Centocelle Invaders: Francesca e Marco, da Mazzo a Legs

Storia di due delle più importanti rivoluzioni culinarie di Roma, nate nel più insospettabile dei quartieri

quartiere Centocelle

Geschrieben von Nicola Gerundino il 24 November 2020
Aggiornato il 26 November 2020

Foto di Alberta Cuccia

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Nel 2013 nasceva in uno dei quartieri meno presenti tra le agende gourmet di Roma uno spazio dedicato a un passione semplice e genuina: quella per il cibo e la cucina. Un laboratorio che si è trasformato in ristorante, con la particolarità di far accomodare i clienti a un unico tavolone sociale. Pochissimi coperti per una qualità dei piatti e un’eco, anche internazionale, inversamente proporzionale. Nel 2018 Mazzo ha chiuso con la promessa di riaprire in nuovi modi e forme dopo un tour alla scoperta delle cucine del mondo, „Mazzo Invaders“, fermato purtroppo nelle sue ultime tappe dal Covid. Nel frattempo Francesca Barreca e Marco Baccanelli non sono stati con le mani in mano e hanno trasformato gli spazi di Via delle Rose in una nuova mecca, tutta dedicata a una delle loro passioni di sempre: il pollo fritto. Parliamo del progetto Legs, nato in collaborazione con l‘Artisan di San Lorenzo, pub tra i migliori di Roma per offerta brassicola, puntualmente replicata anche in quel di Centocelle. Quasi dieci anni di fornelli e di rapporto con il quartiere che abbiamo deciso di raccogliere in questa intervista.

Foto di Alberta Cuccia
Foto di Alberta Cuccia

Inizierei parlando della storia di Mazzo, non tanto dal punto di vista culinario, quanto immaginandovi con una cartina di Roma in mano, l'idea di aprire un locale in testa e il dito puntato su Centocelle.

Marco: Senza costruirci troppe storie dietro, a Centocelle ci siamo finiti davvero per caso. L’idea di aprire a Roma Est c’era, quella sì. Io poi sono nato Centocelle, ma la scelta non è stata dettata da questo specifico motivo. In quel momento avevamo bisogno di un posto che potesse ospitare quello che facevamo poco prima di aprire Mazzo: catering e cucina per eventi. Per cui a noi serviva semplicemente un laboratorio dove cucinare, dopo esserci appoggiati per diverso tempo alle strutture di amici e colleghi. Lo abbiamo trovato lì in Via delle Rose, vuoi perché i prezzi in quel periodo erano bassi, vuoi perché era il quartiere in cui avevo vissuto per trent’anni, vuoi perché anche Francesca lo frequentava e lo conosceva bene e quindi entrambe sapevamo come muoverci in questa zona.

Francesca: All’epoca era ancora precipito come un quartiere di periferia, per nulla gentrificato. Nonostante questo però non era una posto desolato, non è come Pietralata, la zona da cui vengo, dove veramente non ci sono negozi o attività nonostante ci sia la metro. Centocelle ha sempre avuto un appeal da paesino con tutte le sue attività.

Marco: Centocelle è stato sempre una sorta di città nella città. Ha sempre avuto una posizione particolare rispetto al resto di Roma, per alcuni versi anche molto fica. Ad esempio, uno dei ricordi più belli che ho dell’infanzia è legato al 19. Da ragazzino lo prendevo sempre e con quel tram arrivavo ovunque: a San Lorenzo a comprare i dischi da Disfunzioni o a Via Po‘ a trovare uno dei miei amici più stretti. Incrocia la Togliatti, la Casilina e la Prenestina, tutte arterie dove c’è sempre stato un grande giro. Come dislocazione è sempre stato particolare e poi è enorme, è uno dei quartieri più popolosi di tutta Roma. Ora mi ci sono affezionato di nuovo, oltre ad averci vissuto e ad avere là tutta la famiglia, l’ho riscoperto una seconda volta lavorativamente.

Prima dell'apertura di Mazzo frequentavate già Centocelle da un punto di vista culinario?

C’era la bottega di DOL, che poi ha attivato la parte ristorante più o meno negli stessi mesi in cui abbiamo aperto noi; il mercato che partiva da Piazza dei Mirti, ma poco altro. Gastronomicamente in quel periodo c’era poco e alcune di queste realtà le abbiamo conosciute solo dopo, come Quattro Monete o Peccati, enoteca che ancora oggi frequentiamo spesso. Nei primi anni di attività andavamo dove ci portava il cibo e il più delle volte non ci portava là, a parte fare la spesa da DOL, che ha sempre avuto prodotti da paura. Non c’era il Giuda Ballerino, non c’era Primo di Marco Gallotta etc.

Com'è stata la risposta del quartiere alla vostra apertura?

F: Abbiamo aperto in un periodo in cui a Roma eravamo già abbastanza conosciuti, fortunatamente c’è sempre stato interesse sulle nostre proposte. Il primo anno di apertura è stato un grande esperimento in cui abbiamo capito che direzione prendere, ma non per questo abbiamo mai sofferto l’anonimato o la lontananza dal centro. Sicuramente possiamo dire che dall’apertura fino alla chiusura Mazzo ha avuto una clientela che per l’80/90% è venuta da fuori, che si trattasse del resto di Roma o di clienti internazionali. Abbiamo aperto in un momento in cui a Centocelle c’era pochissimo, sia in generale che dal punto di vista gastronomico, quindi ci stava che una proposta come la nostra in quel momento potesse non essere colta subito. Non era sicuramente ancora sdoganata l’idea che l’utilizzo di una certa materia prima ti portasse a spendere cifre sopra i 30/40 €. In realtà il primo anno avevamo una proposta molto più basic, poi nell’arco di pochi mesi ci siamo sistemati e abbiamo iniziato a divertici e a fare le cose meglio, con un offerta in cui la qualità è andata a crescere – e di pari passo il prezzo – ed è lì che si è creata la nostra identità. Ora invece a Centocelle ci sono diverse attività che fanno un discorso di ricerca simile al nostro, che quindi è diventato più “comprensibile” a tutti: non c’è più nessuno che si stranisce.

M: Centocelle ha una storia di pizzerie di quartiere, di ristoranti di pesce di quartiere. Quando ero piccolo c’era Zi Rocco, vicino la chiesa di San Felice: un posto enorme dove ti potevi prendere la pizza come la grigliata di pesce o il risotto alla crema di scampi. Figurati che i primissimi tempi chi passava davanti a Mazzo pensava si trattasse di un bar, perché proprio non c’era l’idea che un ristorante potesse essere piccolo, con pochi coperti. Insomma, Centocelle ha avuto sempre dei tempi a sé per capire e inglobare la novità, ma è una cosa che ci sta tutta.

Negli ultimi due/tre anni l'offerta di Centocelle è letteralmente esplosa, come vi siete spiegati questo fenomeno e che ne pensate?

M: Onestamente io ci ho sempre sperato e sono contento che con Mazzo abbiamo dato una mano a spostare l’attenzione su questo quartiere.

F: Ricordo addirittura che qualche agenzia immobiliare riprese i titoli dei giornali italiani che rilanciavano le righe che il New York Times ci aveva dedicato segnalandoci come meta culinaria di Roma. Da questo punto di vista penso che con Mazzo non abbiamo fatto tanto, o comunque non solo, da pionieri per Centocelle, ma abbiamo fatto scattare una scintilla sulla possibilità di fare un certo tipo di ristorazione nella periferia: se una cosa è fatta bene la gente ci viene uguale, anche se sei lontano dal centro. Questa idea per sedimentarsi ci ha messo del tempo, ma una volta consolidata ha dato il là a tantissime attività a Centocelle. Ovviamente ha influito tanto anche l’apertura della metro. Negli ultimi anni di Mazzo è venuta tanta clientela internazionale proprio grazie ai mezzi, cosa che prima non succedeva perché di norma chi viene da fuori alloggia in zone centrali, quindi non affitta una macchina per girare la città, né prende un taxi perché costa troppo. Parallelamente è iniziato anche un racconto del quartiere in cui hanno creduto sempre più persone, tant’è che sono nati b&b e strutture ricettive che a loro volta ci consigliavano ai loro clienti.

Nel frattempo Mazzo si è "trasformato" in Legs: è stata un'evoluzione tutta interna a un vostro percorso o ha influito anche la trasformazione del quartiere e della sua offerta?

F: No, i cambiamenti nel quartiere direi che non hanno influito, anche perché abbiamo chiuso circa due anni fa e l’idea era maturata ancora prima, quindi eravamo davvero agli inizi di questa esplosione. La scelta è stata banalmente dettata dalla necessità di trovare un posto più grande perché eravamo arrivati al punto di dover “mandare via” 40/50 clienti ogni weekend. La location piccola si era trasformata in un boomerang e tante persone avevano addirittura rinunciato a chiamarci perché sapevano già la risposta. Presa le decisione di trovare un posto più grande, abbiamo iniziato a valutare se spostarci da Centocelle o meno, perché, come detto, negli anni abbiamo visto che comunque solo una piccola percentuale della clientela era locale. Questo non vuol dire che non ci piaceva più il quartiere, al contrario, ci siamo voluti rimanere aprendo Legs. Ecco, se c’è stata un influenza del quartiere è stata più sulla scelta di aprire Legs che non sulla chiusura di Mazzo. Eravamo andati in fissa per l’idea del pollo fritto, volevamo comunque continuare a valorizzare tutto il lavoro fatto nella sede di Mazzo – penso a tutta l’impiantistica – e c’era una zona molto diversa rispetto a cinque anni prima, con tante nuove attività, ma mediamente ancora di carattere popolare. Per cui abbiamo unito i punti e abbiamo deciso di rimanere a Centocelle perché l’offerta che avevamo in mente con Legs si sposava perfettamente con questo nuovo panorama di quartiere. Infatti la clientela di zona è aumentata enormemente e ci vengono un sacco di ragazzi più giovani rispetto a prima, che per noi è una cosa bellissima.

Tra le aperture di questi ultimi anni ce n'è qualcuna che vi ha particolarmente colpito?

Innanzitutto dobbiamo dire che per noi è stato piacevolmente paradossale – per certi versi quasi comico – ritrovarci con i nostri amici e decidere qualche volta di andare a Centocelle per fare serata! Però a pensarci è una cosa del tutto “logica”, perché puoi andare a mangiare una pizza buonissima da 180g e prima o dopo bere una bella bottiglia in un enoteca come Peccati o un buon cocktail da Ru.De. o da Artenoize. Di posti interessanti che hanno aperto ce ne sono davvero tanti, la cosa bella di tutti è che non parlano solo al quartiere, ma anche al quartiere: lo rispettano, ma guardano anche al resto della città.

Il vostro lavoro è a Centocelle ma risiedete a San Lorenzo, due quartieri dai destini opposti negli ultimi anni, con l'esplosione dell'uno che è coincisa con un coprifuoco ante litteram dell'altro. Quali sono stati gli elementi che hanno portato a dinamiche così diverse?

M: Bella domanda… Sicuramente non c’è una risposta sola. Personalmente penso che la grande differenza la faccia chi vive il quartiere, i residenti. San Lorenzo ha una popolosità bassissima, ci sono per lo più studenti che vanno e vengono, per cui un fattore importante è il modo in cui le diverse generazioni vivono il quartiere, la città e il divertimento in generale. Ci sono periodi in cui gira gente che si va a vedere un concerto o a bere una birra in tranquillità, e periodi in cui per strada ci sono ragazzi “impazziti” per tutta una serie di motivi, per cui finisce che il quartiere si trasforma in un contenitore pieno di stronzi! San Lorenzo è un posto che amo, ci vengo da sempre, i miei pomeriggi da ragazzino, come dicevo prima, li passavo sul 19 e poi a San Lorenzo, dove mi muravo nei negozi di dischi o andavo a vedere i concerti al Trecentosessantagradi o andavo a mangiare in posti che per l’epoca erano anche all’avanguardia, come Uno e Bino di Giovanni Passerini o l’Arancia Blu. San Lorenzo si riempie e si svuota perché ha pochi residenti fissi, quindi vive dei cicli. Centocelle invece è popolata da sempre e da tanti tipi di persone.

F: Purtroppo a San Lorenzo l’offerta s’è livellata verso il basso e su questo ha influito molto anche la politica delle licenze contingentate: se sei una persona “normale”, che ama il quartiere e ci vuole investire, per aprire un’attività devi sborsare un sacco di soldi, ma veramente tanti, tra acquisizione della licenza, lavori di ristrutturazione, buonuscite etc. Praticamente apri che sei già stanco e pieno di debiti. C’è anche da considerare l’idea distorta che abbiamo qui in Italia della popolazione studentesca, perché all’estero tanti quartieri universitari hanno sì offerte a prezzi popolari, ma sono posti dove puoi andare a divertiti anche a 40 anni, senza per forza dover bere gli shot di robaccia a un euro.

C'è qualcosa di Centocelle che non vi piace o cambiereste?

F: Il mercato rionale. Il vecchio mercato di Piazza dei Mirti – un mercato rionale classico con i banchi su strada – ci piaceva tantissimo. Ci abbiamo fatto anche un lavoro durante l’ultimo giorno di attività, fotografando a partire dalle quattro di mattina tutti i banchi e intervistando i banchisti, chiedendogli cosa si immaginassero dal nuovo mercato. La maggior parte di loro non era entusiasta, ma comunque era fiduciosa e pensava che avrebbe lavorato in un posto migliore. Invece si sono ritrovati in una struttura raffazzonata che sembra già vecchia di cento anni. In tanti hanno addirittura deciso di chiudere. Insomma, una bella mazzata, perché il mercato è il cuore di un quartiere.

M: Il mercato in piazza mi manca particolarmente, quando ero piccolo ci andavo con mia madre almeno una volta a settimana. Era un mercato bellissimo, enorme, arrivava fino al Cinema Broadway, e soprattutto era centrale rispetto al quarterie. La nuova sede invece è completamente decentrata e in tanti non ci sono più andati perché lontanissimo da casa.

Se doveste passeggiare con una persona per Centocelle per fargliela conoscere e scoprire, quali sarebbero le vostre tappe imprescindibili?

Ma: Sicuramente il Forte Prenestino, la cosa più fica e internazionale del quartiere.

F: Anche 180g, è una perla ed è sicuramente rappresentativo di quello che questa zona può offrire in termini di qualità.

M: A chiunque viene a Centocelle farei fare un giro sul 19, è un po‘ il corrispettivo del giro in centro in carrozza! Per me è quella roba lì!

F: Io li porterei anche a vedere il tramonto sulla Casilina, lì dove c’è il deposito dei treni.