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Majid Bita, da Bologna, racconta l’Iran che brucia

Geschrieben von Salvatore Papa il 12 Januar 2026

Majid Bita vive e lavora a Bologna da più di dieci anni. Illustratore e autore, è arrivato in città dall’Iran nel 2014 per studiare all’Accademia di Belle Arti e da allora non ha mai smesso di raccontare il Paese da cui viene, prima con il disegno e poi sempre più spesso con le parole. Nel suo libro Nato in Iran, edito per Canicola, ha intrecciato memoria personale e storia collettiva, restituendo un Iran lontano tanto dalla propaganda del regime quanto dalle semplificazioni occidentali. È così anche nell’ultimo L’autobus incantato (Canicola, 2025), vicenda di ventuno intellettuali perseguitati come dissidenti politici, che sarà presentato mercoledì 14 gennaio alle h 18 in Biblioteca Salaborsa.

L’autobus incantato è un libro che parla di libertà di parola, di dissenso, di sorveglianza e di violenza dello Stato iraniano e che oggi, mentre il suo Paese è di nuovo attraversato da una rivolta soffocata nel buio, finisce inevitabilmente per somigliare fin troppo alla cronaca.

Le proteste sono riesplose a partire dal 27 dicembre 2025, innescate dal crollo della valuta iraniana. La svalutazione del toman, la moneta locale, rispetto al dollaro e all’euro, ha reso impossibile la vita anche per settori che per decenni avevano retto il patto implicito con il potere. Dal Bazar di Teheran la protesta si è, quindi, estesa rapidamente a decine di città, fino ad arrivare ai confini del Paese. La scintilla è stata economica, ma la rivolta ha assunto rapidamente un carattere politico e la risposta dello Stato non si è fatta attendere: repressione, arresti di massa, blackout quasi totale delle comunicazioni.

«Questo è proprio il momento che abbiamo sempre temuto», spiega Majid. «Quando chiudono internet non è mai un dettaglio tecnico. Significa che hanno deciso di fare qualcosa che non deve essere visto. Stanno preparando un massacro».

Secondo alcune organizzazioni per i diritti umani, le vittime sono centinaia, ma i numeri restano incerti.

«Le immagini che filtrano sono terribili», racconta Majid. «Alcune – e potrebbero essere fatte filtrare anche dal regime stesso – mostrano cadaveri nei sacchi neri per strada, fuori e dentro gli ospedali. Diverse fonti parlano addirittura di tremila morti. Ci sono testimonianze secondo le quali in alcune città esci di casa e ti sparano. Sparano anche sui feriti. E la cosa più inquietante è che lo fanno con arroganza, come se volessero proprio farlo vedere per dimostrare di cosa sono capaci».

Da Bologna, come per migliaia di iraniani in diaspora, la distanza diventa una forma di impotenza e le ansie davanti all’assenza di comunicazioni crescono. «Non abbiamo notizie delle nostre famiglie. Nessuno riesce a contattare nessuno. Ci sono persone che sanno che un fratello è uscito di casa e non è mai tornato. La gente va negli ospedali a guardare gli schermi per riconoscere i cadaveri e ti chiedono addirittura denaro per restituirteli. Siamo arrivati a questo livello».

Per Majid, però, il punto non è solo quantificare la violenza, ma respingere la narrazione che la circonda.

«La propaganda del regime la conosciamo benissimo: „ci sono gli americani“, „c’è il Mossad“, „ci sono infiltrazioni“. Queste accuse ci sono sempre state. Servono a etichettare e criminalizzare le persone che scendono in piazza. Non metto in dubbio i tentativi di infiltrazione, che esistono sempre, ma io ho parlato con i miei amici prima che chiudessero internet e dicevano chiaramente: scendiamo in piazza, ma non per Israele, non per gli americani, non per i monarchici. Per niente di tutto questo. Quello che vogliamo è solo liberarci dal regime. E poi bisogna dirlo chiaramente: le rivolte in Iran non sono iniziate questa settimana. Sono quarant’anni che la gente scende in piazza».

Majid insiste su un aspetto che spesso scompare nel racconto mediatico: la composizione sociale della rivolta. «Questa non è una protesta guidata dall’alto, non è una cosa da grandi città o da élite. Ci sono manifestazioni in città di cui io, da iraniano, non avevo mai sentito nemmeno il nome. È una rivolta che parte dal basso: lavoratori, studenti, classi povere. È una stanchezza accumulata da anni».

Anche per questo guarda con sospetto alle letture che riducono tutto a uno scontro geopolitico o alla ricerca di un leader alternativo. «Quello che mi fa più rabbia è che questo popolo viene negato due volte: dal regime e da fuori. Quando c’erano le immagini delle ragazze che si tagliavano i capelli per il movimento „Donna, Vita, Libertà“, era tutto più facile da condividere, più accettabile. Adesso ci sono, invece, anche uomini, lavoratori poveri, gente dei quartieri distrutti. Vengono uccisi come cani e nessuno vuole guardarli. È più facile etichettarli».

Nel frattempo, in alcune piazze compaiono slogan monarchici e appelli a Reza Pahlavi, mentre dall’estero arrivano dichiarazioni ambigue di sostegno, come quelle di Donald Trump o dal criminale di guerra Benjamin Netanyahu. Un terreno scivoloso che Majid teme possa peggiorare la situazione. «Se entra in scena un intervento militare esterno, è la fine. Il regime avrebbe tutto il materiale che gli serve per massacrare ancora di più. Sarebbe una tragedia: anni di guerra civile, sangue nelle strade».

Da Bologna, intanto, la comunità iraniana prova a non restare ferma. Molti e molte si sono ritrovati ieri in Piazza Galvani e lo rifaranno in una nuova più grande manifestazione sabato 17 gennaio alle h 11 in Piazza del Nettuno.

«Fino a due giorni fa – conclude Majid – speravo che l’aumento continuo delle persone in piazza rendesse il controllo impossibile, ma avevo anche paura che chiudessero internet e iniziassero il massacro. Ed è quello che sta succedendo. La caduta del regime sarebbe l’unica vera speranza, perché ha distrutto il Paese, ha tolto ogni motivo per vivere alle persone. Ma se anche questa rivolta verrà repressa, la prossima sarà ancora peggio. Oggi, quindi, la speranza è stata sostituita dalle preoccupazioni. L’unica cosa che chiedo è che non vengano lasciati al buio. Anche solo tenere aperta una voce, una connessione, può salvare delle vite. Non vogliamo interventi militari, ma aiuti concreti e pressioni politiche».