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Essere spettatori, giocare a calcio, guardare film: la nuova stagione di spazioSERRA

Fugaci gesti per stare insieme

Geschrieben von Annika Pettini il 16 Februar 2026

Oggi a Milano sono più le cose che ci mancano che quelle che restano. In primis ci manca il fiato, poi il tempo e infine, o prima di tutto, ci manca lo spazio. Lo spazio per stare insieme e pensare, per dare forma a questi pensieri e condividere le emozioni che ne derivano. Ci manca spazio per creare, esistere, colorare, brillare, piangere, godere, urlare. Per stare fermi, spalla a spalla e forse anche solo ridere, con lo sguardo penso su qualcosa che non ci aspettavamo di trovare. Tutto questo ci manca ma ancora esiste o meglio, resiste. In un mondo che sembra un altro mondo, un sottosopra che collega le dimensioni, spazioSERRA è, prima di tutto, spazio. Un luogo che nasce dal progetto Artepassante, un programma di riqualificazione degli spazi metropolitani che fa capo alla Fondazione Le Belle Arti in collaborazione con RFI e col patrocinio del Comune di Milano e della Regione Lombardia.

Un luogo di arte, commistione, ricerca e progettazione. Dove i linguaggi visivi si espandono e incontrano il pubblico in forme inaspettate. Dove spazioSERRA si fa collettivo, a partire dal lavorio costante e entusiasmante di Camilla, Cristiano, Giulia, Lidia, Massimiliano, Matteo, Pietro, Tracy, Valentina, Victoria, Virginia.

Ecco la nuova stagione: Co-presence is a Passing Gesture e il suo potente public program.

Una cosa che mi affascina del vostro lavoro è la capacità di ribaltamento dell’intimità. Portare nello spazio pubblico, così esposto e di passaggio, momenti di condivisione che spesso sono intimi e lanciarli nella completa decontestualizzazione, senza mai abbassare o compromettere il livello del contenuto, è potente. Date molto e chiedete molto.

Quello che tu definisci ribaltamento per noi è necessità. spazioSERRA è uno spazio esposto, poroso, non una scatola chiusa ma un luogo di passaggio. E ci siamo chiesti fin da subito come agire, senza mai cedere a contenuti superficiali o facilmente consumabili, derivanti dalla natura dello spazio che abitiamo.

Quello che abbiamo deciso di cercare non è mai un gesto di spettacolarizzazione, ma un gesto di fiducia. Perché esistere in quel luogo vuol dire assumersi i rischi di uno spazio che sa essere rumoroso, imprevedibile, fatto di distrazioni. In questo si possono creare diversi cortocircuiti e in questa incertezza restare.

Mi chiedo quindi da dove è nata la sfida del cinema, che in un certo modo porta questo meccanismo a un nuovo livello. E soprattutto, dove è nato il dialogo con Darna – collettivo cinematografico decoloniale che vuole scardinare l’egemonia dello sguardo occidentale.

Il cinema nasce da questa tensione: è un’esperienza intrinsecamente collettiva ma, allo stesso tempo, profondamente intima. Guardiamo tutte la stessa immagine, eppure ciò che accade dentro ciascuno è personale. L’energia della collettività ti avvolge, ti cattura, ma la relazione con il film resta unica, soggettiva.

Per noi lavorare in questo modo significa spingere ancora più in là l’idea di comunità temporanea, consapevoli che si tratta di una comunità fragile, attraversabile, mutevole e multiforme. Una comunità che si ricompone continuamente, proprio come lo spazio che la ospita.

Abbiamo la fortuna di avere uno spazio fisico a Milano, e sappiamo che è una rarità. Per questo sentiamo la responsabilità di esserci anche per altre realtà, di aprire e condividere. Abbiamo sempre amato Darna: anche se non ci fossimo occupate di cinema, avremmo comunque trovato un modo per collaborare. Ci interessa costruire reti tra controculture e culture, creare connessioni reali. In questo senso, la collaborazione è nata in modo molto spontaneo: ci siamo dette che ci sarebbe piaciuto lavorare insieme, e semplicemente lo abbiamo fatto.

Qui con noi ci sono anche loro, Darna. Quindi è direttamente a voi che chiedo della questa rassegna sviluppata per spazioSERRA e cosa vuol dire trovarvi con il vostro cinema, in questo spazio.

Quello che abbiamo voluto fare è stato studiare la spettatorialità anche da un punto di vista scenografico. Ci interessava pensare il film non solo come visione, ma come esperienza. Il film diventa un gioco, un modo per mettere in discussione il meccanismo stesso dello sguardo. Perché la spettatorialità non è mai neutra: ogni sguardo è filtrato, culturalmente, fisicamente, corporalmente. Anche spazioSERRA è uno di questi filtri: non è un contenitore passivo, ma un luogo che rende il pubblico parte attiva.

In che modo guardiamo? E come si manifesta questo sguardo nello spazio urbano?

A partire da queste riflessioni siamo andate a cercare i cortometraggi che compongono la rassegna, scegliendo opere che mettono in discussione l’egemonia dello sguardo occidentale e che interrogano cosa significhi davvero essere spettatori. In che modo guardiamo? E come si manifesta questo sguardo nello spazio urbano?

Alla base c’è il desiderio di rendere chi guarda una presenza attiva. Andare al cinema è una scelta consapevole: si decide di dedicare tempo e attenzione a un film. In questo caso, invece, lo spazio è attraversato continuamente da persone. Per questo abbiamo scelto contenuti che potessero essere fruiti anche per frammenti, permettendo a chi è solo di passaggio di entrare comunque nell’esperienza visiva.

Inoltre il filo conduttore della rassegna è lo sport, che è di per sé un linguaggio universale: si può comprendere un gesto sportivo al di là del montaggio o del contesto culturale, ed è un elemento coerente con il tema della rassegna. Abbiamo voluto lavorare attraverso il nostro linguaggio, quello del cinema, ma scegliendo punti di vista completamente diversi dai confini europei. In una città come Milano, attraversata da persone con origini e storie molteplici, questo approccio è quasi naturale: significa restare dentro il flusso vivo della città.

Che cosa avete intrecciato in questo primo ciclo del programma annuale?

Siamo tentacolari, ma non con l’intento di includere tutto, piuttosto con il desiderio di seguire i fili del sentire, dei bisogni che emergono. Ascoltiamo il luogo, il quartiere, le persone che lo attraversano, cercando di valorizzare una rete che spesso viene marginalizzata, non riconosciuta per il suo potenziale. Le pratiche che sviluppiamo si fondano sull’instabilità, sull’inclusione di voci diverse, e l’inserire il cinema in questo contesto per noi ha significato ampliare il nostro sguardo, abbracciando linguaggi artistici che, solitamente, vengono percepiti come più „alti“ o esclusivi. Volevamo aprirci di più, abbattere barriere e rendere tutto più accessibile.

L’arte diventa una contronarrazione a ciò che ci viene imposto.

A partire da queste riflessioni si inserisce la proposta di Calcio Lancetti, che ci è stata fatta dal collettivo FIDATY SPA attraverso il nostro bando, e che abbiamo deciso di includere nel public program per il loro linguaggio dissacrante, ironico, ma anche profondamente partecipativo. È una vera e propria chiamata alla cittadinanza, invitandola a usare il luogo in modo „errato“, a ribaltare le convenzioni. Questo approccio risuona fortemente con il periodo storico che stiamo vivendo. Con l’arrivo delle Olimpiadi abbiamo scelto di creare un gioco sportivo che non sia esclusivo ma sostenibile, capace di offrire una risposta alternativa in cui l’arte diventa una contronarrazione a ciò che ci viene imposto.

Il campo resta fisso, ma diventa, in questi giorni, un teatro di ciò che accadrà nello spazio, un palcoscenico per tutto ciò che prende vita e si trasforma.

Dove ci porta il filo rosso Co-presence is a Passing Gesture? Come risuona dentro di voi.

Co-Presence is a Passing Gesture indaga le modalità di spettatorialità nello spazio pubblico, a partire dal contesto specifico della stazione di Milano Lancetti. Seguendo il pensiero di Claire Doherty, l’opera non è semplicemente collocata nello spazio urbano, ma nasce nel dialogo con esso. spazioSERRA diventa così un laboratorio di co-presenza, un luogo in cui l’arte incontra un pubblico involontario fatto di pendolari e passanti. La spettatorialità si fa qui intermittente, accidentale, situata. Tuttavia, ogni possibile forma di esperienza è valida, ogni modo di relazionarsi all’opera costituisce un atto di interpretazione, il semplice atto di attraversare la stazione diventa un’azione estetica potenziale.

La stagione espositiva propone quindi opere che attivano relazioni ed esperienze sensoriali, sociali e politiche, trasformando il passaggio in un gesto di presenza condivisa.

L’ultima domanda me la faccio da sola e faccio un bel monologo di: consigli per vivere spazioSERRA al meglio.

spazioSERRA si trova dentro la stazione di Lancetti, dove passano i misteriosi treni cosiddetti “passanti”, una sorta di metropolitana 2.0 che però poi si srotola fuori Milano verso il famoso hinterland milanese. Quelli che stanno nella city li usano poco, ma dovete sapere che si viaggia con lo stesso biglietto/abbonamento dei mezzi ATM e scorrono nel ventre della città proprio come le amate metropolitane. Solo che arrivano dove queste mancano, come a Lancetti, appunto.

La cui stazione è un vero e proprio non luogo, che si astrae e contiene la realtà nello stesso tempo. Lì sorge questa casetta vetrata accogliente, intensa, che è spazioSERRA. Potete sfiorarla senza impegno mentre andate da qualche parte, oppure potete scegliere di vivere i loro eventi e sappiate che si sta bene: si beve, si mangia (grazie a Tipografia Alimentare), ci si riscalda e si sta freschi in base alla stagione, e poi si è sempre in tante e c’è sempre qualcosa di intenso, importante e curioso da scoprire. Ah e poi non piove mai perché sei sotto terra. Esistiamo, resistiamo. Ci vediamo lì.