Anna Magni

La mano e la penna dei Disegnini

quartiere Navigli

Geschrieben von Piergiorgio Caserini il 3 Juni 2021
Aggiornato il 15 Juni 2021

Foto di Marco P. Valli

Disegnini, ahahahahahah, Cavalli Scontornati, Partite Iva di Sinistra (PIS), Playlistcorte.it, tutto questo è Anna Magni, che con i suoi Disegnini ha tappezzato i Navigli sotto nostra richiesta. È un’amica che si annoia; forse per questo sa usare benissimo il tempo ed è in grado di mettersi a fare un mucchio di cose, come avete potuto leggere, oltre che la designer.

Anna, ciao. Partiamo dal tuo take over per Zero sui Navigli, quanto ti sei divertita?

Guarda, stava per entrare il secondo lockdown e non lo nascondo: ero disperata.
Il primo l’ho retto abbastanza bene, ma ero molto preoccupata per come potessi reagire al secondo. Durante il take over per Zero mi sono divertita molto, l’ho vissuta come l’ultimo barlume di libertà. Mi ha dato una bella ondata di positività, ho addirittura pensato poi di passare tutto il secondo lockdown a mettere altri manifesti in giro per la città con delle frasi politiche e profonde come per esempio: “CHE BELLA LA DROGA”.

Parole sante. Dal tuo sito, che è molto simpatico, abbiamo visto che hai un mucchio di progetti personali, staccati dal tuo lavoro di designer. Ce n’è uno che mi ha lasciato perplesso, quello con il meme, dove io stavo lì a fare refresh isterici ma non cambiava mai. Che cos’è?

Ahahahahahah.

Questo è il titolo del progetto: sei volte “ah”.  E c’è un meme, sì, ma non cambia. Tecnicamente avrebbe dovuto farlo, ma poi mi sono annoiata. È un problema strutturale della mia vita. Cavalli Scontornati è un altro progetto, per esempio, il primissimo, il “primordiale” fatto con due miei cari amici (ciao patati <3). I restanti progetti sono interamente miei e ho deciso di metterli tutti sul sito perché sono tanti, e lo sono perché davvero mi annoio in fretta, con il risultato che comincio a fare un sacco di cose, divertendomi, a volte per sopravvivere a volte no. Sono semplicemente una parte di me. Playlistcorte.it è stato invece un progetto fondamentale durante il primo lockdown, in cui, tra l’altro, non lavoravo, ero tra quei “fortunatissimi” chiusi in casa a non fare nulla, niente di niente, facevo le playlist, le copertine e mi relazionavo con tante persone, facendomi sentire meno sola, capisci? È stato divertente. Ti confesso, in ogni caso, che seppur all’inizio avessi preso bene la quarantena, tra tutto quel tempo libero, morto, per fare le mie stronzate, l’arrivo delle tasse ha definitivamente tolto l’aspetto comico della cosa.

lol (non c’è niente da ridere)

Ok, raccontaci un po’, come nascono i Disegnini?

Allora, io ho i miei illustratori prefe, che sono David Shrigley, Wasted Rita, Dottor Pira (lui fumettista e MAESTRO)… Sono artisti che scrivono e disegnano, facendo “disegni brutti” – tenendo sempre a mente, però, che queste persone sanno disegnare benissimo, sono artisti. Molto semplicemente, quando ho visto che si poteva dire qualcosa disegnando così, ho provato anche io. Sempre senza troppe aspettative, per il gusto di provarci, sempre per una questione di noia profondissima, sai, del tipo: “sto male e devo fare qualcosa”. Solo a un certo punto ho capito che poteva essere davvero qualcosa e ovviamente l’ho capito molto tardi. [Ride.]

Quando e come?

Pensa, è da otto anni che faccio ‘sti cazzo di disegnini. In quarantena ne ho ovviamente fatti tantissimi, da quelli depressi a quelli simpatici a quelli sfigati, carini e così via, finché non mi arriva la chiamata da Rizzoli Lizard per farci un libro che uscirà a fine giugno. E lì ho detto: “AH”. E quella è stata un po’ la consacrazione di un progetto che è sempre stato per me una fuga dalla realtà. D’altronde scrivo e disegno per me e per nessun altro. Da questo punto di vista, la quarantena è stata una grande botta ma anche un periodo di riassestamento. A me è servita, ti dirò. Rivalutare certi tipi di rapporti, sia con gli altri che con me se stessa, un periodo molto divertente ma che non rifarei mai più. Direi che è grazie anche a questo periodo che ho centrato delle immagini di me, rispetto a cosa voglio fare. Fino a prima era tutto molto a caso, randomico, istintivo. L’istinto è importantissimo e di certo serve, ma usato male e a cazzo, è solo sopravvivere, mentre saperlo usare quando occorre è un’altra cosa.

Beh, i Disegnini sembrano effettivamente un diario, viscerale e istintivo, no?

Esatto, nasce tutto lì. Realizzo le cose che faccio a distanza di anni, direi quasi che sono “biblica” in questo. All’inizio è tutta una pulsione, per i Disegnini è stata quella di aver voglia di dire la mia, di scriverla. La cosa poi è cambiata nel tempo, se mi metto a leggere i Disegnini degli anni passati trovo letteralmente un’altra persona, di cui riconosco però i periodi belli e quelli brutti. Sai quante volte mi ritrovo a pensare: “ma che cazzo stavo scrivendo?” Pensa che la mia migliore amica, che mi mette un po’ d’ansia di tanto in tanto, citando parola per parola i Disegnini, riesce a scorgere negli anni un percorso vero e proprio, ci legge il cambiamento che ho fatto come persona; a volte nei Disegnini ho scritto cose di cui mi sono completamente dimenticata. Pensieri a cui ero arrivata e che sono sfuggiti nel tempo. Poi devo dire che la mia memoria è andata, eh. Non so la tua…

Abbiamo avuto condotte di vita importanti, diciamocelo. Non so se sia per questo, ma rivedere e rileggere è sempre un rivedersi e rileggersi, alla fine.

È la lezione dei Disegnini: l’importanza di rivedere, di rileggere, tanto per avere un’idea un po’ più nitida del cambiamento. Si tratta di una cosa bellissima, anzi, bisognerebbe avere la costanza di farlo, di battere la pigrizia del rifare qualcosa, del rileggere per esempio, e rifarla proprio con l’intenzione di rivedersi a distanza di tempo, di capire come si è cambiati, come si vedevano le cose ieri e come le vediamo oggi. Ecco, in questo senso Disegnini è anche un fil rouge della mia vita, un mettersi di fronte a uno specchio e capire un po’ di più chi sei e chi sei stato, giorno per giorno. Effettivamente mi sono resa conto che quello che mi interessa in fondo è evolvermi come persona, più che la fama o quelle robe lì. Ovviamente non è che me ne sbatto se qualche progetto ha successo, anzi, ma noto che per tanti è il metro di misura per la propria vita, un confronto che io non ho, per niente, e mi va bene così. Ho più a cuore un’evoluzione di testa, capire come essere più amica di me stessa. Perché ho visto che le maggiori frustrazioni, i sintomi dell’odio, eccetera, partono troppo spesso da un’incapacità di accettare la propria condizione. Essere amici è questo, no? Accettarsi in tutto e per tutto. E se fosse così, molto probabilmente, tutti sarebbero più pacifici, più inclusivi, e a cascata livelleremmo tutto il resto, dal razzismo, all’omofobia in poi.

Che ci dici invece dei Navigli?

Guarda, ho vissuto l’educazione siberiana della provincia comasca, un paesello tra i boschi e i prati con le montagne all’orizzonte. A guardarlo da qua, da Milano, mi fa sempre un po’ di tenerezza. Sarà perché, malgrado tutto, rimane sempre casa, ma anche perché ogni volta che ci torno si fa evidente la differenza che c’è tra qui e là, tra lo stimolo vivo della città e quello che la provincia ha da offrire. E in fondo ho sempre voluto scappare da lì, prima con il pendolarismo e poi avvinghiandomi al quartiere, finché Milano e i Navigli non sono diventati casa mia. Sto facendo anche dei sogni incredibili su questa cosa, mi sento come se stessi tagliando il mio cordone ombelicale, e nei sogni vengono fuori tutte quelle cose, ma in versione follia.

 

Io pure, e devo dire che mi mancano gli orizzonti alla fine. Cioè, quella linea piatta, aperta e ripetitiva, quell’infinito della pianura che si vede dalla finestra di casa mia e che a Milano ha il profilo squadrato dei palazzi.

Io penso sempre che si è un po’ quello che si vede. Tipo, se abiti a Como e apri la finestra in una giornata uggiosa, il lago è piuttosto deprimente, le montagne ti si chiudono intorno, e il comasco si ritrova a essere una persona un po’ chiusa. Io, nella provincia, in mezzo alle montagne, vedevo i prati e i boschi, e per me venire qua è stata una storia come l’avventura di Fievel che sbarca a New York. Palazzoni, strade affollate… Per certi versi si finisce sempre a cercare i luoghi dove si è nati e cresciuti. Non si scappa, ma alla fine li ritrovi nei posti che abiti. Qua ci sono scorci a cui sono affezionata, come la cupola di Santa Maria del Naviglio, al tramonto, quando passo di fianco a parco Segantini, di ritorno a casa. Ho un ottimo rapporto di vicinato, e la quarantena ha aiutato in questo. Ho trovato quello che ho lasciato dalla provincia, ma in maniera diversa. C’è una piccolezza della vita di quartiere che si ha tanto con gli amici quanto con le cose che voglio fare. L’avere vicino il Pinch, per esempio, che è il mio bar di fiducia, dove mi conoscono e io li conosco, oppure il Valà, in una traversa di corso Genova, un locale di amiche… È un costante ricercare e trovare ambienti amichevoli e familiari, dove ai parenti biologici si sostituiscono gli amici.