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Il running come comunità: Souplesse racconta Roma

Nei parchi, lungo il Tevere, tra le auto e gli ingorghi. A Roma si corre sempre di più, nonostante il sistema città sia ancora orientato a creare eventi e non strutture. Ne abbiamo parlato con Souplesse, crew che da cinque anni sta creando attorno al running una comunità

Geschrieben von Nicola Gerundino il 19 Mai 2026

Foto di Caterina Faenza

Con la lentezza che ci contraddistingue, l’Italia si sta pian piano ritagliando uno spazio sempre più grande nei circuiti sportivi che contano. Vuoi perché di atleti ce ne sono sempre di più e sono sempre più forti – vedi i bottini delle ultime Olimpiadi, estive e invernali – vuoi perché non esistono scenografie migliore di quelle storiche per celebrare le gesta atletiche: mitiche e uniche. E quando la narrazione va su questi binari, Roma gioca sempre un ruolo da protagonista. Il Cinque Nazioni di rugby è diventato il Sei Nazioni, con l’Olimpico o ospitare stabilmente gli incontri; al Foro Italico si chiacchiera sempre più di un possibile allargamento del Grande Slam tennistico – al momento costituito da quattro tornei, Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e US Open – e la Maratona di Roma lo scorso febbraio è entrata nel circuito EMC, European Marathon Classics, insieme a Madrid, Lisbona, Londra, Vienna, Varsavia, Francoforte e Copenaghen. Scavando sotto una superfice immobile e intrappolata nel traffico automobilistico, si scopre una città sportiva, con la corsa che sta coinvolgendo un numero sempre più alto di persone. In questo solco si inserisce anche l’attività di Souplesse, crew di running attiva in città ormai da cinque anni che sta dando alla corsa una dimensione trasversale e comunitaria, allargandola a musica, grafica, streetwear (e ovviamente sportswear), food & beverage e altre attività ancora. Ne abbiamo parlato con Pietro e Dario, fondatori (e corridori) di Souplesse insieme a Daniele, Federico e Alessandra.

 

Iniziamo dalla domanda più semplice. Quando avete iniziato a correre?

Pietro: Ho iniziato a correre a fine 2020, quindi relativamente tardi rispetto a chi lo fa da una vita. Però, se ci penso, sono comunque diversi anni. Ho iniziato in modo veramente casuale: durante un pranzo di Natale uno zio mi raccontava di aver iniziato a camminare dopo un piccolo problema di salute. Io avevo smesso di giocare a calcio dopo gli juniores, quindi dopo i 18 anni, e mi ero un po’ fermato con lo sport. In quel momento mi è venuto spontaneo pensare: “Ok, se tu vai a camminare io provo a correre”. E ho iniziato subito, ma nel periodo peggiore possibile: in inverno, la mattina presto, a Villa Pamphili, con il freddo e l’umidità – all’epoca abitavo a Monteverde Vecchio. È stato un battesimo di fuoco. Alcuni miei amici correvano già da tempo, come Daniele, uno degli altri fondatori di Souplesse. Ognuno però lo faceva per conto suo, poi, piano piano, ci siamo ritrovati in questa passione comune.  Abbiamo cominciato a guardare al movimento delle crew di running che c’erano in altre città europee, come Oslo, Londra, Parigi, e abbiamo provato anche noi a dare un senso di trasversalità all’idea della corsa. Comunque, tornando alla domanda iniziale, ho iniziato sei anni fa e ci tengo a dire che non sono affatto migliorato!

Dario: Anche io ho iniziato a correre con questo approccio circa sei anni fa, periodo covid/post-covid. Prima facevo sport in maniera un po‘ più generica e ogni tanto ci scappava anche una corsetta.  Poi ci siamo incontrati, abbiamo iniziato a fare delle corse insieme, che prima erano corse di puro dolore, poi sono diventate corse di piacere. Con Souplesse abbiamo dato una dimensione collettiva a questa attività, partendo veramente da gruppi di tre, quattro, cinque persone, che comunque ci sembrava una cosa incredibile. Ora è diventata tossicodipendenza allo stato puro!

P: Sì, è davvero una sorta di dipendenza, una terapia da cui non ti riesci a staccare. Poi negli ultimi tempi l’attività con Souplesse ci è letteralmente esplosa tra le mani. La pagina Instagram l’abbiamo lanciata nel 2021, ma quasi per scherzo. Siamo tutti appassionati di materiale tecnico,  a cominciare dalle scarpe ovviamente. I materiali però non ci interessano solo dal punto di vista estetico, siamo attenti, per esempio, all’intersuola, alle schiume, alle suole con le trazioni. La pagina doveva ruotare intorno ai prodotti per raccogliere un po‘ di opinioni.

La corsa vi è piaciuta da subito? Lo chiedo perché molta gente fa fatica a entrarci dentro, la trovano molto noiosa.

D: Allora, la questione è che la fatica correndo la farai sempre. Non esiste una corsa che faccio contento al 100%, c’è sempre una sottotraccia di dolore, di fatica e di pentimento. L’approccio un po‘ è cambiato quando è diventata un’attività da fare insieme, per cui ti ritrovi nel dolore anche con altre persone! Scherzi a parte, sicuramente per me la corsa ora è un’attività è molto più ragionata: so quando devo fare un determinato tipo di sforzo, quanto vale la pena spingere di più in un’uscita che faccio solo per me, perché non è che abbiamo piani di allenamento per raggiungere obiettivi.

P: Come ti dicevo, per me è stato fondamentale l’aver fatto i primi chilometri in quel contesto: gennaio, freddo, umidità etc.  Mi dico sempre che la parte veramente dura è stata quella, anche se continuo ad avere un rapporto molto conflittuale: inizio a lamentarmi dopo i primi cinquecento metri, soffro tantissimo le gare. Sono diventato quasi un meme perché ogni volta mi può capitare qualsiasi cosa, anche di vomitare. Una volta, alla Ultra del Mugello, un paramedico a un ristoro mi ha detto: „Tu sei bianco, stai sbarellando, devi fare qualcosa“. E infatti mi sono ritirato.

La distanza più lunga che avete percorso?

P: Beh, le ultra sono sopra i cinquanta chilometri ad esempio. Abbiamo fatto la Ultra del Mugello; la Bettona, che è una gara in Umbria in montagna, sempre da cinquanta chilometri; abbiamo girato un documentario sul Cammino dei Briganti in Abruzzo in cui abbiamo percorso circa cento chilometri in due giorni. Quest’anno siamo iscritti per fare il Passatore, che è una cento chilometri.

D: Sono cifre che possono sembrare enormi, ma ce ne sono anche di più alte. Per esempio la Marathon Des Sables, che sono duecentoquaranta chilometri. Insomma, è uno sport talmente tanto ampio e talmente per tutti che l’asticella la puoi spostare sempre più in là.

Andate tutti i giorni a correre?

D: Cinque, sei, anche sette giorni su sette.

P: Diciamo che siamo sui settanta chilometri a settimana. Magari un giorno ne fai otto, un altro quattordici. Il chilometraggio è spalmato in base all’allenamento e al tipo di gara che stai preparando. Magari durante la settimana, se stai preparando una maratona, ci metti dentro anche una lunga di trenta e passa chilometri.

D: Tornando alla domanda di prima, la corsa non ti mette mai veramente a tuo agio. Se vuoi farla bene vai comunque in sofferenza, è una cosa che devi accettare. Quando ti piace la corsa? Dopo, quando hai finito, quando arriva l’endorfina! Ora mi piace anche pensare alla gara. Poi però quando ci sei dentro soffri, inevitabilmente.

P: Quando sei in gara ci sono dei momenti in cui sta bene e tre minuti dopo ti ritrovi all’inferno. Quando finisci invece ti si spengono le gambe: il motore ha dato tutto quello che poteva e si spegne.

Se non riuscite ad andare a correre per un qualsiasi motivo, rosicate?

D: Sì, da morire.

P: Capita certe volte che non ti va proprio eh. Mi ricordo una volta che stavo preparando la maratona di Valencia e mi sono ritrovato a incastrare un lungo di 28 chilometri di mercoledì sera. Sono andato da Monteverde a Tor di Quinto inoltrato e ritorno. Al ventitreesimo chilometro stavo sul Lungotevere da solo, al buio, e lì ho detto „Ma che sto facendo? Ma chi sono!?“. Manco a dire che hai tempi competitivi, per cui lo fai per gareggiare e vincere. Poi però c’è sempre qualcosa dentro che ti spinge a farlo, anche se bisogna incastrarsi sempre con il lavoro e con tutto il resto dell’attività di Souplesse, che ormai non è solo corsa, ma parecchio altro.

D: Io comunque rosico, perché alla fine so che potevo andarci e non l’ho fatto.

Quando riuscite ad andare?

P: All’inizio abbiamo provato la mattina. Ma alzarsi tutti i giorni alle sei per poi andare a lavoro era impossibile, quindi abbiamo spostato alla sera. Solo che pure la sera ti devi incastrare, perché magari qualche volta vuoi andare a una cena, a un aperitivo, c’è un evento importante a cui devi essere presente. Finisce sempre che dai appuntamenti alle 20:30 e ti presenti alle 22:00. Sei in ritardo perenne. E quando vado, la sera m’addormento sempre con molta più fatica.

I percorsi, specialmente lunghi, come li scegliete?

P: Dario è il maestro dei percorsi di Souplesse, cura gli itinerari di tutte le uscite e di tutti gli eventi. Ha sviluppato una capacita incredibile a livello topografico: se gli chiedi dodici km lui ti dice le strade e, se vai a verificare, sono dodic km esatti! Personalmente vado spesso a correre intorno a casa, quindi parto sempre da Monteverde. Quando invece facciamo le uscite di gruppo scegliamo punti un po‘ più centrali, così è più facile per tutti raggiungerci. Ecco, magari ci diamo appuntamento a Colosseo.

D: Gli Itinerari dipendono anche dal tipo di allenamento. Se, per esempio, devo andare veloce, fare le ripetute o un allenamento progressivo, mi serve sempre una stessa strada: devo essere un automa, quindi faccio il mio giro brevettato. Nelle corse più lente invece mi piace girare e cambiare, così il tempo sembra pure che scorra più veloce.

P: Io sono meno esploratore, ho bisogno di spegnere il cervello per cui so che il percorso è quello e che dopo tot chilometri devo tornare indietro.

Se doveste suggerire dei percorsi? Facciamo per chi inizia, per chi è a buon livello e chi deve spingere.

P: Per chi inizia sicuramente un parco è la scelta migliore: hai la natura intorno, sei in un posto che ti piace e non devi badare ai ritmi. Chi inizia l’orologio nemmeno lo deve vedere e forse nemmeno le distanze. La terra ti dà meno risposta dell’asfalto, ci sono i dislivelli etc.

D: Poi ti distrai, perché le prime volte fa male eh! Sono quelle peggiori. All’inizio vuoi pure andare veloce e fare tanti chilometri. Io alle persone dico sempre „Inizia da un chilometro, poi cammina“, „Sì! Un chilometro! Io ne faccio almeno cinque!“, poi li ritrovi dopo cinque chilometri che sono bianchi, cadaverici, con le gambe a pezzi e ti dicono „Correre fa schifo“.

P: Per fare lunghe distanze il Lungotevere è perfetto. Se segui la ciclabile veramente puoi andare dal Raccordo fino al mare. Una volta abbiamo fatto un uscita che andava da Piazza Belli al mare, saranno stati trentasette km.

D: Puoi anche fare Raccordo Nord-Raccordo Sud, saranno una trentina di chilometri. È bello perché vedi la città che cambia e la ciclabile di Tor di Quinto è esattamente come ti immagini la ciclabile a Roma Nord e la ciclabile di Magliana è esattamente come ti immagini la ciclabile di Roma Sud. Per spingere in velocità era bellissimo lo Stadio dei Marmi.

P: Sì, era un posto molto bello, pubblico, adatto per fare le ripetute da 800/1000 metri. L’hanno anche ristrutturato con un tartan nuovo, viola, stupendo, ma se ci vai ora ti dicono che l’accesso è vietato. A cosa serve quindi? Non si sa…

D: In generale, l’unico consiglio importante è comprarsi una buona scarpa da corsa, soprattutto ora che c’è un’offerta incredibile sia per quantità che per qualità.

Che città è Roma dal punto di vista del running?

P: Premesso che noi ancora ci consideriamo totalmente dei neofiti, è una città dove si corre molto e c’è seguito, specialmente negli ultimi anni in cui c’è stato un boom vero e proprio.

D: Adesso le domeniche con il sole giusto sono veramente l’equivalente di via del Corso sotto Natale!

P: C’è una tradizione di associazioni sportive, ovviamente non professionistiche, perché nel running non c’è professionismo. Come in altri sport, o entri in un corpo di polizia o fai parte di un associazione dilettantistica, dove comunque c’è gente seria, che corre davvero. Poi c’è tutto un mondo amatoriale, che io ho sempre un po‘ identificato con quei signori di mezza età che hanno la loro routine, si alzano la mattina presto, si fanno i loro 10-12 km con le vecchie Mizuno dure come la pietra e a noi che stiamo in fissa con le schiume ci guardano un po‘ come degli scappati di casa. Come strutture, purtroppo c’è da dire che Roma è scarsa.

D: Che poi per strutture parliamo sempre di piste ciclabili o di altri percorsi dove non ti insultano se corri. C’è qualche pista da atletica, ma è comunque sempre poco per una capitale. Non è semplice correre a Roma purtroppo, non sei in una città come Copenaghen con chilometri e chilometri di percorsi ciclopedonali. Qui corriamo veramente in mezzo alla strada, con lo smog, quelli che ti suonano, quelli che devono parcheggiare e si immettono come pazzi. Comunque, nonostante questo, rimane una città molto sportiva, dove si corre tanto.

Sempre parlando di città, Roma ora scoppia di eventi ufficiali: maratone, mezze maratone.

D: La partecipazione ora è dopata. A Roma, in Italia, ma anche a livello europeo e mondiale. Siamo ai livelli dei drop dei top brand di streetwear. Sembra che se non vai ti stai perdendo un momento fondamentale della vita di quella città. Anche la mezza maratona di Firenze, che dovrebbe essere un evento locale, ha numeri altissimi ormai, ma fino a un anno fa non era così.

P: Esatto. Da quando abbiamo iniziato a fare i primi eventi la crescita è stata esponenziale. Per esempio, noi abbiamo collaborato con New Balance per la Maratona di Roma anche nel 2025, ma per un evento sostanzialmente piccolo, un pre-gara con un po‘ di musica e in collaborazione con Fischio. Quest’anno invece l’investimento che hanno fatto è stato molto grande, in uno spazio storico a due passi da San Pietro. La percezione dell’evento è cambiata totalmente ed è diventata un appuntamento di livello mondiale, con 36.000 iscritti rispetto ai 28.00 dello scorso anno.

D: Anche la mezza maratona di Ostia ha fatto numeri altissimi, con quasi il 40% dei partecipanti provenienti dall’estero. L’Appia Run ha fatto 10.000 iscritti. C’è tanta corsa „in funzione di“. Tanti turisti che vengono per farsi la corsa e vedere Roma. Anzi, Roma te la giri proprio durante il percorso, anche perché le maratone qui hanno percorsi un po‘ difficili: tanti saliscendi, l’asfalto non è dei migliori, curve strette; non è qui che si fanno i tempi da record.

Come vivete la dimensione di gruppo, visto che fondamentalmente la corsa è uno sport individuale?

D: Molte delle persone che hanno iniziato a seguirci sono diventate amici, quindi persone con cui programmi delle attività e anche tante idiozie! E questo alimenta la voglia di stare e fare cose insieme. Poi sì, è vero che in gara alla fine ci sei tu e sei tu che te la devi accollare! Però, ecco, può capitare che decidi di iscriverti e allenarti tutto un anno con un’altra persona che hai conosciuto in gruppo. Poi, ripeto, in gara le gambe sono le tue e non è che parli tutto il tempo, anzi, il più delle volte non hai una persona di fianco ma un cartone, però sai almeno che quel cartone è vicino e ogni tanto ti può dire qualcosa: “Troppo piano”, “Troppo veloce”, “Andiamo”. Ti tiene su in qualche modo. Ecco, la creazione del momento della gara è molto più facile se hai un gruppo dietro.

P: Capita anche che le altre persone, per seguirle, ti “costringano” ad andare più veloce e a sforzarti un po‘ di più e in questo modo ottieni risultati che invece da solo non avresti mai raggiunto. Correre assieme ti permette di non pensare allo sforzo che stai facendo, a quanto stai soffrendo, perché devi concentrarti a seguire qualcun‘ altro che ti sta di fianco. Io personalmente ho proprio bisogno di un bilanciamento, di fare delle gare da solo ma anche allenamenti in gruppo.

Quanti siete in media quando fate attività collettive?

P: 20, 25 persone. Ci ritroviamo una volta a settimana, anche in base a quelli che sono i nostri impegni con Souplesse e le nostre necessità di allenamento. Nessuno spinge, ma nemmeno passeggiamo. Pubblichiamo un calendario e ci diamo appuntamento quasi sempre la sera. C’è la performance, ma alla fine anche tanta socialità e cazzeggio.

Sul rapporto tra social e running?

P: Argomento spinoso. Chiaramente Souplesse ha tratto un grande beneficio dal boom del running sui social. Secondo me il rapporto con i social rimane sano nel momento in cui la visibilità ti dà una mano in qualcosa che avresti creato a prescindere: se tu hai una passione, un boom social può darti ulteriori strumenti per portarla avanti. Il problema arriva nel momento in cui il boom crea delle esigenze prettamente mediatiche, che prima non esistevano: quando si fa una cosa solo perché bisogna farla. E quindi se due, tre anni fa il content creator doveva andarsi a mangiare le bombe pistacchiose, ora deve correre e fare l’hyrox. Noi non siamo questo, tant’è che la nostra pagina instagram non ha numeri da influencer. Ci è esplosa in mano una cosa che facevamo già prima e per passione. Io paragono sempre il running alla musica: è diventato una fetta della cultura della città. E nella musica c’è il locale dove vai a ballare il reggaeton come il locale con una proposta più curata. Allo stesso modo, noi adesso siamo in un mondo dove c’è l’influencer che ti racconta le sue attività e ti dice vieni a fare i primi dieci chilometri con me, così come ci sono realtà più di nicchia che hanno un altro tipo di visione, che nasce da una passione a prescindere dal mercato. Gioie e dolori quindi.

Parlando di musica, mi viene spontaneo chiedervi cosa ascoltate. Mi incuriosisce anche sapere poi se in gruppo si crea poi nelle persone una sorta di “astinenza” per il contenuto che sono abituate ad ascoltare durante la corsa.

P: Allora, io sono appasionato di musica, dj ancora prima che corridore. All’inizio mi capitava spesso di scegliere il bpm in base al tipo di allenamento da fare: magari sceglievo delle tracce break beat o Uk garage a 140, 150 bpm e cercavo di stargli dietro. Adesso alterno, ogni tanto mi metto le mie playlist o i set che carichiamo sul profilo di Souplesse, ma mi piace anche correre senza.

D: Correre senza musica lo apprezzi dopo. All’inizio non devi pensare al dolore e va bene, ma poi è bello anche non sentire niente. C’è sempre la testa che produce cose e pensieri, ma poi durante la corsa si spegne anche quella.

P: Dal punto di vista di Soplesse la musica è invece un elemento centrale, che gli dà quella trasversalità di cui abbiamo parlato prima. Abbiamo creato il Souplesse Tempo Sounds che ci ha dato anche belle soddisfazioni. Torniamo sempre lì comunque: se hai una visione e proponi qualcosa che ti piace, in cui credi, che è coerente con quello che sei, prima o poi riesci a comunicarla e da qualche parte arrivi. Noi per esempio siamo riusciti a collaborare con realtà che sono prettamente musicali, come Nextones e Terraforma. Vogliamo essere trasversali in tutta una serie di ambiti che comunque ci appartengono, che sia la musica, l’organizzazione eventi, il set design, il food & beverage etc.

Dell app legate al running cosa dite invece?

D: Beh, ormai è diventato tutto “stravacentrico”. Strava è come Instagram. Ci carichi sopra gli allenamenti che fai, poi, pagando un’abbonamento, hai tutta un’altra serie di opzioni. Diciamo che nasce principalmente per trovare e seguire dei percorsi: per esempio, se sei all’estero e vuoi farti una corsetta, puoi vedere le hitmap, i percorsi più battuti dalle persone di quella città, oppure puoi chiedere di creare un percorso in base alla distanza che vuoi coprire. È qualcosa che è nato per l’allenamento, ma è diventato anche qui un piacere per piacersi.

P: Sì, e quando arrivi a quel punto ovviamente spuntano anche fuori anche tanti aspetti tragicomici. Come persone che caricano un allenamento non eccezionale e si giustificano scrivendo “Mi si era spento l’orologio” oppure “Ho trovato il semaforo rosso”. Un voler dimostrare che non è necessario.

D: Comunque a me piace, perché sono un impiccione!

P: Una cosa divertente è che Strava ha dovuto oscurare arrivi e partenze, perché, per esempio, chi condivideva un percorso fatto in bici dava anche indicazione sul garage dove la teneva e poi andavano i ladri a rubargliela.

D: Poche settimane fa addirittura è stata individuata la posizione di una portaerei militare in mezzo all’oceano perchè qualcuno si è fatto una corsa sul ponte e ha carticato il percorso (la portaerei francese Charles de Gaulle, nda). Tu immagina che dal nulla ti spunta sull’app un tracciato in mezzo all’oceano..

P: Sì, è successo anche con delle basi militari, con percorsi di pochi chilometri in mezzo al deserto perfettamente quadrati…

D: Anche guardie del corpo che si allenavano e davano indicazione su dove dormissero Capi di Stato e diplomatici. Di tutto! Adesso c’è anche la moda di postare percorsi malati che non hanno nessun senso: cinque chilometri sotto il divano, dieci sopra il frigo.

Come Souplesse siete legati anche al food & beverage, che un altro modo per creare comunità e accoglienza.

P: Come dicevamo, Souplesse è nato nel 2021 come pagina per raccogliere degli spunti sul materiale da corsa. Un anno dopo, nel 2022, abbiamo proposto a Daniele ed Enrico di Ciao, che erano anche loro nati da pochissimo, di fare un piccolo rinfresco dopo un’uscita di cinque chilometri sul Tevere. Avevamo portato anche qualche adesivo, dei timbri, ma veramente una cosa semplice e senza alcun tipo di budget. Vennero circa 20/30 persone e a noi ci sembrò già un grande traguardo. Ripeto, il 2022 rispetto al boom attuale del running è un’era geologica fa: qua a Roma non c’era niente e all’estero giusto qualcosa, alcune crew come Nbro a Copenhagen o Joliee Foulet a Parigi. Quindi, abbiamo fatto la prima attività con loro; la seconda anche, ma a Porta Portese, perché ogni tanto la domenica sono lì ospiti di un banco. Poi abbiamo fatto una colazione da Fax Factory, abbiamo iniziato con il merch, gli allestimenti, la musica e dopo poco sono arrivati i brand a chiederci di fare tutto questo insieme a loro. Senza dare l’esclusiva a nessuno, perché comunque a noi interessa portare avanti il nostro discorso.

Di questi primi anni che momenti vi portate?

P: Per me è stato davvero emozionate, anche umanamente, il Cammino dei Briganti che abbiamo fatto per due giorni in Abruzzo. Un’esperienza da cui, come ti dicevo, è nato anche un documentario. Anche l‘Eurotrip in Austria è stato stupendo: una staffetta di tre giorni in cui si attraversano cinque Paesi europei in maniera ininterrotta, con un team che segue i corridori (uno a piedi e uno in bici) all’interno di un van e ci si dà il cambio.

D: Oltre a essere una gara, che quindi richiedeva una competitività che forse non abbiamo avuto proprio al 100%, l’Eurotrip è stato proprio un bel momento di condivisione, da sindrome da campo scuola, che sei triste quando fnisce. Forse la gara più bella che abbiamo fatto.