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Dare tempo al suono: 10 anni di Parade Électronique

Intervista a Walter Chiari e ad Alice Suppa sull'importanza di ascoltare obliquamente.

Geschrieben von Matilde Soleri il 21 Oktober 2026

Al primo appuntamento di Parade Électronique mi è sembrato di entrare in una parentesi temporale diversa da quella a cui siamo abituati quando ascoltiamo musica. C’è qualcosa di quasi meditativo in questa esperienza: non tanto l’idea di svuotare la mente, quanto quella di concedere al suono uno spazio in cui esistere senza dover fare altro, senza che diventi un sottofondo, un accompagnamento o un contenuto da consumare. Per il tempo di un concerto, l’ascolto diventa un’attività in sé. È un frame che delimita un’esperienza e, in qualche modo, dà forma alla musica stessa.

Nella scena milanese, dove la musica si intreccia spesso con la socialità, il clubbing e altre forme di intrattenimento, non è così scontato trovare occasioni in cui ci si possa semplicemente sedere e ascoltare. Se invece entri al Teatro Arsenale, una stanza buia in cui il pubblico prende posto sulle sedie, l’attenzione si sposta naturalmente su quello che succede sul palco. È una condizione che invita a concentrarsi sul suono e a lasciarsi attraversare dalla performance, ognuno a modo proprio. La musica diventa un’esperienza personale, pur essendo condivisa con gli altri: non c’è una reazione giusta, né un significato da cogliere per forza, ma la possibilità di costruire un rapporto intimo con ciò che si sta ascoltando.

«In un mondo saturo di musica il rischio non è che manchi qualcosa da ascoltare, ma che tutto arrivi già ordinato, incorniciato, pronto per essere consumato», dice Walter Prati, presidente di MMT Creative Lab e direttore artistico di Parade Électronique. Da questa riflessione nasce Pratiche di ascolto obliquo, il tema della decima edizione della rassegna milanese dedicata alla ricerca sonora, in programma fino all’8 novembre al Teatro Arsenale.

Ascoltare in modo obliquo significa provare ad avvicinarsi alla musica da un’altra prospettiva, senza dare per scontato come dovrebbe suonare o a quale genere appartenere. Per Prati, la ricerca passa anche dal modo in cui gli artisti utilizzano i propri strumenti: una voce, una macchina o un oggetto possono diventare qualcosa di diverso da ciò che ci aspettiamo. L’elettronica tiene insieme queste pratiche senza trasformarsi in un genere dai confini rigidi. Il megafono, simbolo della rassegna, diventa così l’immagine di un vortice capace di raccogliere linguaggi e traiettorie sonore differenti.

Nata nel 2017, Parade Électronique si ispira al balletto Parade del 1917, ideato da Jean Cocteau con le musiche di Erik Satie, le scene e i costumi di Pablo Picasso e la coreografia di Léonide Massine. Un’opera che metteva insieme linguaggi artistici diversi e da cui la rassegna riprende una precisa attitudine. In dieci anni il progetto è cresciuto, passando da una dimensione più locale, inizialmente sostenuta quasi esclusivamente dai contributi del Comune di Milano, a una realtà più strutturata. Quella prima fase ha permesso a MMT Creative Lab di sperimentare e testare modalità produttive e organizzative che oggi mette in campo con maggiore efficacia. La varietà delle proposte musicali è invece rimasta una costante, con l’elettronica come filo conduttore tra mondi sonori anche molto distanti.

Questa apertura si riflette anche nel rapporto con il pubblico. Come racconta Alice Suppa, co-direttrice artistica e responsabile della comunicazione, l’obiettivo non è necessariamente trovare un punto d’incontro tra artisti lontani, ma stimolare la curiosità di chi ascolta. Mettere insieme percorsi diversi nella stessa serata può portare il pubblico a scoprire un artista che non avrebbe scelto spontaneamente. Per Suppa, una delle soddisfazioni più grandi è vedere persone tornare ad ascoltare performance che inizialmente pensavano non facessero per loro. Si entra magari per un nome conosciuto e si finisce per scoprire qualcosa che non si sarebbe cercato da soli. È successo anche a me durante i primi appuntamenti di questa edizione, e credo sia proprio questo uno degli aspetti più interessanti della rassegna: la possibilità di lasciarsi incuriosire da qualcosa che, altrimenti, probabilmente non si sarebbe incontrato.

Il programma prosegue il 24 ottobre con Daniele Ledda e Clavius, seguito da Missing Ear con Architetture sonore: membrane, stringhe e metalli. Il 25 ottobre sarà la volta di Céleste Gatier con Can You Lend Me Your Breath?. Il 7 novembre Gianpaolo Antongirolami presenterà Freedom, mentre in serata il duo norvegese Soft as Snow porterà in scena Layers, preceduto da un set in vinile del Laboratorio Palestro. L’8 novembre chiuderanno Francesco Giomi e Michela Atzeni con Brulla, in collaborazione con Tempo Reale. Appuntamenti diversi per linguaggi e approcci, che invitano a confrontarsi con forme musicali meno prevedibili.

Il rapporto tra musica e tecnologia accompagna il lavoro di MMT Creative Lab da 35 anni. Prati distingue la ricerca tecnologica in senso scientifico dalle sue applicazioni artistiche: non si tratta soltanto di introdurre nuove tecnologie nella musica, ma di capire quali possibilità si aprono quando si provano a usare gli strumenti in modo diverso. Questa attenzione ha portato MMT a sostenere anche dottorati di ricerca universitari dedicati all’interazione tra musica, performance e tecnologie innovative.

non si tratta soltanto di introdurre nuove tecnologie nella musica, ma di capire quali possibilità si aprono quando si provano a usare gli strumenti in modo diverso.

È soprattutto dal vivo che queste possibilità acquistano una dimensione particolare. Il suono cambia in relazione all’ambiente, l’esecuzione non è mai identica a se stessa e la presenza dei musicisti rende ogni performance diversa da una registrazione. Per questo, spiega Prati, la scelta dei progetti da ospitare al Teatro Arsenale parte dalle caratteristiche stesse del lavoro artistico: «La domanda non è come adattare un progetto all’Arsenale, ma quali progetti hanno bisogno di essere ascoltati in questo modo».

Il lavoro di Céleste Gatier è un esempio di questa ricerca. In Can You Lend Me Your Breath?, lo shakuhachi, il flauto giapponese, entra in relazione con la voce e l’elettronica. Microfoni, trasduttori e piccoli circuiti elettronici amplificano ed estendono lo strumento, mentre frammenti di voci registrate si sovrappongono al respiro della performer. I suoni acustici, i fruscii e le interferenze elettroniche finiscono per confondersi, rendendo meno chiaro da dove provenga un suono e a chi appartenga quel respiro.

Per Prati, lasciare un lavoro senza nome significa restituire al pubblico il «tempo di non sapere». Quando qualcosa è già etichettato, il rischio è ascoltarlo per confermare ciò che ci aspettiamo; quando invece non sappiamo bene dove collocarlo, siamo costretti a fermarci e a capire che cosa ci sta arrivando.

È un’attitudine che Alice Suppa riconosce anche nel proprio rapporto con la rassegna, a cui lavora da cinque anni. Alla domanda su cosa vorrebbe provare entrando al Teatro Arsenale durante questa edizione, risponde che le piacerebbe lasciarsi sorprendere da alcuni appuntamenti e ritrovare il piacere di suoni familiari in altri. «Vorrei provare quello che cerco di fare da cinque anni prima di ogni concerto: dimenticare per un momento di sapere. È l’unico modo che conosco per farmi sorprendere davvero».

Ripensando al primo appuntamento, torno alla sensazione da cui ero partita: quella di avere finalmente il tempo di ascoltare, senza dover fare altro. A Milano non mancano le occasioni per incontrare la musica, ma sono meno frequenti quelle in cui ci si può semplicemente sedere e ascoltarla, senza distrazioni. È questa, per me, una delle cose più interessanti di Parade Électronique: ricordarci che non sempre serve cercare qualcosa oltre la musica. A volte può bastare esserci, e lasciarla accadere.