(T)rap e Architettura in scena in Triennale

Il Digital Talk che va dritto allo Zeitgeist

Geschrieben von Giada Biaggi il 13 April 2021
Aggiornato il 14 April 2021

Foto di Marco Aurelio Mendia

Ci era già arrivato Peter Greenberg nel 1939 con il saggio Avanguardia e Kitsch; il cui sunto oggi, forse, potrebbe essere parafrasato così: „L’uomo – in senso antropologico – è sia quell’animale che ascolta Sferaebbasta, sia quell’animale che non disdegna il Bauhaus“. A ribadire il concetto, oggi, arriva una Digital Talk in streaming il 16 aprile alle 18.30 sui canali social di Triennale (Instagram e You Tube). Nomi di lustro della scena come Rkomi, Frah Quintale e The Night Skinny entreranno in dialogo con Stefano Boeri, direttore di Triennale Milano, e Lorenza Baroncelli, Direttrice artistica di Triennale Milano. Il tutto sarà moderato da Bianca Felicori, giornalista e ricercatrice indipendente, nonché ideatrice del progetto di „(T)rap & Architecture“. Molt* di voi la conosceranno, forse, indirettamente per la sua pagina di post-mnemonica sull’architettura „Forgotten Architecture“. Un dialogo quindi quello messo in scena da Triennale che si configura sia come interdisciplinare, che come intergenerazionale – e che vuole spingere i limiti del dibattito critico del contemporaneo oltre lo spazio perimetrale del côtè di ciò che è, comunemente, considerato istituzionale.

L’uomo è sia quell’animale che ascolta Sferaebbasta, sia quell’animale che non disdegna il Bauhaus. A ribadire il concetto arriva „(T)rap & Architecture“

L’evento, powered by Adidas, si configura come una riflessione estetica sulla cultura pop e sulle sue conseguenza di quest’ultima nel modo in cui abitiamo le nostre polis; come in un quadro di Giotto, il videoclip diventa oggi una raffigurazione necessaria per rivoluzionare il modo in cui esperiamo la città e i suoi quartieri. Oltre ogni snobbismo intellettuale di sorta, l’approccio della Triennale con il setting-up di agorà postmoderne di questo tipo è quello proprio dei Cultural Studies – un approccio antropocentrico al massimo che fa cadere il confine tra alto e basso, tra atenei e strade; per rigeocalizzare l’umano nel punto di intersezione tra queste due dimensioni che più che opposte, possiamo iniziare a vedere come complementari e perché no, osmotiche. E se oggi l’immaginario di Napoli sta più a Liberato e a Sagg‘ Napoli che non a Luciano De Crescenzo e Pino Daniele – lo dobbiamo anche a come questi artist* hanno saputo agire nel campo dell’architettura sulla risemantizzazione del magma visivo della loro città.