Torna la rubrica con cui Zero unisce Roma e la musica con la consueta grande apertura nei confronti di altre realtà geografiche e discipline artistiche. Una raccolta delle migliori uscite discografiche capitoline: album o EP di artisti nati o di base in città per una raccolta con cadenza variabile, ma generalmente aggiornata ogni tre o quattro mesi. Nessun limite di genere, di età, di popolarità. Selezioniamo solo quello ci è piaciuto e pensiamo sia meritevole d’attenzione. Per questa ottava puntata: nu-world-jazz, rap d’autore, post club immaginifico e altro ancora. Se pensate che ci siamo persi qualcosa, aspettate la puntata successiva prima di gridare allo scandalo. L’ordine è rigorosamente alfabetico, non leggeteci nulla di più.

Danno, Dj Craim – „AKA Danno“ (Kill Bozo Records)
Poche cose Danno soddisfazione come osservare qualcuno che esercita un talento affinato in anni e anni di pratica. Lo fa apparentemente senza sforzo, con una nonchalance direttamente proporzionale al tempo investito nel migliorarsi, per arrivare a quella sorta di tranquillità zen senza ansie da prestazione che tengano. Vale per qualunque ambito: gli sportivi, gli artigiani, gli artisti, scrittori e ovviamente i musicisti. Danno oggi vive quel momento magico: rappare come riflesso condizionato. Il suo primo album da solista con il fido Dj Craim a spalleggiarlo è un lavoro in cui il rapper del Colle del Fomento semplicemente conferma tutto ciò che pensiamo di lui: a Roma (in Italia?) non c’è forse nessun più grande studioso di quella materia infinita e complessa che è l’hip-hop. Simone Eleuteri ha fatto la storia del genere e questo disco suggella un rapporto fatto di studio, ammirazione, costanza e nessuna voglia di cavalcare mode. Tra il solito rapporto d’odio e d’amore con Roma (“Brucia Roma), i commenti neanche sull’assurda realtà che viviamo (“Il Blues di Gundabag), le citazioni che faranno vibrare di piacere i nerd (“Yokozuna/Jakesulring”), Danno ricorda una cosa semplice quanto vera: “è inutile che stamo qui a fa gli MC se poi non dimo un cazzo”.
Pezzo preferito: „Vamos A La Playa“
Dario Jacque – „SANG“ (Autoprodotto)
Sono passati cinque anni dal suo ultimo album, “Whait, What?”. Nel frattempo Dario Giacovelli si è dato da fare: produzioni come direttore artistico, collaborazioni a destra e a manca e un’ormai stabile carriera da didatta. Ma questo disco è sempre stato lì, una questione di sangue, come suggerisce il titolo in dialetto pugliese. Sangue perché rispetto al precedente vengono abbandonati gli espliciti riferimenti filostatunitensi per abbracciare la tendenza di questi ultimi anni, la riscoperta di un suono Pan-Mediterraneo e più nello specifico del nostro Sud Italia che è anche una risposta allo sgretolarsi ideologico dell’imperialismo a Stelle e Strisce. Sostenuti da un concept definito, fornito dal libro „Pensieri Meridiani“ di Franco Cassano, lungo tutto l’album viaggiamo tra brani desert rock (“terrone”), cavalcate jazz-fusion in salsa tarantolata (“madre mezcal”), uno sguardo verso il Nord-Africa (“la sciroccata”), accenni espliciti alla library music italiana (“notte brava”) ma anche slanci pop di qualità (“coce lu core” con Lauryyn). Un album che testimonia anche il grande stato di forma della scena italiana legata al jazz ibrido contemporaneo, che proprio a Roma trova la sua base, grazie alla partecipazione di Luca Gaudenzi, Simone Alessandrini, Gianluca Massetti, Federico Romeo (che infatti torna qualche riga più sotto), Iacopo Schiavo, Vincenzo Lato, Riccardo Nebbiosi, Giulia Gentile, Danny Bronzini e Carmine Iuvone.
Pezzo preferito: „la sciroccata“

Mai Mai Mai – „Karakoz“ (Maple Death Records)
È tornato lo stregone dell’elettronica mediterranea. Questa volta però esce dall’esplorazione dell’hauntology sonica del Sud Italia per spingersi fino in Medio Oriente, più nello specifico in Palestina. Il disco è il risultato di una residenza di sei settimane organizzate da Radio Alhara nel 2024 nello spazio polifunzionale Wonder Cabinet, a Betlemme e Ramallah, durante il genocidio in corso in Palestina. Un’esperienza che Mai Mai Mai ci aveva raccontato qui e che poi aveva anche portato a Roma per un grande evento collaborativo. In “Karakoz” la specifica cifra stilistica industrial-arcaica della sua musica si unisce a quella evocativa e senza tempo di stampo religioso, ipnotico e profondamente politico delle tradizioni esplorate. Grazie sia ai musicisti incontrati che al tempo passato in archivi polverosi e generativi – il Palestinian Sound Archive del Popular Art Center di Ramallah. Notevoli anche i featuring: lo sciamano inglese Alabaster De Plume al sax in “Echoes of the Harvest”, l’originalissimo producer e rapper palestinese Jumud su “Dawn Of The Cremisan Valley” e il maestro dello yarghul (strumento a fiato antichissimo della regione) Osama Abu Ali in Jinn Of The Bethlehem Souk.
Pezzo preferito: „Dawn Of The Cremisan Valley (feat. Julmud)“

Neoprimitivi – „Il sangue è pronto“ (42 Records)
La cifra stilistica dei Neoprimitivi sembra essere quella di essere così tanto fuori tempo massimo da fare tutto il giro ed essere perfettamente puntuali. D’altronde se il mondo sta crollando a pezzi, perché non aggrapparsi ad un’idea assurda come quella di un band per lo più strumentale, dai numerosi elementi, di cui non si sa nulla se non che suonano un rock psichedelico di stampo kraut, dalle atmosfere oniriche e a tratti jazzate, con quel tocco di esoterismo che condisce di mistero la già misteriosa esistenza del progetto di casa 42 Records? Li avevamo lasciati alla fine di una residenza al Trenta Formiche coronata dall’uscita del loro primo album, “Orgia mistero” appunto; neanche un anno dopo li ritroviamo nello stesso modo ma al contrario: prima esce il nuovo album, poi inizia la residenza. “Il sangue è pronto” riprende da dove hanno lasciato con una formula che continua a definirsi, una suite lunga quaranta minuti fluida e godibile in ogni sua parte. Diceva qualche stolto che il gioco è bello fin che dura poco. Io direi che il gioco è bello fin quando abbiamo voglia di giocare: i Neoprimitivi e tutti i loro esoterici seguaci sembrano appena all’inizio.
Pezzo preferito: „Il sangue è pronto“
Pacì – „FELUCA“ (Autoprodotto)
Se con Dario Jacque testimoniavamo l’ottimo stato di forma della scena italiana (romana) legata al jazz ibrido contemporaneo, con il primo album da solista di Federico Romeo la confermiamo alla grande. Romeo (già visto con Rbsn, Joan Thiele, Nu Genea e molti altri) compone un disco in cui la sua batteria si prende la scena senza sacrificare composizione e arrangiamenti. Non un esercizio di stile ma un’opera vera e propria con una sua narrazione, immaginata a partire dal luogo che l’ha ispirata: la casa sul mare a Scilla della famiglia Romeo, vista stretto di Messina. I riferimenti sono chiari, c’è il virtuosismo unito al gusto di mostri sacri come Mark Guiliana, Kariem Riggins e Makaya McCraven, ma anche un gusto per il nuovo rock psichedelico a tinte world a la Khruangbin e incursioni elettroniche. Il tutto è innervato di ironia e di riferimenti geografici specifici, elementi che contribuiscono a rendere fruibile un album strumentale complesso ma enormemente godibile, una qualità che spesso questo tipo di progetti non riesce a decifrare.
Pezzo preferito: „SHIP OF FOOLS“
Steve Pepe – „Al Destino“ (Ivreatronic)
L’ultimo disco di Steve Pepe è il diario di un raver a fine serata. Sussurri metafisici, immagini vivide e allo stesso tempo sfocate, gli echi dei bassi che rimbombano ancora nelle orecchie mentre proviamo a metabolizzare la chimica alterata che ci scorre in corpo. C’è il synth pop, il club decostruito, la dub leggera, fiati storti e sinuosi che si mescolano a percussioni sbarazzine e liriche che più lisergiche non si può. A volte sembra quasi di ascoltare i viaggi post-hippy del giro losangelino con a capo Carlos Niño. Se lì i riferimenti (anche filosofici) sono il free-jazz mescolato all’ambient, qui invece ci sono club ed elettronica appunto, ma la sensazione è quella: libertà svagata, leggerezza profonda, voglia di perdersi per trovarsi.
Pezzo preferito: „Lei“
VIPRA SATIVA – „CINEMA JAO 2420“ (Hyperlento Solutions)
È descritto come un’allucinazione sci-fi e pasoliniana, un iperoggetto in forma sonora. L’album di debutto di Fede Proietti aka Vipra Sativa (registrato in parte ai Forum Studios, lo storico studio di registrazione di Ennio Morricone) segue la trilogia “MUSICA JAO” (Presto!?), “MUSICA SATIVA” (Halcyon Veil) e “MUSICA BALLABILE” (Hundebiss). Questa cartolina digitale lisergica esce invece per Hyperlento Solutions, descritto dallo stesso Vipra come “un movimento più che un’etichetta. Una piattaforma filosofica e sonora incentrata sull’Experimental Slowstyle: un linguaggio sonoro a tempo variabile, carico di emotività e ritmicamente astratto, che prospera nella liminalità, antitesi della dance music algoritmi”. Viaggiamo in paesaggi sonori cupi e astratti come un giro sul Raccordo in una notte di pioggia, con quella stessa sensazione di muoversi allucinati in tondo, senza una vera e propria meta.
Pezzo preferito:“Pirate bay Feat. Gabriel Lynk“



