Viaggio al centro dello Spin Time Labs

Ne parlano in tanti, ma in pochi ci sono mai entrati. Vi raccontiamo il cantiere di rigenerazione urbana di Via di Santa Croce in Gerusalemme.

Foto di Giovanni Barba

Geschrieben von Nicola Gerundino il 14 Mai 2019
Aggiornato il 15 Mai 2019

Lo scorso sei maggio, senza preavvisi, allo Spin Time Labs viene tagliata la corrente. 450 persone che occupano e abitano questo stabile, tra cui 98 minori, sono lasciati senza elettricità. Acqua calda, cucina, elettrodomestici, telefoni: non va più niente. Vengono lanciati immediatamente appelli e convocate assemblee – molto partecipate – che coinvolgono anche tante realtà di Roma che dentro lo Spin Time hanno iniziato a portare i propri contenuti. La notizia si diffonde e nella notte tra sabato e domenica, con un colpo di scena degno di una sceneggiatura cinematografica, interviene un cardinale dal Vaticano che letteralmente si cala nei cunicoli dello stabile e riporta la luce forzando i sigilli alla centralina, mettendo lo Spin Time al centro della cronaca e dell’agenda politica nazionale. Ma cosa è lo Spin Time Labs? Noi di ZERO ne seguiamo le attività da anni, pertanto ci è sembrato doveroso restituirne una fotografia ampia e nitida, scattata assieme ai suoi protagonisti, per evitare che distrattamente si pensi a questo luogo solo come a uno stabile qualunque e non come a una casa, un centro di vita. Le parole che leggerete sono quelle di Adriano Cava, uno dei portavoce dello Spin Time, che ringraziamo per aver fatto le ore piccole pur di rispondere al nostro invito.

Lo stabile di Via di Santa Croce in Gerusalemme all’interno del quale è nato Spin Time Labs.

SPIN TIME LABS: CANTIERE DI RIGENERAZIONE URBANA

«Lo stabile di Via di Santa Croce in Gerusalemme è stato occupato il 12 ottobre 2013 da Action a scopo abitativo. Si tratta di un’ex sede dell‘Inpdap, abbandonata dal 2011 circa, chiusa a seguito della soppressione dell’Ente stesso. Nel frattempo la proprietà, insieme ad altre decine in Italia, è passata a InvestiRE SGR e Banca Finnat. L’edificio è stato liberato e aperto il 12 ottobre 2013, diventando da subito casa per centinaia di persone bisognose. I primi ad abitarlo, quindi, sono stati direttamente i nuclei familiari. Spin Time è composto da persone di 17 nazionalità diverse: le più disparate. Alcune persone vengono da lontano e rientrano nei travagli della migrazione, altri sono più vicine ai drammi della disoccupazione italiana. C’è chi scappa dalla guerra o dalla persecuzione politica, chi dalla povertà e dalla strada. La cosa importante è che si tratta di persone che, nonostante le differenze culturali, geografiche, linguistiche e religiose, non solo convivono senza episodi di intolleranza o violenza, ma stanno costruendo un percorso comune, valorizzando le proprie differenze.

Poco dopo l’occupazione, all’interno dello Spin Time c’è stata una riflessione critica: si è deciso di aprire lo stabile e di farlo nel segno della rigenerazione urbana, dell’economia circolare e del bene comune. Così, al piano terra e -1 sono nate la falegnameria, l’osteria, il laboratorio di birra artigianale, la sala concerti, l’Auditorium e i vari sportelli sociali. Di norma, la contaminazione di un’occupazione abitativa con l’esterno non è per niente scontata: molte altre realtà sono (comprensibilmente) chiuse. Nel caso dello Spin Time, però, sia le dimensioni e la conformazione dello stabile, sia la volontà di sperimentare una combinazione nuova e molteplice, hanno reso possibile unire in maniera pratica il diritto all’abitare al diritto alla cultura, allo studio, alla città, al lavoro.

È molto difficile fare una piantina, gli spazi sono quasi tutti polifunzionali e, soprattutto, polivalenti. A seconda di cosa c’è dentro assumono un significato e un valore diverso, sia per chi li fruisce che per chi li vive. Sicuramente i sei piani di abitazioni sono il nucleo pulsante, 24 ore su 24, e anche quello più complesso, con, al tempo stesso, i tratti di una città, di un condominio e di una strada. Per quanto riguarda gli spazi culturali del piano – 1, l’Auditorium ha un valore particolare: quella che era la grottesca sala conferenze dell’Inpdap è diventata la casa di un’orchestra sinfonica di 30 elementi, l‘Orchestra Notturna Clandestina, e di un collettivo di teatro, Spin Off. Ma se capiti in alcuni giorni puoi trovarci dentro assemblee, riti religiosi senegalesi o concerti di musica sperimentale. La Sala L (sala concerti) è quella più vissuta la notte, tra eventi, live e feste di scuole. Poi l’osteria, che è stata la prima zona veramente restaurata e rigenerata. La falegnameria, nella quale fabbrichiamo il possibile. La Sala X, che ospita il teatro per bambini come le proiezioni queer de LaRoboterie, passando per le lezioni di tango. Al piano terra c’è il nostro hotspot, con la chiesa di Santa Croce che si occupa di distribuzione alimentare, ma anche di restauro d’arte sacra e dialogo interreligioso. C’è uno sportello di tutela sociale, una sala di olistica, una scuola popolare, un coworking e al terzo piano c’è una palestra. Ultimamente ha anche aperto la redazione di un giornale: Scomodo.

Come gli spazi, anche le rassegne e gli eventi sono incredibilmente variegati: è difficile riassumere tutto. Una presenza mensile che amiamo particolarmente è LaRoboterie, che sta portando grandi artisti queer internazionali, ma, soprattutto, crea ogni volta un clima di gioia e serenità impareggiabile per il tipo di lotta politica che affrontano. Da quest’anno abbiamo anche una stagione teatrale organizzata da Spin Off, che, al di là della bellissima proposta artistica – sono venuti già Cosentino, Sinisi, Amendola/Malorni – sta generando un dibattito culturale molto efficace, toccando i punti deboli del teatro romano: il binomio spazio-tempo, la questione economica, fino alla burocrazia e al rapporto dello spettatore con il luogo dello spettacolo. Poi c’è l‘Orchestra e il tango: presenze per noi presenze preziosissime, in grado di riportare a una dimensione popolare delle forme artistiche che nel tempo si sono ammuffite ai piani alti della società. Poi ancora il collettivo Lunatik, nato proprio dentro lo Spin Time, che organizza le feste techno, come anche No Sense Of Place Records. Da quest’anno anche Amen ha organizzato alcuni appuntamenti, portando avanti un discorso di clubbing d’avanguardia e costruendo una dimensione affiatata e verace. Ogni mese c’è anche il doppio soundsystem reggae di One Love e Baracca. Poi, ogni tanto, produciamo anche noi degli eventi: quest’anno abbiamo ospitato Molly Nilsson, Massimo Zamboni, Eartheater, Jerusalem In My Heart, mentre Unplugged In Monti ci ha portato Daniel Blumberg e Howe Gelb. Insomma, potrei continuare però sarebbe veramente lunga: la proposta culturale è ampia e su più fronti. quello che è importante è la coesistenza e, piano piano, la sinergia tra tutte queste realtà e le corde che riescono a toccare con le loro forme d’arte, che alle fine veicolano quasi sempre una bella iniziativa politica.

Con il quartiere il rapporto si sta costruendo negli anni. L’Esquilino è una zona molto particolare: storica e multietnica, piena di residenti, vicina alla stazione, all’università e anche al centro. Abbiamo un ottimo rapporto con la Rete Solidale Esquilino, con la quale ogni anno organizziamo un carnevale per il territorio, e con la Scuola Di Donato, con la quale abbiamo legami sia didattici che culturali e politici. Di questo in particolare siamo contentissimi, perché la loro associazione genitori ha un enorme capacità di coinvolgimento e inventiva – quest’anno ci sono stati degli esempi di solidarietà e disobbedienza civile verso la legge Salvini, ad esempio -. Proprio in queste settimane stiamo lavorando con loro e le altre realtà per costruire una mappatura viva del quartiere, cercando di capire dove poter fare rete e cosa dover far funzionare meglio. Negli ultimi due anni, durante gli open day e altri momenti di contatto e cooperazione, ci siamo resi conto di essere ben voluti, di offrire dei servizi e, soprattutto, di poter accogliere tanto da una zona che ha molto da dare. Poi per alcuni possiamo essere solo un covo di occupanti rumorosi, ma questo penso sia normale. Quello che per noi è importante, soprattutto ora, è metterci in posizione d’ascolto: capire dove creiamo problemi, dove li possiamo risolvere, dove lo si può fare insieme.

Noi ci autodefiniamo un cantiere di rigenerazione urbana, termine che recentemente è anche molto in voga, spesso però associato a progetti di tutt’altro tipo. Genericamente, con rigenerazione si intende un insieme di politiche atte al riutilizzo del patrimonio urbano preesistente. Questo però può voler dire tutto e niente. Ad esempio, c’è la rigenerazione delle grandi agenzie private immobiliari o para-culturali, che spesso è speculativa e fittizia. Noi abbiamo portato questo termine sul nostro orizzonte: abbiamo rigenerato un luogo – prima era abbandonato, ora è pieno di vita, prima c’erano uffici ora case, prima una sala conferenze ora un auditorium – e stiamo rigenerando tutta una serie di pratiche. Quelle economiche, ad esempio: stiamo cercando di mettere in primo piano l’economia di scambio e quella circolare a scapito di quella del profitto. Cerchiamo di far star bene chi lavora e chi usufruisce del lavoro, dando spazio in cambio di un servizio per la comunità. Rigenerare una città vuol dire ripensare e sovvertire il tempo e lo spazio morti che ci son dentro. È un discorso complicato, è evidente: il nostro auspicio è quello di non andare avanti da soli, perché una politica del genere affinché, affinché abbia successo, richiede un’iniziativa che sia presa da più luoghi in città.

Per gli spazi sociali di Roma questo è un momento delicato: c’è una situazione di rischio condivisa, ma c’è anche una volontà di resistere e continuare altrettanto diffusa. Nonostante le politiche nazionali e cittadine remino in direzione contraria, in giro per Roma c’è sia determinazione che solidarietà. Personalmente penso che ci sia una consapevolezza sul fatto che i numerosissimi spazi sociali di Roma in questi anni abbiano svolto un ruolo essenziale nello sviluppo della città: sostenendo territori, persone in difficoltà, ma anche inventando una cultura underground e resistente incredibile. Al momento lo Spin Time non è inserito nella famosa lista che gira sugli sgomberi prioritari, ma questo non ci tranquillizza più di tanto: siamo convinti ci debba essere non solo una solidarietà diffusa, ma anche una capacità di pensare un’opposizione efficace e condivisa. Quindi bisogna essere insieme, chi è dentro o fuori la lista, pronti a difendere l’altro.

Un momento di assemblea e confronto all’interno dello Spin Time. Foto di Mario Belfiore.

Con le istituzioni comunali negli anni ci sono stati vari tentativi di dialogo, più o meno riusciti. Con il municipio abbiamo un rapporto proficuo e positivo: ci appoggiano da sempre. Il Vicesindaco Bergamo si è mosso subito per questa vicenda della corrente, ma poi c’è stato nulla di fatto. Dal nostro punto di vista, l’amministrazione comunale è assente in questa città: è stato tristemente lampante nel caso del Baobab. Se è vero che ci sono pezzi di politica e istituzioni che si oppongono a questo clima di odio imposto dal Governo, sarebbe bene che, oltre alle parole, si arrivasse ai fatti. Soprattutto che non ci si muova solo in situazioni di emergenza e solo in determinati casi, ma sempre e comunque, per affermare un po‘ di giustizia sociale a prescindere».

LA CRONACA DEGLI ULTIMI GIORNI: FACCIAMO LUCE.

«La mattina di lunedì 6 maggio tutto il palazzo si è svegliato senza corrente: 450 persone senza luce e quasi senza acqua. È stato così fino a sabato sera, 11 maggio. Nel mentre ci sono state due assemblee pubbliche, un’iniziativa di sostegno tirata su da tutte le realtà che animano lo Spin Time e l’edizione annuale di SpinBrasil. Durante questo arco di tempo in molti hanno dimostrato solidarietà e vicinanza, soprattutto nei confronti degli abitanti. Tra bambini, malati e anziani la situazione era molto grave. Abbiamo scoperto man mano che la gestione dell’utenza fa capo ad Hera Comm, che c’è una morosità etc. È stata una settimana molto densa e dura, fisicamente e moralmente. Da un lato la situazione gravissima, le difficoltà del vivere il quotidiano con dignità, l’aspetto sanitario. Dall’altro, brancolando nel buio gli occupanti si sono fatti molta forza, sono stati determinatissimi e si è creata una comunità ancora più coesa di prima: una difficoltà comune, un danno comune, è diventata una lotta di tutti. Il sostegno ricevuto dall’esterno ha aiutato moltissimo: quello degli artisti che sono intervenuti, del pubblico che è venuto con le torce a illuminare le attività serali».

L’Auditorium dello Spin Time illuminato dalle torce del pubblico.

IL CARDINALE ELEMOSINIERE

«Come detto già prima, lo Spin Time, quando ha deciso di aprirsi e includere tutte le persone e realtà che operano a favore degli ultimi, contro la povertà e per l’affermazione dei diritti, ha iniziato anche un rapporto molto proficuo con la chiesa di Santa Croce e, in generale, con quel pezzo di Chiesa sociale veramente impegnato in questo tipo di lotte. Tre anni fa, durante uno sciopero della fame, abbiamo ricevuto addirittura una benedizione apostolica da parte del Papa. Quindi, il rapporto con la Chiesa e il loro sostegno non è nuovo: sapevamo che molti si sporcano le mani davvero. Senza dubbio il gesto del cardinale Krajewksi è stato clamoroso e noi ne siamo venuti a conoscenza solo pochi istanti prima che fosse compiuto. Un momento molto diretto e un gesto molto umano, molto coraggioso, ma anche spontaneo. Sicuramente c’è un carico politico dietro, ma di fronte alla necessità primaria di 450 persone senza corrente la risposta è stata schietta, ecco. Sicuramente anche la Chiesa è una istituzione complessa, piena di problemi e difetti, è difficile fare un discorso generico, però, almeno a livello predicativo e con dei segnali pratici, Papa Francesco ha impostato una politica sociale nuova – basta leggere l’enciclica „Laudato Si'“ per farsi un’idea -. Da sempre la Chiesa ha militanti vicini agli ultimi, sulle interlocuzioni mediatiche e politiche ora ha la voce più grossa e forse più lucida di molta politica.

Adesso pare che Salvini voglia denunciare Krajewksi, noi, per solidarietà e vicinanza, stiamo preparando una raccolta firme da presentare al Sindaco, che si è trasformata anche in una petizione per una deroga del decreto Lupi facciamociluce.org. Al momento la corrente c’è, stiamo lavorando per delle bollette calmierate, ma la faccenda è più complessa della narrazione mediatica: non è così facile per un’occupazione pagarle, il debito pregresso è intestato alla proprietà e tutta una serie di altre questioni. Noi però ci siamo e rimaniamo qui!».

Contenuto pubblicato su ZeroRoma - 2019-06-01