Un sodalizio scritto negli astri quello tra Anna Caragnano e Donato Dozzy. I due si sono incrociati diversi anni fa e nel 2015 hanno pubblicato un album memorabile, „Sintetizzatrice“ in cui l’elettronica dell’uno giocava con la voce dell’altra, trasformando ogni parola in beat, campionamento, suono: tanti piccoli mattoni con cui costruire strutture musicali più grandi e trame più ampie. Non è un caso che il brano più noto di quell’esperienza discografica si intitolasse proprio „Parola“ e, allo stesso modo, non stupisce che sia diventato un anthem internazionale, rilanciato ovunque, fino ad arrivare alla runway di Fendi. A distanza di due lustri, eccoli di nuovo ritrovarsi in studio per un altro lavoro, per certi versi lontano, ma per altri in perfetta continuità con „Sintetizzatrice“. Parliamo di „Tamburi“, nuovo album di Anna che è un omaggio alle percussioni e alla sua terra, la Puglia – Anna è nata a Taranto, in un quartiere che si chiama proprio così, Tamburi. La parola stavolta è quella dialettale, la tradizione popolare scavalca l’elettronica in 4/4 e i testi sono decisamente più viscerali. L’album è uscito per Nautilus, una nuova etichetta fondata da Pietro Micioni e da Donato stesso, che ha anche curato gli arrangiamenti del disco. Ne abbiamo parlato in questa intervista, a pochi giorni dal live di debutto che ci sarà il prossimo 23 maggio a Perugia nella Basilica di San Pietro per il format Utopia. Una chiacchierata in cui sono stati toccati temi decisamente poco convenzionali per chi è abituato a immaginare la musica di Donato e la voce di Anna unicamente in un dancefloor: il mare, il Sud, la musica folk e tradizionale.
All'incirca dieci anni fa usciva un album realizzato insieme a Donato. "Sintetizzatrice". Cosa è cambiato per te in questo lasso di tempo?
Sono cambiate molte cose, sia fuori che dentro. Sono diventata mamma, ho ascoltato e scritto molta musica. Ho studiato. Penso di aver capito un po’ meglio cosa dire e come dirlo con la musica.
"Sintetizzatrice" era in italiano, qui è il dialetto a farla da padrone. Anche in questo caso ti chiedo cosa è cambiato.
In „Sintetizzatrice“ le parole, più che essere „in italiano“, erano usate come suoni. In “Tamburi” invece parlano un po’ di più. Ho deciso di usare il dialetto perché ha il suono della mia terra e il disco parla della mia terra. Nei brani volevo imprimere un suono così come è impresso nei miei ricordi. Un racconto sonoro.
Tutti i brani sono in dialetto tranne uno, "Grani". Come mai?
Perché non ho sentito la scelta di utilizzare il dialetto come “limitante”. In „Grani“ è come se volessi raccontare qualcosa di viscerale, ma da cui posso distaccarmi. Una sorta di abdicazione dall’ego. Per volontà e pratica.
Il titolo dell'album, "Tamburi", ha un significato plurale. Si riferisce alla forte presenza di percussioni nei suoi brani, ma anche a un quartiere di Taranto, città da cui provieni. Ci puoi raccontare di questa doppia connessione?
Ho sempre trovato poetico il nome del luogo dove sono nata. Anche se poi mi sono spostata in provincia, mia madre è cresciuta in quel quartiere e quando sono nata era ancora lì. Quando negli anni tornavamo a trovare mia nonna, che era rimasta ai Tamburi, mi sembrava davvero di sentirli. E quando ci ritorno mi sembra di sentirli ancora.
Che rapporto hai con il Sud in generale e con la sua cultura musicale in particolare?
Tutto quello che ho vissuto e vivo entra a far parte del mio immaginario, ma quello che si vive da bambini, quello che non studi ma assorbi, sicuramente ti plasma più in profondità. Il Sud è la mia terra, le mie radici. Me lo porto dentro ovunque vado. Nei suoni, negli odori, in alcuni modi di affrontare le difficoltà.
Sud è anche mare: che influenza ha sulla tua musica?
Sono nata nella città dei due mari. Il mare significa quindi tante cose, ma, più di tutte, per me è abisso. Potrei dire, usando poche parole, che ho un rapporto amniotico con il mare. Mi riconduce all’inizio di tutto.
Dal vivo come vedremo riproposto quest'album?
In una versione più elettronica ed energica. Alle percussioni e al basso c’è Umberto Vitiello, che ha partecipato come musicista e arrangiatore al disco; poi Filippo Scorcucchi, che ha curato anche la grafica dell’album, ai synth. Altro componente importante è Cristiano Boffi, il nostro fonico, che sta facendo un lavoro superbo con i suoni.
Quali saranno le prime tappe di presentazione?
La prima tappa sarà a Perugia il prossimo 23 maggio, nella Basilica di San Pietro. Si tratta di una location non convenzionale per un concerto dal vivo. L’obiettivo è valorizzare l’acustica naturale dello spazio per amplificare la risonanza della voce e ottenere una resa sonora più nitida. Per l’occasione utilizzeremo un sistema audio artigianale, progettato specificamente per favorire il dialogo tra la voce, il pubblico e l’ambiente. Vorrei portare la musica di „Tamburi“ ovunque si possa ballare e “viaggiare dentro”.
Passo a Donato e all'etichetta su cui è uscito "Tamburi", Nautilus. Come e quando nasce questo progetto?
Nasce nel 2025 dall’intesa con il mio caro amico e mentore Pietro Micioni. Il Nautilus è la discoteca di San Felice Circeo dove ci siamo conosciuti nell’estate del 1990.
In cosa si differenzia rispetto a tuoi altri progetti discografici, come Spazio Disponibile o Maga Circe?
È un etichetta dedicata interamente alla produzione e diffusione di progetti cantautoriali e affini.
Nautilus, come Circe, rimanda a un immaginario marino. Faccio anche a te la stessa domanda fatta ad Anna: che influenza ha il mare sulla tua musica?
Enorme. Come detto, sono cresciuto a San Felice Circeo e sono abituato al mare sin da bambino. Il flusso delle onde, i movimenti costanti, simili ma mai uguali, hanno influenzato il mio modo di comporre. Penso ai loop: il principio è quello. Passo ore ad osservare (e ascoltare) il mare senza stancarmi mai; lo stesso concetto lo applico alla musica.
Ci puoi raccontare come vi siete incontrato con Anna e qual è stato finora il vostro percorso artistico comune?
Ci siamo conosciuti per via dell’intuito di Paolo Micioni (fratello di Pietro). Un bel giorno Paolo mi chiama e dice: „Donato il tuo percorso è bello , ma non ancora completo, ti manca il confronto con la voce“. E così è stato. Nel 2015 abbiamo fatto uscire „Sintetizzatrice“, lavoro incentrato interamente sulla voce di Anna e fortemente ispirato dagli esperimenti di Demetrio Stratos.
In che modo percepisci la parola e la voce da un punto di vista musicale e come cambia il tuo modo di scrivere quando ci sono parole e voci?
È una cosa che mi stimola enormemente:“Tamburi“ è un lavoro diverso rispetto a „Sintetizzatrice“, Anna e io abbiamo comune origini e probabilmente era arrivato il momento di farle emergere, in qualcosa che potesse essere uno statement e allo stesso tempo un tributo alla nostra terra: la Puglia. Anna ha scritto le canzoni ed io ho contribuito ad arrangiarle. amo lavorare con la voce. Ma in questo caso la separazione delle competenze non è stata affatto netta, abbiamo lavorato insieme sulla produzione a tutto tondo.
Dal punti di viste della produzione, come hai lavorato su quest’album?
„Tamburi“ è un lavoro diverso rispetto a „Sintetizzatrice“, Anna e io abbiamo comune origini e probabilmente era arrivato il momento di farle emergere, in qualcosa che potesse essere uno statement e allo stesso tempo un tributo alla nostra terra: la Puglia. Anna ha scritto le canzoni e io ho contribuito ad arrangiarle.
“Tamburi” ha un forte imprinting folk, popolare e tradizionale. Questo tipo di musica fa parte normalmente dei tuoi ascolti e della tua ricerca? Se sì, cosa ascolti e cosa ti affascina?
Amo il folk, è saldamente ancorato alle mie origini e alla tradizione della mia famiglia. Negli anni ho esteso il mio interesse al „folklore“ di tanti Paesi e ho acquistato dischi di ogni tipo e colore. Sono un grande fan di Walter Maioli, che in Italia ha fatto delle ricerca sul sul folklore un’arte .


