Mentre parliamo prende il telefono e scatta una foto allo specchio davanti a noi e mi dice «vedi, è questo che vedo del mondo». La foto è bellissima: uno scorcio che risalta tutte le macchie del vetro e che inquadra male la lampada old style che ci penzola alle spalle. Io, dal suo stesso punto di vista, non avrei mai visto niente di tutto ciò.
I lavori, le fotografie, di Aria Ruffini partono da questo, dettagli scuri, oscuri e sporchi. Luce polvere buio umori. Sono i residui che ci restano addosso dei sogni e del processo sublime che accompagna l’elaborazione del trauma. Insomma, Aria parla di vita.
E così ha accettato di stare al mio gioco, una passeggiata di immagini nel suo mondo, visioni e scorci senza continuità di causa che ci portano nel profondo. E tutto questo lo abbiamo fatto al Vertigo, che è un posto che di vita vera ne sa a palate.
Benvenute nel mondo di Aria.
«Voglio alterare la realtà, non aderirvi».
Un autoritratto.
Vivo in modo situazionista, seguendo un ritmo disordinato e improvvisato. Non amo i programmi né gli orari: mi affido alle occasioni, alle finestre che si aprono, agli eventi e ai momenti. Abito un presente infinito, in cui faccio fatica a progettare il futuro perché finisco per costruirlo mentre lo vivo.
Mi muovo dentro un immaginario fantasioso, a tratti gotico: mi piace essere quel personaggio che distrugge tutto per far emergere il potenziale, che spinge una visione fino alle sue estreme conseguenze. Essendo profondamente autocritica, questo atteggiamento attraversa tutto ciò che sono, faccio, vedo, ascolto. Anche nel confronto con la mia arte e quella dei miei amici cerco la critica, la desidero quasi, perché per me è un dialogo diretto, necessario.
Sono un animale notturno: tra le cinque e le sei il cervello si accende e la mia giornata comincia. La sera è la mia mattina, e anche se questo ritmo non è sempre compatibile con quello del mondo, trovo quasi sempre persone e collaboratori che lo condividono. Questo si riflette anche nel mio rapporto con la musica elettronica e sperimentale, nei live serali che sono fondamentali per la mia esperienza: momenti di ascolto profondo, come bagni di suono in spazi intimi, o situazioni più crude, legate a stati di alterazione fisica e mentale. È nei sogni, però, che sento davvero di nascere ed esistere.
Le tue persone.
Sono come me: dei casi umani. I miei amici più stretti sono tuttə artistə, anche chi non si definisce tale, lo è dentro. Con loro si parla di visioni e delle forme che queste possono assumere, si fanno serate insieme, si attraversa il mondo.
Mi lego mi lego a chi mi rasserena nel caos e a chi va oltre e ci si tuffa, così nessuno si sente solo nel proprio. Tengo molto all’atmosfera giusta per creare: senza quella, si producono progetti o immagini anche forti esteticamente, ma che non mi permettono di crescere come artista.
Tra queste persone c’è anche mia madre che, come mio padre, è particolarmente sensitiva sul tema dei sogni e che fin da piccola, insieme a mio fratello, ci hanno insegnato molto sul come viverli. Per me sono il punto di partenza per riflessioni su noi stesse e sul nostro esistere. Parlo dei miei sogni, senza trattenermi, e questo innesca confronti e interpretazioni. Sogno chiama sogno, in una catena infinita che accomuna tutti.
La tua voce.
Ho iniziato molto presto a cercare la mia voce, non so quando perché per me il tempo in un certo modo non esiste, ma ricordo quel bisogno. Ma se devo essere più precisa, credo di aver iniziato a capire che stavo cercando qualcosa mentre arrampicavo. Quando sali con la corda e vai molto in alto, hai la roccia molto vicina al viso. E lì ho iniziato a cogliere delle immagini, dei dettagli ravvicinati che coglievo con una lente e che mi schiudevano mondi: i bagliori nella pietra diventavano micro paesaggi e così ho iniziato a scattare. Avevo bisogno di farlo, non volevo niente, avevo iniziato a portarmi dietro una macchinetta fotografica e semplicemente scattavo.
Poi è successa una importante: ho avuto un incidente e sono dovuta restare ferma, praticamente immobile, per un anno. In quel periodo ho sviluppato il mio primo dummy fotografico, A Rehab, un’assonanza tra Aria e riabilitazione in inglese. Ho fatto percorrere ad un mio alter ego in 3D con una gamba metallizzata (il tutore che ho dovuto indossare per mesi) il percorso di rinascita. È stato importante perché mi dicevano che avrei imparato a rallentare, a godermi lo spazio e la calma, mentre io mi dicevo no, non è vero, non andrà così. E infatti quando è finito quel periodo non mi sono più fermata. Ne sono uscita molto pragmatica: ho chiuso le cose che avevo aperto, ho finito l’università e il corso alla Bauer, dove ho trovato la forma consapevole della fotografia.
Ho iniziato a esplorare interrogandomi su dove andava il mio sguardo, i miei bisogni e il mio sentire. Tutto questo sempre senza ordine, andavo, intuivo, sapevo di volerlo fare come lavoro, come vita, ma senza compromessi.
Pian piano mi sono aperta a collaborazioni con artisti, musicisti e con la moda, e ho plasmato la parte più lavorativa e la parte più artistica. Ma sempre con il mio linguaggio e la mia estetica.
Voglio alterare la realtà, non aderirvi.
Nutrimento.
Per me il cinema è l’arte portante di tutto, da cui traggo moltissime ispirazioni. I miei lavori sono intrisi delle suggestioni che mi restano addosso da film drammatici e grotteschi come Essere John Malkovich di Spike Jonze, film body horror e fantascienza di Cronenberg come Crash, Crimes of the future, Videodrome, le atmosfere Lynchiane in Twin Peaks, Mulholland Drive, la trilogia della vendetta di Park Chan-Wook.
Che cosa vedi se guardi il mondo.
Ci pensavo l’altro giorno, ogni persona ha i propri sensi forti, e io mi sento un po’ ossessiva sulla vista. Guardo ossessivamente al mondo. Forse guardare è l’unica che so fare in modo ordinato.
Adoro i marciapiedi, lo sporco, il cemento, le pozzanghere, la pioggia di notte. Guardo molto le macchie che si creano, vedo forme antropomorfe in giro per la città, oggetti che sembrano avere una vita propria, e poi guardo molto gli occhi delle persone. Vorrei vedere più animali, ma per ora mi accontento degli umani.
E poi le luci e il loro muoversi nel mondo, soprattutto la luce che vive nel buio. Non ci pensiamo, la diamo per scontata, eppure è lì, esiste e ti permette di creare scenari sospesi.
E cosa c’è nel buio?
Ci sono i sogni ma non solo quello. Il buio è una zona in cui si riversa a livello visivo la depressione, l’elaborazione del trauma, la pulizia dei pensieri sporchi. Sono processi incredibilmente belli: penso a forme come il ghiaccio, il sangue nel ghiaccio, quello che reputiamo in basso in una scala di valori per me è prezioso, è una ragione di esistere.
Perché sono la realtà, sono la vita.
E infine, alcuni scorci della tua forma.
La fotografia è un po’ una necessità perché è la cosa più semplice che ho da usare, più immediata, ma appena ho l’occasione esplodo, ne esco, penso in chiave di forme, ambienti, video, immagini in movimento in cui esistere.
Un progetto a cui tengo molto è What you see isn’t always what you get, realizzato da Specific, dove ho avuto la possibilità di sviluppare un tema a me molto caro, le allucinazioni. Il punto di partenza fu una sindrome allucinatoria di cui soffriva mia nonna, che trovavo molto simpatica nella sua complessità, vedeva degli esserini con il naso allungato muoversi per tutta la casa, dei piccoli eserciti di pinocchi. Ho poi iniziato una serie di composizioni scultoree unendo scarti di cera di candele fuse tra di loro, ovatta, plastilina e filo metallico per ricreare l’ambiente che i suoi racconti richiamavano.
Il fatto di unire il lato creativo e artistico alla creazione di una narrazione fotografica mi porta sempre a visualizzare qualcosa. Il fatto che sia già pronto e bello, come succede nella moda, o il fatto che sia da contestualizzare, ricreare, come succede per i progetti personali, mi porta sempre nella stessa dimensione di visualizzazione. Ciò che mi interessa è dare un luogo visivo a ciò che vedo, e che le immagini possano continuare a respirare anche senza un sostegno concettuale, devono essere organiche e avere gambe per camminare anche dove non c’è terra.









