Milano Musica 2026 si presenta come una mappa più ampia e articolata, che ridisegna i propri confini abituali includendo nuovi spazi: Pirelli HangarBicocca, Piazza Sempione, il MEET di Porta Venezia, il Teatro Arsenale, il Teatro alla Scala, la Fabbrica del Vapore, il teatro Elfo Puccini, la Chiesa di Sant’Angelo, l’Auditorium Angelicum, la Sala Verdi del Conservatorio, il Palazzo Invernizzi e il Teatro Gerolamo. Luoghi con grammatiche molto diverse tra loro, pubblici diversi, aspettative diverse. Portare musica d’oggi in questi spazi chiarisce la mission del festival e getta luce sul titolo dell’edizione 2026: Lontananze creative, la chiave per capire come è costruito il programma. Lontananza tra strumenti acustici e digitali, tra Europa e Africa, tra un compositore newyorkese degli anni Settanta e uno ungherese ancora in attività.
Morton Feldman e György Kurtág, nati entrambi nel 1926, attraversano tutta la programmazione come fil rouge. Il dialogo funziona proprio per le distanze che li separano: Feldman scriveva pezzi di durata estrema e dinamica quasi impercettibile, in cui il silenzio è materiale compositivo quanto le note. Kurtág costruisce l’opposto – aforismi brevissimi, frammenti, una densità emotiva tutta compressa. Ciò che li avvicina è il loro rapporto con Samuel Beckett, e il tipo di ascolto che richiedono: lento, fisico, senza rete.
Andiamo nel vivo del programma. Il festival apre il 26 aprile alla Scala con il Quartetto Noûs – Kurtág, Berio, Adès e Guarnieri al Ridotto dei Palchi Toscanini. Il 27 aprile alla Chiesa di Sant’Angelo, Thomas Ospital, organista titolare di Saint-Eustache a Parigi, suona Messiaen, Ligeti e Guillou più un’improvvisazione finale. Il 28 aprile Filippo Gorini porta alla Scala il suo progetto Sonata for 7 Cities con nuove commissioni a Beat Furrer e Stefano Gervasoni: il pianista come parte del processo compositivo, ogni concerto esiste una volta sola.
Si prosegue il 4 maggio al Teatro Gerolamo, dove Paola Perrucci porterà un programma per arpa ed elettronica con due prime assolute di Adriano Guarnieri e la Sequenza II di Berio. Il 7 maggio Dario Calderone presenta il solo di contrabbasso del compositore Giorgio Netti, e il Trio Abstrakt propone un programma con prime assolute (Milica Djordjevic) e italiane (Alberto Posadas). L’11 maggio all‘Elfo Puccini, Camera Music di Giovanni Verrando in prima assoluta: quarantacinque minuti per voce, strumenti elettrici, elettronica e video eseguiti da Mdi ensemble, con un dialogo pubblico pre-concerto tra Verrando e la musicologa Ingrid Pustijanac.
Il 14 maggio vedrà esibirsi Fabrizio Ottaviucci al pianoforte, con un programma interamente dedicato a Giacinto Scelsi, e l’ensemble Azione Improvvisa con brani di Lanza, Bertelli, Momi, Borzelli. Il 18 maggio alla Scala ci sarà il Quartetto Noûs e Alda Caiello al Ridotto, la sera l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, Michele Gamba sul podio, e la prima assoluta mondiale di When the moon of mourning is set di Carmine Emanuele Cella per vibrafono aumentato e grande orchestra. Lo strumento di Minh-Tâm Nguyen viene trattato in tempo reale, le risonanze distribuite nello spazio. In programma anche la prima italiana di I don’t know how to cry di Haas e Siren’s song di Eötvös, scomparso nel 2024.
Tra il 19 e il 22 maggio alla Fabbrica del Vapore, la residenza delle Percussions de Strasbourg costruita attorno alla timbila mozambicana con il percussionista Matchume Zango: due sistemi sonori che si studiano senza che uno faccia da cornice all’altro. Il 24 maggio al Conservatorio Verdi, l’Orchestra di Padova e del Veneto diretta da Marco Angius porta Neither di Feldman – opera su testo di Beckett, raramente eseguita, trenta minuti ai limiti del silenzio.
Il 25 maggio è il turno dell’ensemble austriaco Schallfeld alla Fabbrica del Vapore, con brani di Combier, Scheuer, Bedrossian e Troiani. Il 28 maggio al Pirelli HangarBicocca, sotto i Sette Palazzi Celesti di Kiefer: Marco Blaauw alla tromba con Aperghis e Maresz, poi Francesco Dillon e Emanuele Torquati con prime assolute per violoncello, pianoforte ed elettronica. Il 29 maggio al MEET, Dance-off con Juliet Fraser, Hannah Weirich e Thomas Wegner – brani per soprano, violino, elettronica e video di Bauckholt, Poppe, Aperghis e Tjøgersen.
Il 3 giugno all‘Auditorium Angelicum, l’Hungarian Contemporary Music Ensemble in una serata monografica su Kurtág. Il 6 giugno il festival chiude al Conservatorio Verdi con i giovani musicisti dell’ensemble del Conservatorio: Takemitsu, Unsuk Chin, Dai Fujikura – tre compositori asiatici, tre modi di portare una tradizione lontana dentro la scrittura contemporanea.
Con 8 prime assolute e 13 prime italiane, il 35° Milano Musica 2026 ribadisce la sua natura di laboratorio in movimento, dove la produzione è parte integrante del racconto. Più che “spiegare” la contemporaneità, il festival la mette in circolo: tra istituzioni e spazi indipendenti, tra ascolto frontale e situazioni ibride, tra scrittura e performance.
Alla fine, la sensazione è che queste “lontananze creative” non vadano ridotte, ma attraversate. Milano Musica non prova a renderle familiari a tutti i costi: le espone, le fa coesistere, lascia che generino attrito. Ed è proprio lì, in quel margine un po’ instabile tra orientamento e spaesamento, che succede qualcosa.