Luci su Roma: tra le strade di Garbatella con STUDIOTAMAT

Scenario e ZERO vi portano in giro tra i quartieri della città con delle guide d'eccezione, scelte tra i protagonisti della progettazione, della creatività e dell’artigianato di Roma

quartiere Garbatella

Geschrieben von Nicola Gerundino & STUDIOTAMAT il 27 Oktober 2021

Foto di Flavia Rossi/Archivio Scenario

Gli ultimi due anni pandemici sono stati caratterizzati da dinamiche e movimenti agli antipodi: se da un lato la diffusione e la cura vaccinale del Covid hanno rimarcato una certa irreversibilità dei processi di globalizzazione, dall’altro il tempo di resilienza trascorso tra questi due momenti ha riportato tutti con forza a una dimensione iperlocale: quella dell’appartamento, delle strade attorno alla propria casa, dei quartieri, fino a riscoprire la città come una somma di unità e reti. Proprio su questo terreno ZERO ha incontrato nelle ultime settimane il lavoro di Scenario, realtà a cavallo tra Roma e Berlino che indaga il ruolo dell’immagine fotografica nella cultura e nella divulgazione architettonica e urbana, ampliandone la consapevolezza. Da questo incontro è nato Luci su Roma, un progetto editoriale che nei prossimi mesi vi porterà in giro per la città attraverso il racconto e le foto di alcuni dei protagonisti della progettazione, della creatività e dell’artigianato di Roma. Il quinto appuntamento è con STUDIOTAMAT, collettivo composto da Matteo Soddu, Tommaso Amato e Valentina Paiola, che si muove tra design e architettura, rivolgendo particolare attenzione alle tematiche energetiche e ambientali, al design industriale e allo studio del dettaglio. Con loro abbiamo fatto un viaggio tra le strade di Garbatella, quartiere che ha ospitato il loro primo studio e uno dei loro ultimi lavori: il restyling degli ambienti che ora ospitano il bistrot Tre de Tutto.

„Il nostro incontro con Garbatella risale agli anni dell’università, quando io (Matteo, ndr) e Tommaso seguivamo la specializzazione in Interni e Allestimenti alla Facoltà di Architettura e abbiamo conosciuto Valentina tramite amici in comune. Lei stava concludendo Urbanistica alla Quaroni. Abbiamo iniziato a vederci la sera e nei weekend nella casa dove allora vivevo – in via delle Sette Chiese, verso il Parco Schuster – intorno a una scrivania di Ikea, quella che credo tutti i fuorisede abbiano avuto! Prima di cimentarci in bandi incomprensibili e renderizzazioni interminabili, era d’obbligo fare un salto al Bar Foschi davanti al Palladium per una birra e un aperitivo veloce, o passeggiare la sera per il quartiere.

Ci piaceva girare intorno alle piazze circolari, entrare nei complessi di case con cortili interni, giardini e appezzamenti di terreni agricoli – i celebri „lotti“, un termine utilizzato solo qui e che racconta molto di come questo quartiere sia stato concepito e sviluppato – e attraversarlo nella sua accezione più domestica, tra spazi comuni e panni stesi sui fili che collegano balconi ed evocano sensazioni miste, intime e plurali allo stesso tempo.

Un quartiere che è un continuo rimando tra la sua storia, il suo passato neanche troppo lontano – con i suoi piccoli, storici bar o quelli diventati ora celebri grazie a qualche serie tv, con il centro anziani di via Pullino dove si gioca a bocce o a carte, o con gli edifici dei servizi degli Alberghi Suburbani, nati per ospitare i deportati dopo lo sventramento dei borghi – e un presente pulsante fatto di start up, spazi culturali e coworking, di luoghi come il Teatro Palladium o il vecchio edificio dei bagni pubblici, ora diventato la biblioteca Moby Dick dopo una lunga battaglia del quartiere.

Una volta, durante una di queste passeggiate, incrociammo un cartello di affitto di un garage scalcagnato in via Caffaro – vicino alla Casetta Rossa, storico spazio sociale autogestito – e capimmo subito che quello sarebbe stato il nostro primo spazio condiviso. Abbiamo iniziato la nostra avventura da veri e propri artigiani: progettando e realizzando arredi come coffee table, sedie e tavoli con strutture in ferro e lamiere colorate saldate da noi. Grazie a questi abbiamo partecipato a diversi festival e fiere della città che ci hanno permesso, con il tempo, di far capire meglio il nostro lavoro di progettisti. Abbiamo lasciato Garbatella due anni dopo, ma per noi rimane l’inizio di tutto, e se possiamo racchiuderla in una parola, questa è sicuramente sperimentazione, intesa anche come rivendicazione della propria identità in un quartiere che ti accetta senza etichette e compromessi„.