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Lontananze Elettroniche

Il filo elettronico di Milano Musica 2026 tra Scala, IRCAM e Camera Music di Verrando.

Geschrieben von Alberto Anhaus e Daniele Nava il 27 August 2026

Se c’è un filo che attraversa il programma di Milano Musica 2026 senza mai diventare un tema esplicito, è l’elettronica. Non tanto come repertorio autonomo, quanto come insieme di pratiche che intervengono sulla produzione, la diffusione e la percezione del suono. Nell’edizione dedicata alle Lontananze creative, l’elettronica compare infatti in forme molto diverse: come elaborazione in tempo reale, come spazializzazione, come estensione dello strumento acustico, oppure come elemento integrato in dispositivi audiovisivi più complessi. Uno dei casi più evidenti è il concerto del 18 maggio al Teatro alla Scala. Qui Carmine Emanuele Cella presenta in prima assoluta When the moon of mourning is set, concerto per vibrafono aumentato e grande orchestra. L’aggettivo „aumentato“ non descrive semplicemente la presenza di un’elaborazione elettronica, ma una diversa distribuzione del materiale sonoro nello spazio. Il vibrafono di Minh-Tâm Nguyen viene catturato, trasformato e reimmesso nell’ambiente di ascolto, producendo una relazione mobile tra sorgente strumentale, diffusione elettroacustica attraverso quattro grancasse di fronte all’orchestra e scrittura orchestrale.

Un altro nodo centrale è la collaborazione con IRCAM. Al Pirelli HangarBicocca, sotto i Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer, prende forma il segmento del festival in cui la mediazione elettronica emerge in modo più esplicito. In Trompe-oreille di Georges Aperghis e Metallics di Yan Maresz la tromba di Marco Blaauw viene continuamente ridefinita attraverso processi di trasformazione e diffusione, mentre il lavoro di Emanuel Nunes per violino ed elettronica affronta una questione storica della musica elettroacustica: la costruzione di un doppio strumentale, in cui il suono acustico si prolunga e si rifrange nello spazio elettronico. Nello stesso luogo, i lavori di Riccardo Nova e Jonathan Harvey per violoncello, sampler, pianoforte ed elettronica, eseguiti dal duo Dillon-Torquati, spostano l’attenzione sul rapporto tra risonanza, memoria sonora e spazializzazione, trasformando l’ambiente d’ascolto in una componente attiva della composizione.

Ma l’elettronica presente a Milano Musica non coincide necessariamente con la live electronics o con la trasformazione del suono in tempo reale. In alcuni casi agisce come principio costruttivo della composizione stessa. È il caso di Camera Music di Giovanni Verrando, in prima assoluta all’Elfo Puccini. Qui voce, strumenti elettrici, tastiera MIDI, elettronica e video non occupano livelli distinti dell’opera, ma partecipano alla costruzione di un unico ambiente performativo. Più che aggiungersi alla scrittura, la tecnologia ne costituisce una condizione operativa.

Questa condizione emerge anche in contesti meno immediatamente associati alla ricerca tecnologica; alla Fabbrica del Vapore, l’ensemble Schallfeld affronta lavori di Jérôme Combier e Benjamin Scheuer in cui elettronica, amplificazione e trattamento del suono agiscono come estensione della scrittura strumentale. Una prospettiva diversa ma complementare si ritrova nel concerto di Azione Improvvisa, dove i lavori di Andrea Lanza, Giovanni Bertelli, Marco Momi e Silvia Borzelli mostrano come la componente elettronica sia ormai entrata stabilmente nel lessico di generazioni e poetiche molto differenti tra loro.

L’aspetto forse più significativo non è dunque la quantità di elettronica presente nel programma, quanto la sua diffusione trasversale. Compare nella grande forma orchestrale, nella musica da camera, nelle performance audiovisive e nei progetti site-specific. È ormai parte integrante del linguaggio della musica contemporanea, anche quando la sua presenza non è immediatamente percepibile. Allo stesso tempo, il festival lascia intuire quanto questo terreno resti aperto. Se l’elettronica è entrata stabilmente nel lessico della composizione contemporanea, non sempre assume un ruolo realmente determinante nell’esperienza d’ascolto. Spesso agisce come estensione timbrica o come infrastruttura tecnologica; più raramente riesce a ridefinire in profondità il rapporto tra suono, spazio e presenza.

Per questa ragione un lavoro come il sopra citato Camera Music rappresenta uno degli episodi più significativi dell’intero festival. Non perché utilizzi elettronica e immagini (pratiche ormai assimilate dalla musica contemporanea) ma perché le assume come elementi costitutivi di una scrittura post-strumentale e di un pensiero autenticamente multimediale. Voce, strumenti elettrici, tastiera MIDI, video ed elettronica non operano come livelli sovrapposti, ma come componenti di un unico dispositivo performativo. Da questo punto di vista, Milano Musica 2026 restituisce l’immagine di un festival che ha ormai integrato pienamente la mediazione tecnologica nel proprio orizzonte estetico.

Voce, strumenti elettrici, tastiera MIDI, video ed elettronica non operano come livelli sovrapposti, ma come componenti di un unico dispositivo performativo.

L’elettronica attraversa il programma in modo capillare, dalla grande forma orchestrale ai contesti cameristici, alle pratiche audiovisive. Più rara appare invece la sua capacità di imporsi come principio organizzatore dell’esperienza d’ascolto, ridefinendo realmente il rapporto tra corpo, spazio e produzione del suono, e di generare domande sul suo rapporto dialettico con lo strumentale.

È forse proprio qui che si apre una prospettiva per le prossime edizioni: non tanto aumentare la presenza dell’elettronica, già ampiamente consolidata, quanto portarla sempre più al centro del discorso musicale, di lasciare che agisca in maniera più polarizzante e radicale sull’esperienza sonora. Tra le molte „lontananze creative“ evocate dal festival, quella tra gesto strumentale e mediazione tecnologica continua a essere una delle più produttive e meno esaurite.