A un mese dall’uscita dell’album „AKA Danno“ e con il correspettivo tour in partenza, ci siamo seduti con Simone (Danno) e Lorenzo (DJ Craim) per parlare del lavoro certosino, sia a livello di testi che musicale, che c’è dietro ad un’opera che ha convinto da subito tutti. Raggiungere un tale livello di apprezzamento trasversale non era affatto un compito facile, viste le attese che circondavano l’uscita del primo disco solista di Danno, a più di sette anni di distanza dall’ultimo in studio con i Colle der Fomento. Una dose di hype che avrebbero intimidito molti artisti. Così come in “Adversus”, la produzione è affidata a Dj Craim, a consolidare un legame ormai ben definito, con qualche special guest in alcune tracce. Abbiamo ripercorso l’album andando a sviscerare le infinite citazioni nei testi del Danno – quasi a raccogliere la sfida della sua barra “prova a sgamare tutto quello che ho citato” – e le ispirazioni che hanno aiutato a comporre il tappeto musicale che accompagna le parole, sia nelle parti più intime che in quelle più battagliere. Tanti punti di partenza per affrontare altrettanti altri temi generali e fare un’analisi sull’hip-hop, sulla cultura e su quello che sta succedendo nel mondo intorno a noi.
"Aka Danno" è stato ricevuto positivamente in maniera unanime, sia da parte del pubblico che della “critica”, come si direbbe in termini cinematografici. Adesso è in preparazione il tour, come state e che risposta vi aspettate da parte?
Danno: Dal tour mi aspetto tanta fatica, ma anche belle soddisfazioni! Per noi la dimensione live è sempre stata prioritaria: a me piace stare sul palco, che sia con il microfono o dietro due giradischi, quindi siamo super fomentati. Sicuramente per entrambi sarà una sfida interessante, visto che è un live quasi completamente inedito: non mancheranno due o tre pezzi che mi porto sempre dietro, ma in evidenza ci sarà il nuovo disco, più alcune tracce bonus: cose che ho fatto io da solista o in featuring. Posso dire che ci sarà una piccola sorpresa per i fan di Artificial Kid…
Il tour sarà anche l’occasione per presentare il progetto Kill Bozo, l’etichetta indipendente con cui avete pubblicato il disco.
D: Sì, in tour verrà anche Suarez, che ha curato tutte le illustrazioni e la parte grafica assieme a Muges, un talentuosissimo ragazzo di Roma con cui abbiamo cominciato a collaborare. Nella Kill Bozo Records ci sono loro due, io e Craim. Per produrre la mia musica ci tenevo a essere indipendente, da qui l’idea dell’etichetta. È un progetto nato un po‘ sulla scia di quella che è stata la Tuff Kong Records: magari non produrremo tanti dischi quanto loro e sarà un’etichetta più incentrata sulla mia musica, ma non escludo che in un futuro potremmo divertirci con altri progetti che ci interessano. Ci piacerebbe collaborare anche con artisti americani, magari un EP prodotto da Craim con un rapper americano scelto da me: lui fa le basi, io faccio quello dietro le quinte con il sigaro!
AKA Danno” è stato un progetto che ha richiesto parecchio tempo, sia a livello di creazione che di brainstorming. Come è ando il processo di abbinamento tra basi e testi? So che Craim è uno che propone molti beat e ha molte idee...
D: Più che altro è la mia ciclotimia che decide! (ride, nda). Di certo è un processo che coinvolge molti aspetti e la psicologia delle persone gioca un ruolo molto importante in tutto quello che è la dimensione artistico-creativa. Ovviamente Lorenzo mi conosce molto bene, se mi manda dei beat che mi piacciono sa che accetto subito le sfide che mi lancia. Poi però, quando si tratta di concretizzare, passo da «sì, facciamo il disco!» a «no, non facciamo nessun disco!» a «sì facciamo il disco, ma mica con questi pezzi…». Quando alla fine si è accumulato tanto materiale mi sono completamente messo nelle sue mani e gli ho detto «ok, hai ragione tu!» e abbiamo cominciato a mettere dei punti fissi; il suo apporto è stato molto importante, perché a volte io perdo un l’obiettività su me stesso e passo dal sentirmi il numero uno al pensare che va rifatto tutto. Penso che alla fine l’album rispecchi anche questi miei saliscendi, le montagne russe della mia vita: ci sono dei pezzi dove espongo le mie debolezze, mentre in altri me la sento ancora “calla” come quando avevo vent’anni.
L'album, devo dire, suona in maniera clamorosa, mi ha colpito molto questa cosa. Da un punto di vista musicale è attualissimo.
D: Questo è merito di Lorenzo, perché io probabilmente ero più arroccato su certe posizioni musicali, sebbene abbia le mie curiosità. Ad esempio, ho quasi squagliato il disco „Blank Face“ di Schoolboy Q, che sicuramente non è un disco boom-bap in stile anni Novanta, anzi. Ci sono dentro parti cantate, funk, beat che non riesco a definire. Craim probabilmente ha una sensibilità più attualizzante, essendo DJ e producer, mentre io vivo tutto più da ascoltatore. Molte volte mi sono trovate a pensare «ma io non so rappare su questi beat…». Adesso molti rapper asciugano al massimo i testi, usano molte pause e meno parole rispetto allo stile classico. Infatti, nei primi tentativi ero andato a colpo sicuro e tra i beat proposti da Lorenzo avevo scelto quelli che suonavano in stile Wu-Tang Clan. Probabilmente ci avevo anche messo un testo che diceva “viva il Wu-Tang!” (ride, nda). Però poi mi ha spinto a fare qualcos’altro e ho detto «va bene, proviamoci».
Dj Craim: Ovviamente il tema della contemporaneità è discutibile all’infinito. Ho cercato di mettere assieme un certo numero di tematiche “classiche” della scrittura di Simone, che potessero però uscire in una maniera per lui inedita. Per trovare ogni volta uno spunto nuovo secondo me è necessario passare anche dalla forma. Penso a tutta una nuova generazione di musicisti che sono la naturale continuazione di ciò che mi piaceva, come appunto Schoolboy Q, ma anche alcune cose di Ghostface, del collettivo Griselda o di Kendrick Lamar. In loro c’è sia una freschezza che uno smaccato richiamo a quelle che sono le nostre radici musicali. Quindi una black music, ma anche un “prog black”, come quello Adrian Younge, dove si trovano una serie di elementi che non sono boom-bap, ma possono contribuire a questo tipo di racconto.
D: In realtà è un strada che abbiamo deciso di percorre già anni fa con Masito, quando abbiamo appunto affidato a Craim le produzioni di “Adversus”. A costo di rompere i coglioni ai nostri fan storici, gli abbiamo chiesto di evitare riferimenti nostalgici e non fare un album che richiamasse i nostri vecchi dischi. Dobbiamo fare qualcosa di nuovo, qualcosa che reputiamo giusto fare all’età che abbiamo, un’età adulta: unire ai testi una musica che sembri quasi suonata e trasformarla in hip-hop.
Dj C: Secondo me negli anni c’è stata un’incomprensione clamorosa rispetto alla discografia di Simone e dei Colle der Fomento. Io ci ho sempre sentito tanta sperimentazione, anche nei lavori prodotti da Ice One negli anni Novanta. In “Odio pieno” c’era una derivazione più americana, ma già in “Scienza Doppia H” parliamo di un rap su tappeti musicali molto meno convenzionali, così come poi è avvenuto con le produzioni di “Anima e ghiaccio”: era, in un certo senso, molto punk-rock come spirito. Per non parlare di Artificial Kid… Insomma, mi sembra che la loro discografia parli da sola anche per quello che riguarda la sperimentazione.
Da un punto di vista sonoro, la parte campionata rimane molto importante, ma è difficilissimo andare a identificare i sample. Sembra che i I campionamenti siano integrati all'interno di una struttura quasi per dare un effetto “suonato”.
Dj C: In realtà l’album è più campionato di quello che si possa pensare! Ci siamo spinti a largo e ci siamo ritrovati di fronte a un risultato anche inatteso. Potevamo tornare a riva e fare scelte diverse, ma alla fine il viaggio è stato lungo e bello e va bene così, perché arrivi in punti sia musicali che emotivi che non ti aspetti. Mi sono scambiato dei messaggi proprio in questi giorni con Coez, in cui gli ho raccontato che in questo disco ci sono pezzi di quasi dieci anni fa: la stesura di “Brucia Roma”, ad esempio, è del 2017, ma è una scrittura comunque omogenea e sembra che il brano sia stato fatto oggi, anche perché Simone ha una scrittura che sta un bel po‘ oltre il tempo.
D: Pensa se facevo uscire i brani quando li ho scritti! Scherzo… Il tempo che è passato è servito ad affinare, a volte a riscrivere quasi completamente tutto. Però è vero che alcune idee stavano lì da tanto ed erano proprio quelle a cui tenevo.
“Brucia Roma” è una canzone carica di significato, anche per il rapporto con Roma, che è una costante in tutta la tua la discografia. Parti con “S’io fossi foco” di Cecco Angiolieri, ma ci sono anche richiami evidenti a De André, Venditti, De Gregori. Forse è una mia impressione, ma a me ha ricordato molto anche “Mamma Roma Addio” di Remotti.
D: In realtà cito direttamente De André, che Cecco Angiolieri l’ha musicato. La sua versione di “ S’i‘ fosse foco“ la metto spesso all’inizio di alcuni miei dj set un po‘ più eclettici. Nella mia testa quindi c’era questa frase nella versione di Faber, ma poi le ho voluto dare un’evoluzione diversa.
Dj C: Comunque è la stessa cosa che mi ha detto Coez: «è Remotti!». Su di lui c’era un’altra idea, che però poi non è stata sviluppata.
Ultimamente ho sentito parlare Simone anche del libro di Valerio Mattioli, “Remoria”. In questo pezzo c’è anche un richiamo a quelle atmosfere?
D: Sicuramente quel libro mi ha dato tutta una nuova visione su questa città, più lucida e che ho subito sposato. Mi ha dato qualche input per “Brucia Roma”, ma anche per una visione generale su quello che è Roma.
Peraltro nel suo nuovo libro, “Novanta”, Mattioli dedica tanto spazio a Lou X, che viene citato sia in una barra che in un campionamento: mi sembra che il rapper pescarese stia avendo un ritorno di fiamma nella memoria collettiva.
D: Io ci sono cresciuto con Lou X! Da ragazzino ho suonato insieme a lui e i primi dischi di rap italiano che mi sono stati spediti da Disfunzioni Musicali sono stati Onda Rossa Posse, „Stop al panico“ e le cassette di Lou X e di Menti Criminali. Lo seguo dai tempi di „Rappresaglia“. Lou X era forse il più “street” di tutti negli anni Novanta, ma in maniera diversa da quella a cui eravamo abituati. Era totalmente viscerale, lo percepivi. Me lo disse anche una volta a Militant A: Lou X è veramente un guerriero dentro. Noi stavamo facendo i primi passi e lo vedevamo più adulto, staccato rispetto a tutti gli altri e anche molto diverso dal resto della scena e da quello che ci arrivava dagli Stati Uniti. In quel periodo eravamo innamorati di un’attitudine, di un suono, fondamentalmente di un’idea, c’era una sana competizione all’interno della scena, anche quando ce la prendevamo con alcuni gruppi più commerciali. Era un’idea di appartenenza, di identità. Ma siamo dovuti diventare qualcos’altro per capirlo e forse anche questo ha contribuito a far riscoprire alcuni nomi di quel periodo storico. Anche perché, se l’hip-hop ha la capacità di raccontare la realtà, allora è più importante che tu conosca la tua di realtà, che non è quella dell’hip-hop americano. Noi ci ispiravamo, “rubavamo”, che è una cosa diversa: prendo quello che mi serve, le smonto e poi lo riuso a modo mio. Non ti sto copiando, te l’ho proprio tolta quella cosa: te l’ho presa e trasformata in qualcosa di nuovo.
Un po' come i nostri registi si sono approcciati al western. Non a caso li citi spesso.
D: Ma anche Quentin Tarantino. Lui studia tutta una filmografia, ci va proprio in fissa e finisce per dire «io pure devo fare una cosa così». Anche a me a volte capita di sentire qualcosa e volerla riproporre. Io sono un amante delle citazioni, ma cerco sempre di citare qualcosa che mi piace. Mi sento a disagio se per chiudere una rima sono costretto a usare il nome di un attore di cui fondamentalmente non me ne frega un cazzo. Sin dagli inizi ho sempre cercato di non citare mai un brand a caso, piuttosto provo a buttare dentro un testo un personaggio di un fumetto che mi piace.
Parlando ancora di hip-hop old-school, oltre a Lou X ci sono tantissimi altri rimandi: “Mary Mary” dei Run DMC, LL Cool J con “Rock the Bells”, gli immancabili Public Enemy e Wu-Tang, addirittura una citazione a Mellow Man Ace, che forse in pochi si ricordano…
D: Mellow Man Ace l’ho conosciuto un po’ per caso e ho scoperto solo anni dopo che è il fratello maggiore di Sen Dog dei Cypress Hill. Da ragazzino avevo questo 45 giri di un suo pezzo che si chiamava “Mentirosa”, con doppia versione anche in spagnolo. Mi piaceva tantissimo, soprattutto per la parte degli scratch nel ritornello. Anche „Mary Mary“ dei Run DMC mi piaceva moltissimo perché era super scratchata: mi fomentava quell’idea di creare un ritornello senza nessuno strumento e senza neanche cantare. Tornando a Mellow Man Ace, quando con Masito, Primo e Grandi Numeri abbiamo fondato il gruppo FDC, andavamo i pomeriggi a casa di Primo perché lui aveva il giradischi, il mixer e il microfono con cui provare a rappare. Primo e Grandi avevano fatto un pezzo che si chiamava “Maledetto affare”, che era contro la moda, contro l’abbigliamento e i dress code dell’epoca. Masito e io ci accodavamo sul pezzo, ci scambiavamo i versi e rappavamo sempre su questo beat di Mellow Man Ace. Ci sono alcuni brani che ti aprono delle porte magiche.
Visto che hai detto di citare quello che ti piace, partiamo con la parentesi "Star Wars", di cui ci sono riferimenti a rotta di collo: "non sono woke, sono Wookie e ti stacco le braccia"; "sparo per primo come Han Solo"; poi c'è il Beskar e soprattutto c'è Andor, che secondo me è una delle migliori produzioni cinematografiche degli ultimi anni in generale, non solo all'interno della saga di "Star Wars".
D: Allora, mettiamo i puntini sulle i: di „Star Wars“, se bisogna essere veramente sinceri e non ragazzini sfegatati, io salvo la prima trilogia originale, ovviamente, e, come film, „Rogue One“. A livello di serie salvo solo due cose: il Baby Yoda della serie “The Mandalorian”, che è pure una bella serie ma si regge solo sul Baby Yoda, e poi „Andor“, perché è fatta dagli stessi di „Rogue One“. „Andor“ – faccio un commento ironico alla ZeroCalcare – è la serie più „ACAB“ che ho mai visto: ha un fortissimo antiautoritarismo. Sono i diseredati, gli schiacciati che decidono che adesso basta! Anche se sanno di andare a morire, comunque si organizzano perché si sono fatti rodere il culo. Non c’è uno Jedi, non c’è una spada laser, non c’è niente dell’immaginario classico di „Guerre stellari“. Si sono risollevati da alcune serie terribili, che quasi mi avevano fatto passare la voglia… Vader resta uno dei villain più incredibili di tutto il cinema e mai come in „Rogue One“, nella sua ultima apparizione cronologica, gli hanno reso giustizia: sembra ancora più cazzuto. Vader in fin dei conti è un mascherone di plastica, un uomo anziano con l’asma. Invece lì arriva, non dice niente e in cinque minuti ti ritrovi a dire «Madonna, Vader che cazzo è!!!». Da fan chiaramente si passa per varie fasi: da bambino stavo in fissa per Darth Vader e tutti gli imperiali; da adolescente ho cominciato ad apprezzare Han Solo, vecchia volpe! Ora dico che il vero cuore di „Star Wars“ è Chewbecca. Lui per me è la quota hip-hop: magari non si capisce quando parla, ma ha troppo stile, ti intimidisce con la sua sola presenza. Infatti, quando Sean Price fece il pezzo „Chewbecca“ ero contentissimo. Cominciava il pezzo nominandolo, poi però non diceva più niente su di lui. Ecco, Sean Price mi ha insegnato questa roba: puoi pure mettere in un testo anche una parola a sé stante, perché poi diventa un’immagine, un qualcosa che suona bene. Puoi dire una cosa e poi andare da tutt’altra parte.
C'è anche tutto un immaginario di fumetti e cinema: Philip K. Dick, Bukowsky, il Neuromante, Kyashan, l’anime post-apocalittico…
Dj C: Nella versione deluxe dell’album c’è un pezzo che esaurisce il tema fumetti più che egregiamente, „Fumo di china“. Lo abbiamo scritto per un documentario che è in uscita, „Generazione fumetto“.
D: Barra dopo barra cito tutti i fumetti che mi sono piaciuti, su un beat fatto da Craim che richiama l’universo arcade anni Ottanta.
Dj C: Ho fatto una ricerca su videogiochi derivanti dai fumetti di quegli anni. In America ne sono stati fatti veramente tanti: penso che le colonne sonore venissero composte e approvate nel tempo di un caffè perché alcune erano veramente inascoltabili! Ho dovuto lanciare il cuore oltre l’ostacolo del diritto d’autore e rifatto il sound da capo. Vediamo che esce fuori e se arrivano ingiunzioni… In fondo la quinta disciplina dell’hip-hop è rubare, chi sono io per contestarlo!? Secondo me è uscito un pezzo molto figo, soprattutto perché c’è la sensazione di aver chiuso un tema e la possibilità di pensare a quali soggetti affrontare dopo. Quindi per ora i fumetti li abbiamo chiusi, „Star Wars“ invece non lo chiudi mai, credo…
D: No, non lo chiudi mai. Trovi sempre una metafora che può andare bene, c’è poco da fare. Come „Fantozzi“, che è un altro un mio must. Tornando sul discorso fumetti, in „Baseball Furies“, la prima traccia del disco, comincio con „sono barbari cimmeri“ in riferimento a Conan, che si ricorda per il film, ma per me è anche un fumetto della Marvel e, soprattutto, una bellissima serie di libri di Robert Howard. Con „demoni sumeri“ invece invoco Cthulhu, quindi il richiamo è sia a Lovecraft che al gioco di ruolo e, di conseguenza, ad „Alone in the Dark“, che è stato il primo videogioco in prospettiva cinematografica di quel filone, che poi sarebbe esploso con „Resident Evil“. Subito dopo dico „tutto nella testa di quest’Eleuteri/scorre il sangue della stirpe dei Serpieri“, con un doppio rimando al mio cognome, perché mio zio è Paolo Eleuteri Serpieri, un disegnatore degli anni Settanta/Ottanta ancora in attività, famoso principalmente per „Druuna“ e le sue avventure spaziali tra l’erotico e il fantascientifico, in cui si accoppiava con tutte le specie aliene che incontrava. È stato anche tra i migliori disegnatori di „Tex“ e si diceva che fosse uno dei più bravi a disegnare i cavalli che, a quanto pare, è una delle cose più difficili nel mondo del fumetto. Poi in quelle strofe, oltre all’ovvio richiamo a „I guerrieri della notte“, c’è Bertolucci, un po‘ Bukowski quando dico „troppo tempo a bere vino, a bere birra“, c’è Tom Waits, c’è il rap old school, c’è la mia attitudine da guerra, c’è il blues e c’è anche la mia presa di posizione politica, „fanculo ogni nazi col mito di Odin e di Thor“.
Con questo tema arriviamo a un altro brano, “Il blues di Gundabad”. Lì c'è anche un lavoro di riappropriazione sull’immaginario de “Il Signore degli Anelli”, visto che per troppo tempo è stato cooptato da una certa parte politica.
D: Anche perché solo in Italia c’è stata questa deriva! Io non voglio fare il provocatore a tutti i costi, parlo proprio da fan di lungo corso del fantasy. Capisco che una certa letteratura e mitologia si sposi molto bene con un immaginario di destra: il guerriero con la spada, l’eroe senza macchia. Ma „Il Signore degli Anelli“ è una roba super complessa ed è assurdo portarla da una parte o dall’altra: è un un mondo intero, con tantissime zone al suo interno. Io non ho mai capito questa associazione con gli Hobbit che hanno fatto i fascisti – perché loro stessi si definivano fascisti, il Fronte alla Gioventù e soci. Gli Hobbit sono fondamentalmente degli hippy, a piedi nudi, in un mondo completamente loro in campagna, a fumare erba pipa. Poi non hanno un re, non hanno un duce, mentre ce l’hanno tutti gli altri: ce l’hanno gli elfi, gli umani, i nani, ma gli Hobbit proprio no. Da ragazzino di fantasy ne leggevo tanti: ammetto che all’inizio mi piaceva più „Conan“, perché era fatto di racconti brevi, mentre ne “Il Signore degli Anelli” ci sono descrizioni infinite, canzoni, a quell’età invece vuoi correre. Adesso apprezzo molto di più la creazione dettagliata di un universo complesso, prima invece volevo lo scontro: quando è che si combatte? Quando lanciano le magie? Secondo me, anche I libri game hanno cambiato tutta la mia generazione e l’hanno avvicinata al fantasy, al concetto di gioco di ruolo; li ho sempre trovati qualcosa di intelligente da regalare a un bambino. Purtroppo il mondo dei giochi di ruolo l’ho praticato poco perché poi l’hip-hop mi ha portato a stare fuori, non intorno a un tavolino a tirare i dadi, ma è un mio grande rimpianto: due anni fa ho rigiocato per un paio di giorni online e sono andato fuori di testa!
In "Distorsore" invece c'è chiaramente un riferimento a Stove God Cooks, già dal titolo in cui viene abbinato a Philip K. Dick - e torniamo anche all'immaginario di fantascienza. Da un punto di vista musicale invece volevo sapere da Craim come è nato il richiamo a quel tipo di sonorità e se hai creato una base da cui poi è nato il testo.
Dj C: Ho creato un loop che, in qualche modo, sentivo infilasse una lama. E non la toglieva mai. Quando lo ascolti c’è un equilibrio che ti porta a quella sensazione lì, come se non dovessi fare quasi nient’altro. L’altra cosa che ho aggiunto è un sample preso da un celeberrimo speech reggae. E anche quel loop non ti molla mai. Tutta la struttura, a eccezione della chiusura, ti dà l’illusione che scompaia più di quanto in realtà non faccia, perché durante il pezzo ritorna di nuovo con forza quando Simone fa la citazione de “La donna cannone”. Questo suono serve anche a dare una sottolineatura al testo: all’inizio stava in un altro punto della struttura musicale, poi, quando ho ascoltato le rime, ho detto «no, deve stare a chiusura del quarto», in modo che mi potesse regalare quell’accordo molto forte con „La donna cannone“. Il pezzo comunque ha avuto un travaglio lungo: è nato in un momento in cui Simone stava molto male. Alla fine mi ci sono veramente affezionato, mi dà qualcosa di molto intimo e onesto. Il riferimento a Stove God Cooks è molto hip-hop: è totalmente Simone, è totalmente Artificial Kid, è paranoide…
D: È „Taxi Driver!“ Quando ho sentito quella base, quella nota jazz, l’ho associata subito all’atmosfera di „Taxi Driver“, la cui colonna sonora va verso un suono quasi anni Ottanta, con un sassofono molto importante e un utilizzo di alcuni elementi jazz per creare un’atmosfera notturna, solitaria e fredda. Quel beat ti dà vibe da „Taxi Driver“, ma c’è anche un salita verso una punta di dolcezza e, allo stesso tempo, di dramma. Questo mi ha portato a scrivere un testo intimo, in un momento in cui ero in rotta di collisione con l’universo. La prima stesura del testo era ancora più amara, poi Craim mi ha convinto a non essere così antipatico. Era un’estremizzazione di un pensiero che poi effettivamente non rispecchiava veramente il mio, ma in quel momento volevo davvero essere molto antipatico…
Dj C: Qui Lou X ci sta benissimo, per questo approccio sospettoso sia verso la società che verso sé stessi: sono sospettoso con tutto, con tutti, pure con me, con il mio passato, c’è qualcosa che non va. Secondo me restituisce proprio questa sensazione.
D: Ti confido anche questo dettaglio: nella prima versione avevo messo ogni quattro barre una voce che diceva, “Something is wrong”, c’è qualcosa di sbagliato, e la ripetevo, perché in qualche modo volevo comunicare a tutti i costi a chi mi stava intorno, e probabilmente anche a me stesso, questo: „c’è qualcosa di sbagliato“. Poi l’ho tolta, perché forse era eccessiva. Già alla fine del pezzo c’è l’altro campionamento reggae, anche se messo in un altro contesto rispetto all’originale. Quel pezzo parlava della cocaina („Cocaine in my Brain“ di Dillinger, ndr), ma nel mio caso è l’insetto sottopelle, il mio pensiero ossessivo che continua a girare nella testa.
In “Vamos a la playa” e “Il blues di Gundabad” invece le tematiche sono più quelle dell’attualità politica, riassunte dalla tua barra “è inutile che stiamo a fa gli mcs se poi non dimo un cazzo”. In questo momento c'è più di necessità di esporsi?
D: Io mi sono sempre esposto, anche se ogni tanto qualcuno si sorprende e mi dice «ah ma io pensavo che…». Beh, pensavi male! Anche se forse non ho l’indole da capo popolo e non è quello il mio ruolo, cerco comunque di avere una visione più globale, non solo riferita al mio orticello, perché sono convinto che quello che succede nel mondo poi influisca molto anche in quello che succede a casa tua. Mai come oggi il mondo è interconnesso e mai come oggi quello che vedo mi spaventa; figurativamente il mio ruolo è quello di chi suona l’allarme, poi ognuno può decidere per sé: potete anche rimanere a casa, ma io lo devo dire che ho paura. Quello che succede ad esempio in America è spaventoso per uno che comunque ne ha visto tante fasi e l’ha anche contestata in periodi in cui, in confronto a oggi, sembrava il paradiso. Si può parlare di quello che succede in Europa cercando di avere una prospettiva più ampia, anche a costo di sembrare un po’ rompicoglioni: io l’ho visto arrivare Berlusconi, l’ho sentito parlare e governare e ho sentito persone dire che li avrebbe fatti diventare miliardari come lui, oppure che era simpatico e un bell’uomo. Da quel momento in poi non ho più avuto tanta fiducia e ho cominciato a capire che il problema non è soltanto chi ci governa. I vari Andreotti, Cossiga, Craxi, magari il concetto di cultura lo rispettavano solo formalmente, ma avevano la capacità di dialogare e si mettevano a confronto anche con gli intellettuali più spinosi e critici… Adesso siamo alla mattanza dei tonni e quel che è peggio è che i tonni non vedono l’ora di imboccare nella rete. La nostra società è stata intossicata anche per quello che riguarda il processo informativo: è difficile capire come riuscire a informarsi bene. Ormai il dubbio è instillato in ogni singola notizia: sono state così tante le notizie false, gonfiate, che oggi tu non credi fondamentalmente più a niente. Allo stesso tempo, diffido di chi dice che alla fine sono tutti uguali, non è un discorso che vale.
Tornando a “Gundabad”, ormai è evidente che il mondo ha abbracciato l'idea di essere gli Uruk-hai.
D: Il punto è proprio questo, chi prima stava zitto oggi si sente legittimato a non esserlo più. Adesso sono usciti fuori e si stanno vendicando: non vedono l’ora di dire una brutalità dopo l’altra. Poi, se vai a vedere quello che fanno in concreto, forse non ci credono neanche tanto, ma in qualche modo è una posizione che paga, perché io non penso che la gente sia andata tutta a destra… Penso che oggi stiano votando persone che prima non votavano, mentre chi votava prima è più disilluso e non vota più. Chi prima diceva “ma che te frega della politica” ora invece dice “a me questi piacciono, hai sentito che ha detto er generale?”. È il discorso che fa Baricco nel libro “I barbari”, non dobbiamo neanche troppo avere paura di certe cose: se al primo posto in classifica ci va il libro di Ezio Greggio o chi per lui, non sono cambiati i gusti, sono nuove le persone che vanno a comprare i libri. Chi compra il libro scritto bene c’è sempre, però c’è anche questa nuova umanità che per la prima volta si fa vedere, si mostra ed è orgogliosa. A volte è un po’ ignorante e materialista, con questo proliferare di foto, di oggetti, di cose di lusso: è un fenomeno nuovo con cui è difficile confrontarsi. Lo dico senza volontà di giudicare, ognuno fa quello che si sente, però se me lo spiattelli davanti agli occhi è inevitabile pensare „ammazza come siamo ridotti male, come siamo abbrutiti“. Secondo me questo processo è partito con Berlusconi, che ha detto all’italiano „ma che cazzo te ne frega di leggere i libri, ma viva la figa, viva il calcio e viva fare i soldi e basta“, giustificando il non curarsi di tutto il resto per andare avanti più leggeri, ma anche per essere più manovrabili: meno ti addentri nelle faccende e più abbocchi alla prima cosa che ti viene detta. E comunque, per assurdo, siamo arrivati a dire che, rispetto a Trump, Berlusconi era un’altra cosa! Trump è brutale, è un macellaio di una violenza incredibile. Io non capisco come si possa anche solo voler essere associati a lui. Sì, a volte è neccessario anche essere alleato di uno così, sennò la macelleria ti va contro, però vedere gente che smania mi fa veramente cadere le braccia… Berlusconi lo capivo di più: era un affabulatore, uno showman che faceva lo spettacolo: era molto italiano in questo, tra il cabaret e Alberto Sordi. Oggi invece siamo uno slasher movie e stanno facendo tutti il tifo per il mostro, che può andar bene quando sei ragazzino e vedi lo slasher movie, ma non quando il mostro è vero e ti sta inseguendo…
Sul lato musicale ne “Il blues di Gundabad” c’è questo piano che è molto interessante e vede collaborare anche Motta.
Dj C: Il piano è un’idea di Simone. Il brano nasceva su un beat del Cuns, molto più scuro, poi Simone mi ha mandato un pezzo di un pianista dicendomi “sai che fatto così potrebbe prendere prendere una piega tutta diversa?”. Quindi ho provato a risuonarlo, ci ho messo sopra l’acappella ed effettivamente gli dava un twist nuovo. Poi ci siamo fatti aiutare da Motta nel suo Flamingo Studio a risuonare quegli accordi, a ritrovare un pochino quel sapore: a quel punto ho ricampionato gli appoggi suonati da Motta, così da aggiungere delle sottolineature. Motta ha suonato anche in „Brucia Roma“, sul finale della seconda strofa ha aggiunto qualche synth: si è innamorato subito del disco e anche il regalo che ci ha fatto per il ritornello di “Svegliami” è arrivato come ultima aggiunta, si è sentito trascinato e ha condiviso con Simone il tema del pezzo: è venuto a vedere cosa avevamo fatto, gli è piaciuto e ci ha messo il ritornello per partecipare insieme a noi al progetto.
A proposito, ho letto che anche tu stai imparando a suonare un po' di strumenti?
Dj C: Allora, io non sono uno studente mediocre, di più! Ho avuto una difficoltà incredibile, da sempre. Penso però che chi crea musica deve avere più o meno in mente cosa sia una timbrica. Magari anche senza chiamarla così, magari arrivandoci attraverso un processo inverso che parte dal suonato senza conoscere lo strumento. Per „Il blues di Gundabad“ mi sono messo a studiare armonie e progressioni, perché mi interessava arrivare a certo risultato. Ma è già da „Adversus“ e dai lavori con Kaos che ogni tanto prendo in mano una chitarra e provo ad arrivare a quello che mi serve, con tutti gli errori del caso che a volte, magari, rivelano anche cose interessanti. Però ecco, al di là di questo, dire che sto studiando degli strumenti oltre ai giradischi forse è ancora un po’ azzardato, anche perché pure con i piatti non ho dovuto studiare: “suonarli” per me è sempre stato naturale.







