È a fine mercato che una cassetta di pomodori smette di valere. Non è cambiato niente: sono gli stessi pomodori di due ore prima, magari un filo più maturi. Magari sono stati scartati perché ammaccati, perché lievemente imperfetti. Il banco chiude, la giornata è finita, e per l’economia quella roba non è più merce. È un costo da smaltire. In quel gesto, i valori del consumismo e dell’iperproduzione mostrano già la loro fine inesorabile.
RECUP nasce esattamente lì, in quello scarto di tempo tra il valore e la spazzatura. Il cibo invenduto ha perso il suo valore economico: l’idea è restituirgliene un altro, sociale. Detta così sembra una formula. Detta in pratica è un modo di fare buona politica con le cassette.
Siamo a Milano, nel 2015, al mercato di Papiniano. Federica Canaparo e Ilaria Piccardi si conoscono dall’università e ci vanno per recuperare qualcosa in autonomia: una spesa gratuita, insomma. Lì incontrano per caso Rebecca Zaccarini, appena tornata da un Erasmus in Francia, dove molte persone si organizzavano per farlo insieme. «E così l’abbiamo fatto anche noi».
Nessuna delle tre veniva dall’attivismo o dal volontariato, nessuna aveva un’organizzazione alle spalle. «Eravamo delle outsider», dice oggi Canaparo, «imparavamo strada facendo». Per una cosa così semplice non esisteva nemmeno una regola a cui appoggiarsi: recuperare cibo a fine mercato non era legale né illegale, era una zona grigia, in un Paese che di norma ha una regola per tutto. I primi da convincere furono i vigili, che una scena del genere non l’avevano mai vista. Poi i commercianti. Ci sono voluti tempo e costanza per costruire fiducia, ma oggi si va banco per banco con un «Ciao! C’è qualcosa da recuperare?» e quasi sempre la risposta è sì. La parte difficile è far capire che si accetta solo cibo buono, anche se maturo, anche se ammaccato.
Il primo anno erano solo a Papiniano, un mercato enorme, pieno di gente: tanto cibo, ma anche tante persone con cui dividerlo. Se avanzava qualcosa, si andava all’ingresso della metro di Sant’Agostino a regalarlo a chiunque passasse. La logistica era tutta lì, e non è mai cambiata: si recupera, si seleziona e si distribuisce sul posto, senza furgoni né magazzini. «Il cibo che perdiamo è dove RECUP non è presente».
Non c’è stato un momento preciso, dicono, nessuna crescita improvvisa e nessuna crisi: solo un lento processo di consapevolezza. Nel 2016 l’associazione nasce ufficialmente e le fondatrici capiscono che quel gesto può essere un punto di partenza per migliorare la società. Poi arriva il Covid. Con tutto fermo, il Comune di Milano ha bisogno di braccia per selezionare frutta e verdura recuperate all’Ortomercato, per un progetto di pacchi alimentari. RECUP risponde con le sue persone volontarie, da marzo a giugno 2020. Finita l’emergenza, resta: oggi all’Ortomercato recupera in media 3 tonnellate di cibo buono in una sola mattina. Tre tonnellate, in una mattina, che altrimenti sarebbero diventate rifiuto.
Con i finanziamenti arriva anche la struttura, un team che può occuparsene di giorno e non nei ritagli di tempo: dieci persone. Nel 2021 la storia si ripete a Roma, dove qualcuno che conosceva il progetto milanese si chiede se si possa replicare nei mercati della capitale. Si può, con qualche aggiustamento: nei mercati coperti le persone coinvolte sono meno, quindi per ogni mercato RECUP si appoggia a diverse associazioni di sostegno alimentare. Oggi sono 24 i mercati tra le due città, 436 le tonnellate di cibo recuperate in un anno, circa 50.000 le persone raggiunte.
I conti, però, non tornano mai del tutto, e l’associazione non lo nasconde. I soldi arrivano dai bandi (comunali, nazionali e, da poco, europei) e dal volontariato aziendale e dal team building. Resta molto da fare per alzare gli stipendi di chi ci lavora e allargare il team. Ma fino a qualche anno fa, dicono, non si poteva nemmeno immaginare.
Chi ritira le cassette non è sempre lo stesso. Dopo il Covid si sono visti più giovani, e RECUP tiene a dire che la distribuzione non è solo carità: sono molte le realtà che si occupano di recupero alimentare solo per «dare del cibo ai poveri», dimenticando che esiste la povertà assoluta ma anche quella «invisibile», che sfugge alle statistiche basate sul solo reddito e nasconde privazioni sociali, culturali ed economiche. «Noi ci occupiamo di entrambe le categorie».
«Il vero traguardo non è essere sempre più bravi a recuperare ciò che viene sprecato, ma costruire un sistema in cui ci sia sempre meno da recuperare e nessuno debba rimanere senza cibo».
E poi c’è la fila in sé. Non si chiedono documenti né informazioni personali: la regola è condividere. In due città dove è sempre più difficile uscire dalla propria cerchia, per molte persone le occasioni di socialità sono poche e limitate alla famiglia o a un giro ristretto. Il banchetto diventa un posto dove incontrare chi altrimenti non incontreresti mai, e «crea relazioni che probabilmente non avresti avuto occasione di costruire in altro modo». Non è un effetto collaterale: per RECUP è il punto.
A questo punto la storia potrebbe chiudersi con il cibo salvato e la comunità che nasce. Loro scrivono in maiuscolo: «SI PRODUCE TROPPO!». Recuperare non basta. Serve a intervenire su ciò che è già stato sprecato, a renderlo visibile, a chiedersi da dove viene. Ma il problema sta a monte, in un sistema alimentare che produce eccedenze come se fossero fisiologiche e nel frattempo sfrutta suolo e persone. «Il vero traguardo non è essere sempre più bravi a recuperare ciò che viene sprecato, ma costruire un sistema in cui ci sia sempre meno da recuperare e nessuno debba rimanere senza cibo». Un’associazione che lavora per diventare inutile: non capita spesso.
Per arrivarci chiedono una cosa concreta: aree dedicate al recupero e alla redistribuzione nei mercati rionali, affidate al Terzo settore, e incentivi per i commercianti che conferiscono le eccedenze. Mettere a sistema quello che già si fa a Milano e a Roma, perché ciò che è nato dal basso diventi accessibile e replicabile anche altrove. Il loro ruolo, in questo scenario, sarebbe di «presidio e coordinamento». Le istituzioni, assenti all’inizio, hanno cominciato a rispondere: la Food Policy di Milano, con cui sono nati diversi progetti, e il Consiglio del Cibo di Roma, dove RECUP siede al tavolo sullo spreco. L’obiettivo è che la lotta allo spreco non resti una pratica individuale, ma diventi sistemica.
E alle prossime amministrazioni, a Milano come a Roma, chiedono di guardare oltre il piatto. «Usiamo il cibo come lente per leggere il contesto che ci circonda. Il diritto al cibo va di pari passo al diritto alla casa, alle politiche migratorie e al contrasto alla crisi climatica». Tenere tutto insieme, per immaginare un futuro dignitoso per chi abita queste città.
Adesso RECUP può festeggiare questi due lustri di sforzi con due grandi eventi. Il titolo dice tutto: „10 anni e un passato… di verdure“. Domenica 27 settembre, dalle 10 alle 20, RECUP apre le porte in entrambe le città, con ingresso gratuito e posti limitati. Per partecipare bisogna iscriversi ai singoli eventi sul sito di RECUP.
A Milano, alla Fondazione IBVA di via Santa Croce 15, la mattina passa tra estrazione del DNA dalla banana e colori naturali ricavati dagli scarti di frutta e verdura, poi alle 11:30 c’è il talk «In-contro lo spreco alimentare» con Maria Chiara Gadda (prima firmataria della Legge 166/2016 contro lo spreco, approvata nello stesso anno in cui è nata l’associazione), la content creator Rucoolaaa, una persona della Food Policy di Milano, Raffaele Avigliano della Dispensa Sociale di Bergamo e Francesca Sozzi di Fondazione IBVA. Alle 13 lunghe tavolate per JUNK FOOD, un pranzo collettivo 100% vegetale fatto con cibo recuperato. Il pomeriggio è di pane impastato tutti insieme, ricamo, swap di piante e CruciTerra!, un cruciverba gigante sull’ambiente. Aperitivo alle 18:30 con DISTRADA e musica.
A Roma, alla Città dell’Utopia di via Valeriano 3F, si comincia alle 9 con «Cuciniamo insieme!», poi si smonta la diet culture e ci sono laboratori per i più piccoli. Alle 13 pranzo zero waste con cibo recuperato, offerto gratuitamente alla cittadinanza. Nel pomeriggio panificazione, scarti di plastica trasformati in altro, cleanup, yoga dolce e un workshop per fare vini e bevande dalla frutta. Alle 17:30 l’incontro «Voci di comunità: storie di appartenenza, coraggio, libertà», con Plastic Free, Giovani per la Sostenibilità, Polimera, Terra! Aps, La Città dell’Utopia e RECUP. Alle 18:30 si chiude con l’aperitivo.
Insomma, è tutto apparecchiato per chi in questi anni ha contribuito e per chi lo farà domani. Il giorno in cui una cassetta di pomodori non varrà più zero perché a fine mercato non ne avanzerà nessuna, per loro, sarà il vero compleanno.










