramontana si porta via tutte le foglie arrugginite. È il caffè con la cremina da Panella, è una partita a ping pong dentro Piazza Vittorio ed è il gioco di luci e ombre sotto i portici umbertini a prima mattina. È la pittoresca e folle festa in Via Balilla, sagra paesana dal cuore metropolitano. È questo e tante altre cose ancora. Non abbiate paura quindi, il cielo è azzurro sopra l’Esquilino.