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Per una nuova cultura LGBTQ+: bar.lina

Un'intervista per conoscere lo spazio multidisciplinare inaugurato lo scorso dicembre a San Lorenzo

quartiere San Lorenzo

Geschrieben von Nicola Gerundino il 1 Mai 2023
Aggiornato il 2 Mai 2023

Mattia Giuntini - "KLARYSSA DIVERTITI"

Wohnort

Roma

„Bar.lina intende minare i capisaldi della cultura tossica imperante, attraverso la promozione della cultura dei movimenti queer e transfemministi, in ogni sua forma. Bar.lina ritiene che l’arte sia strumentale all’indipendenza del pensiero: ne favorisce la circolazione per offrire alle comunità, e alle persone, uno strumento che ne migliori la vita e il benessere. Si impegna all’affermazione dei diritti e delle libertà delle persone LGBTI+ e delle altre minoranze: affermare tali diritti amplierà l’ombrello dei diritti della collettività“. Il manifesto di bar.lina inizia così, con un obiettivo ben chiaro e uno strumento, l’arte, per realizzarlo. Nata da pochi mesi nel quartiere di San Lorenzo, grazie anche alla „spinta“ della storica libreria queer Antigone, questa nuova realtà si sta già affermando come riferimento per il quartiere e la città tutta, instaurando anche un’interessantissimo dialogo con la vicina università Sapienza e le accademie d’arte, invitandone studenti e studentesse a esporre i propri lavori nel format “Think in Pink”. Attualmente protagonista di questo contenitore a cadenza mensile è Mattia Giuntini con il lavoro video „As long as I’m beautiful I’m alive“ (in esposizione fino al cinque giugno), affiancato da una più „classica“ personale: „Visual Heritage“ di Angelo Guttadauro (in programma fino al 17 maggio). Bar.lina però non si limita alle sole mostre: è anche uno spazio di parola e condivisione, o un bar dove semplicemente bere un drink, dando sostegno finanziario alle attività. Ci siamo fatti raccontare qualcosa in più sulla storia e gli obiettivi di bar.lina in questa intervista con i suoi quattro fondatori: Andrea Acocella, Alberto Boncoraglio, Gianluca Giacchi, Paolo Salvatori.

Come e quando nasce bar.lina?

Bar.lina nasce nei momenti difficili della pandemia. L’idea era quella di costruire un progetto culturale e digitale che avesse al suo centro lo studio, la ricerca e la promozione della cultura storico-artistica e letteraria queer nazionale. Dopo varie vicissitudini – e un bicchiere di vino in più – il progetto ha preso fisicamente corpo con una sede fissa nel quartiere di San Lorenzo. A metà dicembre 2022 abbiamo inaugurato come spazio espositivo; a marzo 2023 è stata la volta del bar interno che ci aiuta a finanziare i progetti dell’associazione; ora siamo riusciti ad aprire anche la sala studio e una piccola biblioteca. Insomma, il percorso può dirsi quasi completato.

Chi sono le persone dietro questo progetto?

Siamo quattro soci fondatori, tutti provenienti, ognuno con le proprie specifiche, da un percorso comune in studi umanistici – ci siamo conosciuti all’università. Inoltre, tutti e quattro abbiamo un passato da attivisti LGBTQ+ sul territorio romano. Ci siamo ritrovati anche su quello che doveva essere l’obiettivo principale di bar.lina: dare visibilità alle istanze queer, che troppo spesso vengono messe in ombra dal sistema artistico-culturale italiano, con uno sguardo multidisciplinare. Insomma, animare e stimolare l’offerta culturale queer romana (ma non solo) per le nuove e vecchie generazioni, senza distinzioni di alcun tipo.

Come mai avete scelto il quartiere di San Lorenzo?

Per due motivi. Il primo è legato al fermento artistico del quartiere, testimoniato impeccabilmente da SALAD. Proponendo contenuti principalmente curatoriali, ci sembrava il luogo migliore. In seconda battuta, le libraie di Antigone– storica libreria a tematica queer del quartiere – ci hanno convinto a creare un piccolo polo LGBTQ+ sanlorenzino.

Siete particolarmente (e personalmente) legati a questo quartiere?

Chi non ha frequentato San Lorenzo, almeno in gioventù, almeno una volta?!

Come va la relazione con il quartiere in questi primi mesi di apertura? Com'è essere bar.lina a San Lorenzo?

Il quartiere ci ha accolto benissimo. Abbiamo percepito che c’è un reale interesse nel conoscere meglio una realtà come la nostra e si è creata già una piccola rete di sostegno.

È importante per voi essere un presidio di quartiere o guardate più alla città e alla comunità LGBTQ+ nel suo complesso?

Diciamo entrambi. Da una parte, come spazio espositivo e di ricerca queer, sarebbe riduttivo voler rimanere confinati all’interno del quartiere, abbiamo sicuramente l’obiettivo di diventare un punto di riferimento per la comunità queer romana e italiana; dall’altra ci piacerebbe diventare un presidio locale, instaurando un rapporto “privilegiato” con la Sapienza e farci conoscere ancora di più come centro di studi da chi la frequenta.

Nell'aprire avete avuto qualche modello di riferimento qui a Roma?

Realtà dichiaratamente simili alla nostra in Italia non esistono, quindi è difficile fare paragoni. Uscendo dal nostro Paese invece, non basterebbero dieci mani per contarle.

Ci sono progetti con cui avete già fatto o farete rete, sia nel quartiere che in tutta la città?

Come detto, Antigone è stata la prima a credere nel progetto. Poi tutta la realtà culturale sanlorenzina ci ha accolti con favore e inseriti nella sua rete fin da subito.

Esiste a Roma una cultura LGBTQ+ diffusa? Se sì, lo è solo a livello "underground" o ha anche una sua forza e riconoscimento "istituzionale"?

Se per cultura si intende lo svago notturno, Roma ha molto da dare! Per tutto il resto invece fa ancora molta fatica e sicuramente ha poco da offrire a livello istituzionale. Tutto è sulle spalle di associazioni come la nostra che lavorano per creare una città il più safe possibile, ma possiamo fare ancora di più.

Quali sono per voi le criticità ancora irrisolte? I passi fatti in avanti invece?

A livello di amministrazione cittadina, si guarda sicuramente con più favore che in passato alle istanze della comunità LGBTQ+ e delle famiglie omogenitoriali. Anche i cittadini sono molto più aperti e favorevoli, noi ne siamo un esempio. Rimane il fatto che buna parte della comunità avverte Roma ancora come una città ostile e poco sicura: bisogna sicuramente lavorare in questa direzione.

Parliamo un po' degli eventi di bar.lina. Ci sono due rassegne che mi sembrano molto interessanti. La prima è "Think in Pink", dedicata all'arte.

„Think in Pink“ è un ciclo di mostre a cadenza mensile in modalità „slideshow“, nato da un’idea di Andrea Acocella, uno dei curatori di bar.lina. La forza del progetto risiede nel rivolgersi a tuttə ə studentə – artistə e curatorə – delle accademie d’arte italiane, che troppo spesso lamentano la totale indifferenza del sistema dell’arte per i loro lavori, sperimentando in prima persona l’esclusione e lo stigma. In secondo luogo, è la dimostrazione concreta di come, invece, i discorsi legati al desiderio, al corpo, alla non conformità facciano parte del linguaggio artistico quotidiano della nuova (e futura) generazione di artistə e curatorə. Le persone sono chiamate a intervenire sulla parete rosa della nostra lounge room con un unico lavoro – pittorico, scultoreo a parete o video – che si possa legare, appunto, alla ricerca queer, transfemminista e non-normativa del panorama contemporaneo. La prima artista che ha partecipato è stata Gahel Zesi con un grande dittico dal titolo „Inseminazione traumatica“, un lavoro molto forte contro la cultura dello stupro. Fino al 5 giugno sarà invece il turno della video performance di Mattia Giuntini „As long as I’m beautiful I’m alive“, che usa la perfomatività drag come indagine identitaria.

Il secondo format si chiama "Chiacchiere da Bar".

„Chiacchiere da Bar“ è il nostro format di talk nel quale abbiamo cercato di eliminare completamente le formalità che invece di solito caratterizzano questi incontri. Nessuna divisione tra ospiti e pubblico: ognuno è libero di prendere parola sull’argomento scelto. E con orgoglio diciamo che sta riscuotendo un buon successo di pubblico. L’obiettivo del talk, insomma, è quello di approfondire le tematiche indagate da unə artista o da un libro e renderle materie di confronto e di discussione, diventando così anche un’occasione per rievocare storie, racconti o aneddoti che possano essere chiavi di lettura dei fenomeni contemporanei del mondo LGBTQ+.

Altre esperienze che state portando avanti ora o in futuro?

Per ora ci gustiamo „Visual Heritage“ di Angelo Guttadauro, che ha inaugurato il 15 aprile scorso. A maggio il programma sarà invece molto molto fitto tra cinema, poesia e la retrospettiva del maestro della fotografia queer Gianni Rauso aka Gianorso.

Cosa immaginate sarà bar.lina nei prossimi mesi e magari anche nei prossimi anni? Tratteggiano un percorso e immaginiamo un sogno.

Siamo una realtà indipendente e dobbiamo lottare con tutte le nostre forze per la sopravvivenza stessa del luogo, tra affitti, bollette, etc. Non utilizziamo finanziamenti pubblici, ma viviamo solo grazie ai contributi di coloro che credono nel progetto e ci aiutano. Quindi per ora viviamo il presente e siamo grati per ogni volta che riusciamo ad aprire la porta. Per il futuro abbiamo un obiettivo sicuramente molto ambizioso: diventare un punto di riferimento e modello per altre realtà come la nostra.

Per il prossimo Pride di giugno avete in programma qualcosa?

Il mese del Pride ci vede coinvolti su più fronti. Il primo è il San Lorenzo Pride, del cui comitato organizzativo siamo parte integrante. Il secondo è la curatela del mostra collettiva che si terrà all’interno degli spazi di Rumah (Largo Venue), sempre per tutto il mese.