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Decolonizzare il colonialismo italiano attraverso le sue fotografie

Geschrieben von Salvatore Papa il 16 Februar 2026

Biblioteca Nazionale Centrale 'Vittorio Emanuele II' di Roma, Fototeca IsIAO, Eritrea, 17A_I

Per decenni centinaia di migliaia fotografie sono rimaste in scatole, depositi e archivi poco accessibili, non solo lontane dallo sguardo pubblico, ma intrappolate dentro le categorie con cui erano state prodotte: quelle del colonialismo italiano. Oggi quelle immagini, scattate in Eritrea, Somalia, Etiopia, Libia tra fine Ottocento e anni Sessanta, tornano a circolare in modo diverso. Non più solo come documenti, ma come materiali da interrogare e riscrivere collettivamente.

Giovedì 19 febbraio alle h 18 alla Biblioteca Amilcar Cabral di Bologna viene presentato Collezioni fotografiche del colonialismo italiano (1861–1960), progetto curato dai collaboratori dell’ISMEO – Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente. L’obiettivo è rendere fruibile un fondo fotografico nato dentro le istituzioni coloniali italiane – dall’Istituto Coloniale Italiano del 1906 fino alle trasformazioni fasciste e postbelliche – e invitare cittadine e cittadini a contribuire alla sua rilettura critica.

La fototeca appartenuta all’IsIAO (Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente), istituto di diritto pubblico oggi disciolto e attualmente in riorganizzazione oggi presso la Biblioteca IsIAO gestita da ISMEO in appositi spazi presso della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, conserva, infatti, una parte consistente della memoria visiva del colonialismo italiano. Negli ultimi anni il team coordinato da Lorenzo Declich e il collaboratore Lucas Iannuzzi ha iniziato un percorso di digitalizzazione, affiancato dal supporto formativo del progetto Dicolab. Cultura al Digitale realizzato dalla Scuola nazionale dei beni e delle attività culturali, per rendere visibili queste immagini e coinvolgere un pubblico più ampio nel processo di catalogazione e interpretazione.

– scorri sulle foto per sfogliare la gallery –

«Non è che non ci siano informazioni legate a queste fotografie», spiega lo storico Lucas Iannuzzi, collaboratore scientifico della fototeca. «Le didascalie esistono, ma sono ereditate dal pensiero coloniale. Oltre alle immagini, che possono essere talvolta anche molto violente, c’è il problema del vocabolario, delle parole usate per descriverle. Le categorie archivistiche, le descrizioni, perfino i timbri raccontano un punto di vista che è quello della potenza coloniale. Usare oggi le stesse parole è problematico – continua Iannuzzi – ma eliminarle del tutto lo è altrettanto, perché fanno parte della storia dell’archivio e servono per orientarsi».

Decolonizzare, allora, non significa cancellare, ma rendere visibile il contesto e moltiplicare gli sguardi.

Per farlo è stata attivata una piattaforma online basata sulla citizen science, dove chiunque può contribuire. Dopo una breve registrazione, è possibile osservare le fotografie, trascrivere annotazioni, riconoscere luoghi, persone, elementi architettonici, segni lasciati sul retro delle stampe. Un lavoro che affianca la catalogazione scientifica e la arricchisce.

«Volevamo ampliare la platea di chi interagisce con queste fonti – racconta Iannuzzi. Non solo ricercatori e addetti ai lavori, ma anche realtà diasporiche, persone che hanno un legame diretto con questa storia. È un modo per produrre un sapere condiviso».

Non si tratta solo di aggiungere dati, quindi, ma di cambiare il punto di vista, facendo emergere le relazioni di dominio e le violenze simboliche e materiali che si celano dietro le fotografie.

I primi nuclei messi online riguardano le scuole in Eritrea tra periodo liberale e fascista, ma sono in preparazione nuovi percorsi sulla Libia e sull’amministrazione fiduciaria italiana in Somalia negli anni Cinquanta e Sessanta.

Accanto alla costruzione di un catalogo più ricco e aggiornato, il progetto punta anche a ricucire relazioni. Per anni questo patrimonio è stato difficilmente accessibile e questo ha contribuito a diffondere l’idea che si trattasse di archivi chiusi, se non addirittura nascosti. «Oggi – continua Iannuzzi – la scelta è opposta: rendere tutto il più possibile visibile, lavorare con università, scuole e associazioni».

La presentazione alla Cabral – non a caso il 19 febbraio, anniversario di Yekatit 12, il massacro di Addis Abeba del 1937 – sarà anche l’avvio di un percorso laboratoriale aperto a tutti, con un’attenzione particolare alle scuole, per trasformare le immagini in strumenti per leggere criticamente il passato coloniale italiano.

All’incontro di Bologna, oltre a Lorenzo Declich e Lucas Orlando Iannuzzi, collaboratori ISMEO, partecipano Mariana E. Califano di Resistenze in Cirenaica e Nadia Mohamed Abdelhamid, docente e mediatrice interculturale.

Il progetto sarà poi presentato anche a Roma, venerdì 20 febbraio alle h 18, presso la Libreria GRIOT.