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Perché la sottocultura maranza è solo un altro sintomo della crisi delle città

Geschrieben von Salvatore Papa il 23 Oktober 2026

Foto di Adnkronos

«Oggi, come non mai prima, ogni forma di vera dissidenza culturale, artistica ed esistenziale è rivoluzionaria. Per due motivi: uno perché il conformismo e il potere hanno incancrenito tutte le rappresentanze istituzionali e quelle più o meno mascherate intorno a loro, e secondo per il pullulare dei finti dissidenti, editori, scrittori, artisti, allupati come mandrilli verso il potere.» A scriverlo è Marcello Baraghini, fondatore di Stampa Alternativa e figura chiave delle controculture italiane, nell’introduzione a Corpi estranei di Pablo Echaurren, una guida del 2001 alle sottoculture e agli stili di vita estranei al conformismo o alla subordinazione. Anarcociclisti, raver, indiani metropolitani e molti altri soggetti che fino a non molto tempo fa era possibile trovare solo tra le pieghe della società e oggi, come noto, anche tra quelle dei social network. Tra questi oggi potremmo aggiungere sicuramente i “maranza”, etichetta nata per incorporare i più orribili pregiudizi razzisti, ma risignificata e rivendicata con orgoglio dall’interno e che, vista attraverso la lente delle sottoculture, vale tanto quanto “punk”, “teddy boys” ecc.

L’etimologia del termine l’ha spiegata Gabriel Seroussi, autore del libro La periferia vi guarda con odio (Agenzia X, 2025).
Seroussi ricorda che la parola non è affatto nuova, quello che invece è cambiato è il suo significato. Se negli anni 80 era già apparsa nell’album “La mia moto” di Jovanotti indicando genericamente i “tamarri”, è attorno al 2008 che i movimenti neofascisti iniziarono a utilizzarla come fusione di marocchino e zanza (truffatore, furfante in dialetto milanese). Da lì è diventata il termine dispregiativo sdoganato dai media per indicare quei ragazzi italiani, soprattutto quelli di „seconda generazione“ di origini nordafricane, che vivono nelle periferie delle grandi città e che sono riconoscibili per l’estetica, dal taglio di capelli (sfumato a pelle, con riga laterale o un accenno di soft mullet sul retro, detto anche „taglio malessere“) all’abbigliamento che associa le tute sportive acetate, le ciabatte di gomma e il cosiddetto sagging (i pantaloni calati fino a mostrare l’intimo) ai brand del lusso. E ovviamente per i gusti musicali rap e trap.

Come ogni sottocultura che si rispetti, anche quella „maranza“ è figlia della cultura dominante, non una causa, ma sempre il sintomo: una deviazione ribelle tipicamente giovane che esprime prima di tutto nello stile la sfida ai valori sociali delle generazioni precedenti. È, quindi, il mix violento di iperliberismo e razzismo sistemico ad averla generata, non i paesi d’origine, non le periferie, non la trap.

Davanti all’impossibilità di accedere alle promesse del consumismo capitalista, il maranza si appropria dei suoi simboli per eccellenza, i brand, per ribaltarne l’immagine perbenista, macchiarla con la povertà e i modi strafottenti. E tanto quanto il punk 40 anni fa, esprime «contenuti proibiti (una coscienza di classe, una coscienza della diversità) in forme proibite (le trasgressioni dei codici della moda e del comportamento, l’infrangere la legge, eccetera).» (Dick Hebdige, Sottocultura, Costa & Nolan, 2000).
Un’invasione di campo che ogni fine settimana si riversa nelle strade e nei centri dello shopping scatenando l’ennesima ondata di panico morale fino all’apoteosi delle rivolte del 17 ottobre.

«Il giovane, nella storia – scrive Valerio Marchi in Teppa. Storie del conflitto giovanile dal Rinascimento ai giorni nostri (Red Press Stars, 2014) – ha sempre rappresentato uno dei Folks Devils più gettonati: la sua figura ancora non del tutto definita, in qualche modo incompleta, facilmente strumentalizzabile, ha sempre funzionato da parafulmine per una società segnata da forti contraddizioni e distorsioni sociali, preda di sensi di colpa da tacitare con offerte sacrificali, appunto con capri espiatori […] il Folks Devils vi svolge un indispensabile ruolo di catalizzatore delle ansie, delle nevrosi, delle insoddisfazioni collettive suscitate da un modello sociale che nella crisi trova il proprio più conveniente equilibrio.»

Un dispositivo antico ma oggi più che mai attuale, come sottolinea anche Tommaso Sarti nel suo libro Pisciare sulla metropoli. (T)rap, Islam e criminalizzazione dei maranza (DeriveApprodi, 2025).
Per Sarti, le giornate del 17 ottobre non sono una parentesi improvvisa, ma la conseguenza storica di una rabbia lasciata inascoltata: «È quasi profetico quello che è stato scritto e quello che una componente della scena musicale ha cercato di dire in maniera molto diretta, senza che noi riuscissimo o volessimo ascoltarla: questa rabbia a un certo punto doveva esplodere, quello che doveva succedere è successo».

Anche per quanto riguarda la genesi del termine „maranza“, il meccanismo – afferma Sarti – è chiaro: «se voi continuate a descrivermi come un soggetto pericoloso e delinquente, a un certo punto io in quell’etichetta ci mi riconosco e faccio in modo che la vostra paura si concretizzi».
Ed è all’interno di questo corto circuito che va letta anche la nascita di nuove formazioni, di tipo spesso molto diverso tra loro, che vengono in maniera semplicistica chiamate „gang“: «Sono conformazioni fluide in cui c’è un ritorno forte alla ricerca della comunità tra chi comunità non ne ha. Le bande, nelle loro diverse forme, rappresentano una risposta e una sorta di famiglia di cui questi ragazzi e ragazze hanno bisogno in contesti duri dove mostrarsi deboli è un problema».

Da qui la spinta viscerale che ha animato le piazze durante i disordini, tra il rifiuto dei modelli imposti e il riappropriarsi simbolico della città: «Li abbiamo educati al mito di beni di consumo – giacche da centinaia di euro, pubblicità di lusso – per poi giudicarli in maniera netta quando compiono l’esproprio e colpiscono i simboli del capitalismo», conclude Sarti. «Nelle piazze abbiamo visto soggetti a cui hanno tolto ogni spazio e che portano in strada la loro vita e la loro quotidiana conflittualità: quando non hai nulla da perdere e vivi costantemente sotto lo sguardo giudicante della città, la rabbia esplode. Quelli che abbiamo visto in piazza sono veri e propri anticorpi di una generazione che non vuole piegarsi né sparire nel silenzio».

Ma se la reazione sociale al „diavolo popolare“ risponde a logiche storiche, a essere cambiato radicalmente oggi è lo spazio in cui questo panico morale si diffonde e si amplifica. Secondo Lorenzo Salmi, esperto di comunicazione digitale e fondatore di Spore Group, la variabile decisiva è la velocità reattiva della rete e la struttura stessa delle piattaforme: «Il meccanismo di fondo è simile a quello degli anni ’70, ma è infinitamente accelerato e distorto dalle piattaforme», spiega. «In passato la notizia e la reazione circolavano in tempi dilatati sui giornali. Oggi parliamo di minuti. I ragazzi creano contenuti digitali quasi a regola d’arte, che vengono poi dati in pasto agli algoritmi. E l’algoritmo, per sua natura, va a nozze con le emozioni primarie: premia la rabbia, la provocazione, il senso di minaccia e lo scontro, perché sono gli unici sentimenti capaci di generare ingaggio immediato. In questo modo il web soffia costantemente sul fuoco del panico morale, trasformando la rete non solo in una cassa di risonanza, ma nella nuova „piazza“: una scena e un palco virtuale su cui esibirsi, chiamare all’azione e far rimbalzare lo scontro».

Un mutamento che riguarda anche il linguaggio e i codici di appartenenza: «Se una volta il gergo giovanile si muoveva attraverso manifesti, fanzine e sguardi di strada, oggi impiega un lessico fluido, derivato in parte anche dall’ibridazione con la cultura del gaming. I codici stilistici e verbali con cui si comunica vengono spesso interpretati dagli adulti attraverso le lenti sballate di vent’anni fa», aggiunge Salmi. «Invece di comprendere la natura di questo nuovo linguaggio, si tende a ridurlo a mera minaccia, finendo per allargare ulteriormente la frattura sociale con la loro generazione».

È così che le città si ritrovano a fare i conti con una generazione lacerata dalla mancanza di riconoscimento e spazi di autonomia fisici, „corpo estraneo“ per definizione fin dalla nascita. Ragazzi e ragazze che smettono di subire passivamente il posto già assegnatogli nell’ultimo gradino della gerarchia sociale e usano lo stile, la rete e le piazze per costringere la società a guardare ciò che ha creato.