La chemio

Un racconto della serie di ZERO 'Propagine. Storie del contagio'

Geschrieben von Andrea Maffi il 3 März 2020
Aggiornato il 10 April 2020

Illustrazione di Roberto Alfano

Le mani conserte sul grembo, seduta sul sedile del passeggero, Diana venne investita da una vampata di calore inaspettata, così abbassò il finestrino per far entrare la fredda aria di febbraio che sembrava quasi un’anomalia, considerando che il giorno prima si erano toccati i sedici gradi e Paolo, coi suoi quindici anni, si era potuto permettere di uscire in maglietta; aveva dovuto insistere molto col figlio per fargli prendere e portare con sé un’essenziale felpa di cotone con cappuccio e zip, in modo da proteggersi dal calo di temperatura serale sulla via del ritorno.

Anna, che guidava, distolse gli occhi dalla strada per guardarla: al suo fianco l’amica sembrava il fantasma della donna che, solo due anni prima, scoppiava di salute e sembrava padrona della propria vita.

Per la sua intera esistenza, Diana era stata una donna energica che si era divisa tra i suoi compiti di figlia, sorella, studentessa, artista, amica, amante, fidanzata, moglie, madre e zia. L’aveva fatto senza mai sbilanciarsi verso l’una o l’altra accezione, riuscendo nel difficile compito di conservare quel nucleo fondamentale della sua personalità che le permetteva di essere sé stessa al di là delle relazioni che la definivano in parte, proprio per la sua straordinaria forza di volontà pacata, ammirata da chiunque avesse condiviso parte del suo cammino. A chi la conosceva, non capitava di rado di accompagnarla per Lodi e incontrare persone mai viste, diametralmente opposte per carattere, provenienza ed età, che la salutavano con affetto, in totale confidenza. Questo perché Diana non metteva mai maschere, e viveva la vita e gli altri in maniera univoca, come se non avesse mai coltivato la capacità di mentire o adeguarsi alle circostanze, nascondendo una parte di sé.

Diana era la luce: priva di ombre, ti splendeva in faccia come sole d’agosto.

Dopo la diagnosi, invece, per molti suoi amici e per la quasi interezza dei suoi conoscenti, Diana divenne d’un tratto il suo corpo gonfio e il suo cranio glabro, corteggiato in quel momento dall’aria proveniente da fuori che, entrando dal finestrino, spingeva gradualmente all’esterno quella calda e un po’ stagnante dell’interno della vettura.

– Tiralo su che così ci prendiamo un accidente, disse Anna.

Diana rispose con un gesto, chiudendo il finestrino.
Al di là dell’ondata di calore inaspettata, sperava che una breccia col mondo esterno riuscisse in qualche modo a far defluire la tensione nell’abitacolo; le strade deserte e il silenzio artificioso, rotto solamente dal passaggio delle ambulanze, però l’avevano fatta desistere. Questa volta, quel gioco di vasi comunicanti non avrebbe funzionato.

Per una volta, Anna e Diana non fecero fatica a trovare posti liberi vicini all’ospedale.
Con l’arrivo del virus il giovedì precedente, le strade si erano svuotate, e il Maggiore di Lodi era diventata la meta prediletta di viaggi d’emergenza, da ricovero.
In questo stato di anomalia sanitaria, solo alcune cure ritenute strettamente necessarie per la salute dei cittadini venivano ancora erogate, come la chemioterapia a cui Diana stava per sottoporsi, per l’ennesima volta.

Al terzo ciclo, ormai Diana era abituata a tutto e allo stesso tempo a niente.

L’accoglienza di medici e infermiere di oncologia, l’attesa per il suo turno, il tempo che la gravità impiegava nello svuotare la sacca di liquido chemioterapico nelle sue vene, la successiva fase di sfasamento e nausea, e l’impressione terribile di essere, ogni volta, a un passo dalla morte, o dalla salvezza.

Questa volta, però, era diverso.

L’aria era affollata da una presenza macabra, che sembrava pronta a gettarsi sui già deboli per strangolarli fino alla fine e gettarli da parte, in una sorta di fossa comune della storia; un cimitero ignorato, dove, a venire seppelliti, erano i già infermi, gli idioti, i malati cronici, gli anziani.

Erano gli ultimi, questi: un mostruoso aggregato di corpi inestetici che non sarebbe mai apparso sulla prima pagina di un giornale, o su una copertina di una rivista alla moda.
Una fine mediocre era mediaticamente incontemplabile: nessuno avrebbe fatto di morti così prevedibili l’oggetto di una narrazione battente, che invece consegnava a giovani cool invincibili corone d’alloro scintillanti per premiarli del loro successo superficiale; era solo un pretesto per separare i forti dai deboli, consegnarli una visione dall’alto della vita, selezionarli fino a renderli rappresentanti di una specie diversa, aliena da certe preoccupazioni banali e per certi versi terrificanti. Rappresentanti di spicco della tenuta dello status quo.

Diana, essendo una donna di mezz’età che si era dedicata a coltivare ciò che aveva attorno con costanza, era tra loro.

Nella vita non era stata abbastanza egoista da costruirsi una carriera che le permettesse di bruciare i ponti con il suo passato e le sue imperfezioni: aveva conservato tutto, Diana, e in qualche modo, da tempo, era già in pace con sé stessa. Ciononostante, per volontà o istinto, continuava ad aggrapparsi a circostanze e ricordi e lottare, nella speranza di sconfiggere un male che sapeva tanto di cicuta, e di autosabotaggio.
Fu con giustezza, quindi – quando la suola delle sue scarpe da ginnastica color panna poggiò sul cemento freddo che costeggiava l’ingresso dell’ospedale -, che Diana sentì tutto il peso del vuoto che la circondava, e venne percorsa da un tremito di indecisione e paura.

Anna, scesa dall’altro lato della macchina, la guardava afflitta da sensi di colpa.
Al contrario delle altre volte, non era riuscita a mantenere il suo solito buon umore, dimenticandosi addirittura di accendere lo stereo per alleggerire il viaggio con un po’ di musica di sottofondo. Si era fatta prendere dalla tensione del ciclo di notizie, e mentre attraversavano la strada e si avvicinavano all’ingresso, sentiva il peso indescrivibile di un sistema immunitario depresso.

I reparti dell’ospedale erano stati smembrati e ricomposti, come fossero i pezzi di un puzzle che si cerca di completare una seconda volta.

Di fretta, si stava cercando di lasciare più spazio possibile all’arrivo dei contagiati dai comuni che componevano la scacchiera della provincia lombarda. Le altre urgenze, di colpo, sembravano agli occhi di tutti un peso secondario, il cui piatto della bilancia non era oggetto alla solita gravità che, per natura, li avrebbe fatti pendere verso la base.
Il poliambulatorio, il punto prelievo, il servizio di radiologia, quello di senologia e pure quello di vaccinazioni; il consultorio, la commissione invalidi civili, l’ambulatorio patenti, lo sportello di scelta e revoca, l’ufficio protesi e ausili: erano tutti servizi temporaneamente sospesi per via della carenza di risorse e investimenti, anche se pubblicamente lo erano in nome di una guerra al virus che stava consumando il territorio circostante, preso alla sprovvista da un fuori programma tutt’altro che piacevole.

Così Diana e Anna cominciarono a salire le scale che le avrebbero portare all’ingresso con il cuore in gola. Cosa sarebbe successo se, prima o dopo la terapia, Diana sarebbe entrata in contatto con quelle sequenze di RNA così contagiose? Come se la sarebbe cavata il suo corpo, già afflitto dalla malattia e dalla corrispettiva cura, altrettanto devastante?

La sua mente traboccava di se e di ma, e i pensieri le volavano in testa veloci come rondini ingannate da temperature anomale.

Mano nella mano con l’amica, prima di varcare la soglia del Maggiore, a Diana venne in mente un episodio di un febbraio di tanti anni prima.

In attesa di sottoporsi al suo primo esame universitario, Diana ripassava gli appunti seduta nel corridoio che dava sull’aula dove il professore stava interrogando i suoi compagni di corso. Erano stati mesi un po’ strani, quelli che avevano preceduto quel momento: mesi in cui la diciannovenne era caduta preda di una depressione inaspettata, alimentata da dubbi riguardo alla sua intelligenza e alla sua capacità di farsi valere da sé.
Quell’esame, Diana ne era convinta, non sarebbe stato solo un voto sul suo libretto universitario, quanto la prova provata di trovarsi nel posto giusto, o in quello sbagliato.
Sul punto di finire la penultima pagina di appunti, Diana dall’aula sentì chiamare il suo nome.
Diana era sola.
Raccolse borsa a tracolla, libri e appunti, e si sistemò la gonna di flanella per liberarsi da alcune pieghe.

Le amiche entrarono nella struttura ospedaliera: il corridoio dell’ospedale era affollato di presenze concitate, e, dal fondo, si sentiva della gente tossire.

Lodi, 3 marzo 2020