Magazine cartacei e fotografie hanno avuto una vita uguale e contraria negli anni Zero. Se i primi sono progressivamente diminuiti, mangiati a grossi bocconi dal web prima e dai social poi; le seconde sono proliferate in maniera esponenziale – quasi incontrollabile – una volta atterrate digitalmente sugli smartphone, con diverse app unicamente dedicate a esse, Instagram su tutte. Due rette che però ancora non sono diventate del tutto parallele e a volte riescono ancora a incontrarsi. È il caso di Panzoo, progetto dedicato alla fotografia che da anni mappa tutto quello che accade in questo mondo all’interno dei confini di Roma e che, sempre dall’Urbe, sul finire del 2025, ha deciso di rinnovarsi trasformandosi (anche) in un magazine. Una scelta che forse è troppo facile bollare come in controtendenza, perché, di fronte all’ipertrofia visiva dei nostri giorni, è proprio attraverso un supporto „solido“ e „stabile“ che è possibile recuperare la contemplazione e quindi il senso della creatività e dell’unicità. Dell’opera d’arte. Ne abbiamo parlato con Mila Jonis e Alice Cerreto che, sempre nel 2025, hanno definitivamente preso le redini del progetto ideato ormai dieci anni or sono da Paolo Franzò.
Panzoo è una realtà che accompagna la fotografia a Roma da molti anni. Come e quando è nato questo progetto?
Mila Jonis & Alice Cerreto: Panzoo nasce nel 2014 da un’idea di Paolo Franzò e nasce come portale informativo no profit, con lo scopo di mappare ogni evento e mostra fotografica presente sul territorio romano. Noi entriamo nel progetto nel 2023, mentre nel 2024 diventiamo a tutti gli effetti un’associazione culturale con il nome MAP. Nel Paolo 2025 ci ha passato definitivamente il testimone. Un anno di rinnovamento e cambiamento generale: abbiamo lanciato il nuovo sito, curato dal nostro web designer Alessandro Gallo, abbiamo allargato la redazione e, soprattutto, abbiamo dato vita a un magazine cartaceo.
Da dove arriva l'esigenza di dare vita a un magazine?
MJ & AC: È stata la conseguenza naturale della necessità di creare uno spazio di dibattito, dove poter discutere di fotografia e questioni contemporanee slegandosi dalla prospettiva istituzionale, e dove poter diffondere nuovi progetti che riteniamo interessanti e stimolanti rispetto al momento storico che stiamo vivendo. Prendersi un momento per fermarsi davanti un’immagine significa dedicare del tempo a capire meglio il linguaggio in cui siamo immersi: è una questione che riguarda tutti. In una settimana di “chiusa” abbiamo creato la struttura di base del magazine, dandoci delle linee guida. Poi abbiamo aperto la call per giornalisti, fotografi e redattori, ricevendo un riscontro incredibile: ci hanno contattate da tutta Europa proponendo idee e temi entusiasmanti. Per questo primo numero abbiamo deciso di non dare molte direttive: avevamo bisogno soprattutto noi di capire su cosa volesse confrontarsi il panorama fotografico attuale. Il magazine ha iniziato così a prendere forma e la scelta di realizzarlo indipendentemente ci ha permesso di portare a tavola temi scomodi, senza compromessi di alcun tipo.
Cosa dà in più un magazine alla narrazione fotografica rispetto a un social o a un sito?
MJ & AC: Sembrerà banale, ma un magazine può stimolare anche il tatto e l’olfatto: dal punto di vista biologico il nostro corpo partecipa a un’esperienza immersiva. In secondo luogo, il cartaceo è sia un momento di pausa in cui digerire lentamente ciò che si guarda e si legge, sia una scusa per riportare le persone negli spazi. Il magazine, oltre ad essere scaricabile dal nostro sito, sarà consultabile gratuitamente in librerie, gallerie, scuole di fotografia: vorremmo che fosse anche uno spunto per una conversazione tra due sconosciuti in un posto che li lega per passione. I social, che ovviamente noi usiamo e che sono forse anche il primo punto di contatto tra il pubblico e Panzoo, sono una continua spasmodica esposizione a stimoli diversi: si legge, si vedono cose interessanti, ma si tratta di contenuti che vengono immediatamente rimpiazzati da altri. Tutto diventa volatile ed effimero. La carta non lo è: un libro lo devi prendere dalla libreria, sfogliarlo, fermarti e leggerlo. Il cartaceo è una testimonianza, è una prova di ciò che è e ciò che è stato. E noi avevamo bisogno di questa prova.
I social e gli smartphone sono stati un acceleratore incredibile per la fotografia: un'esplosione che è avvenuta su per giù proprio nel periodo che va dalla nascita di Panzoo alla sua rinascita come magazine. Voi come avete vissuto questo cambiamento? In che modo social e smartphone hanno cambiato la fotografia?
MJ & AC: Da un lato l’immediatezza dello scattare, del vedere il risultato e condividerlo, hanno reso l’immagine un prodotto da consumare, anche per chi lo fornisce, piuttosto che un momento e un percorso di rilettura più approfondita del mondo. Instagram d’altro canto è stato un trampolino di lancio e un’ottima vetrina per moltissimi fotografi e artisti visivi. E noi per prime usiamo e sfruttiamo questo mezzo. Alcuni dei temi su cui si dibatte ormai da anni sono quelli dell’iper-esposizione e desensibilizzazione alle immagini. Crediamo che, se affiancati da degli strumenti di lettura e analisi, i social possano essere uno strumento potente di condivisione dal basso, salvo quando il social stesso, come spesso accade, è soggetto a censura. Non possiamo evitare i social. ma possiamo decidere come accoglierli e integrarli nella nostra vita: un magazine per noi è il punto di partenza per una più ampia educazione all’immagine.
Una parte integrante di Panzoo è la selezione di progetti e mostre che invitate a visitare. Ecco, vorrei chiedervi se per voi i media possono essere ancora importanti rispetto a questo lavoro di filtro e restituzione, sempre nel contesto di una iper-produzione globale di contenuti.
MJ & AC: Per noi e per il lavoro di condivisione, filtro e restituzione che facciamo, i media sono insostituibili. Per quanto sosteniamo e spingiamo conversazioni e rapporti diretti e umani, quando si cerca di parlare contemporaneamente a quante più persone possibili il modo migliore restano i media. L’attenzione da parte nostra sta nell’utilizzo che ne facciamo e nel come comunichiamo, non soltanto nel cosa. Se il media, come dice appunto il termine, rimane un mezzo e non il fine, allora siamo sulla strada giusta.
Se i social hanno fatto il loro lavoro nei primi due decenni dei Duemila, ora si apre un nuovo capitolo, quello dell'AI. Quali sono i primi effetti che state vedendo sulla fotografia? Ci sono numerosi aspetti da affrontare: dalla post-produzione alla proprietà intellettuale, fino ad arrivare alle problematiche della post-verità.
MJ & AC: Quello dell’intelligenza artificiale è un discorso intricato e complesso da affrontare, in cui la dimensione etica e tutto ciò che ne deriva è sicuramente la più rilevante. Per quanto riguarda il suo utilizzo nell’ambito artistico, crediamo ci siano due modi di viverla: quello di un nuovo strumento creativo, esattamente come tutti quelli che l’hanno preceduta, quindi di supporto (nel caso della post-produzione per esempio) e stimolo per gli artisti, che rappresenta un plus e come tale necessita della figura autoriale, che resta quindi imprescindibile. Poi c’è tutto il resto, che spaventa molti. L’AI può davvero sostituire gli artisti o i creativi? Il famoso “ci ruberà il lavoro”? Beh crediamo che la risposta sia sì, nel momento in cui si parla di lavori prettamente commerciali e privi di qualunque pulsione creativa. Ovvio che fa degli ottimi rendering 3D per i prodotti – sempre però a partire da ottimi prompt – ovvio che può automatizzare, velocizzare e ottimizzare anche in ambito economico moltissimi processi. Si perderà l’autorialità? Assolutamente no: le cose evolvono, i lavori e i ruoli cambiano. Ad esempio, si sta creando un’enorme richiesta, in ambito artistico e non, di chi questo mezzo lo sa usare davvero. E poi una forte direzione creativa e artistica, oltre quella manageriale, sarà sempre più importante in ambito lavorativo e di ricerca, ed è ciò su cui crediamo punteranno anche le aziende di ogni tipo. Meno esecutori e più creativi probabilmente.
La città è sempre stata al centro di Panzoo, che nasce appunto per mapparla da un punto di vista fotografico. Che città è Roma per la fotografia? Ci sono artisti o collettivi che vi piacciono particolarmente e di cui seguite il lavoro?
MJ & AC: Possiamo sicuramente citare il collettivo Amar3, di cui seguiamo il lavoro da un po’ e che stimiamo profondamente. Crediamo ci siano moltissimi artisti interessanti e impegnati (li troverete nei prossimi numeri del magazine!). Se da una parte la città si offre come lo scenario ideale per una pluralità di voci sul tema, dall’altra il discorso fotografico è spesso appiatto su un livello istituzionale: si fa fatica a staccarsi dai grandi autori se si tratta di investire in grandi mostre. Vorremmo che si “rischiasse” di più e si portassero discorsi più vicini a ciò che stiamo vivendo. Sfruttare la velocità del presente per impattare in maniera positiva sullo stesso. Che il passato venga sfruttato come punto di partenza per un’analisi approfondita del qui ed ora, piuttosto che come un ricordo nostalgico in cui rifugiarsi.
Quali sono i vostri punti di riferimento per la fotografia a Roma?
MJ & AC: Domanda complessa! Su Roma operano parecchie realtà, tra librerie, associazioni e spazi espositivi: ognuna svolge un compito preciso e imprescindibile. Possiamo sicuramente citare Leporello e Libreria Marini, attività del Pigneto che, oltre a un’offerta culturale sempre aggiornata, animano i loro spazi con eventi e presentazioni. In zona Marconi c’è Tana Libri per tutti, mentre a Ostiense la biblioteca di Officine Fotografiche offre la possibilità di consultare gratuitamente anche volumi introvabili: una fonte incredibile per chi studia la materia. Tra gli spazi espositivi citiamo Interzone Galleria di Michele Corleone, Galleria Matèria e RAW Messina di Gabriele Stabile. Tra le associazioni e centri culturali segnaliamo La CAVe, WSP Photography e CSF Adams, oltre alle già citate Officine Fotografiche. Per gli amanti dell’analogico invece, i ragazzi della camera oscura di Spin Time fanno un lavoro molto bello, così come Pierpaolo Massafra e i ragazzi di Studio Giano per quanto riguarda le tecniche di stampa antiche.
Di gallerie che lavorano con la fotografia a Roma ce ne sono poche rispetto a quelle che lavorano con l'arte contemporanea, come mai secondo voi?
MJ & AC: Sicuramente Roma ha molta strada da fare nell’accogliere la fotografia: siamo indietro rispetto ad altre città europee, probabilmente anche a causa dell’enorme background di storia dell’arte da cui è difficile emergere. Una delle nostre missioni è quella di fare luce su queste pietre preziose e diffondere la cultura fotografica il più possibile, seguendo la legge di mercato più vecchia del mondo: se aumenta la domanda allora aumenterà anche l’offerta.
A proposito di mappature, ci sono delle mappe cartacee che avete realizzato con Studio Mistaker negli anni passati, ce ne potete parlare?
MJ & AC: Lo studio di grafica Mistaker, oltre ad aver curato tutta l’identità visiva di Panzoo, ha realizzato con noi un prodotto cartaceo che riproduce il nostro lavoro di osservazione e mappatura. A settembre 2020 abbiamo pubblicato la prima mappa della fotografia a Roma, un artwork geometrico che descrive graficamente il progetto di Panzoo: osservare, raccogliere e ordinare informazioni. Non era possibile indicare nella mappa i trecento luoghi presenti nel sito, quindi abbiamo scelto di indicare alcune categorie che riteniamo utili e rilevanti: gli spazi espositivi privati, le librerie, gli istituti di formazione e i luoghi pubblici. Negli anni successivi abbiamo proseguito questo progetto con altre quatto edizioni e nel 2024 abbiamo aggiunto anche un inserto: Leggerissimo, un supplemento dedicato a esplorare la scena fotografica romana tramite interviste e contributi critici, il tutto curato da Chiara Capodici. Nel 2025 la quinta edizione della mappa l’abbiamo realizzata in collaborazione con Leica.
Notizia di questi giorni: il Comune di Roma aprirà un centro pubblico per la fotografia negli spazi del Mattatoio. Cosa vorreste vedere in un luogo del genere?
MJ & AC: Siamo contentissime che finalmente la fotografia abbia una sua casa, è anche un buon segno rispetto allo stato del settore in generale. Ci aspettiamo una programmazione diversificata in cui le nuove voci abbiano spazio di esprimersi. Esporre un giovane autore vuol dire supportare il suo lavoro e la sua ricerca. Ci piacerebbe vedere una programmazione di eventi legati non solo ai fotografi in sé, ma alla fotografia, all’immagine e al suo contesto, con uno sguardo più ampio. Uno spazio in cui venga reso chiaro che nessuno può essere escluso dall’impatto delle immagini, per cui tanto vale capirne qualcosa in più.
Chiudiamo tornando al primo numero di Panzoo: di chi e di cosa si parla?
MJ & AC: Come detto, non c’è un tema in particolare, ma, da un punto di vista curatoriale, ci sentiamo di dire che ogni scelta ha in sé anche qualcosa di politico. Si parla di confini, di archivio familiare, di storia e di nuove prospettive. All’interno sono presenti articoli di vario genere e tre rubriche principali: „Zoom“, „Flash!“ e „La libreria di zona“. „Zoom“ è uno spazio dedicato ai fotografi emergenti, un modo per poter presentare un proprio progetto e se stessi come autori. „Flash!“ riprende il format di Zoom, ma con fotografi che sono un po’ più avanti nel loro percorso artistico e che raccontano di un proprio progetto in particolare. „La libreria di zona“ invece è essenzialmente una raccolta di consigli da parte di librerie romane ed editori, che partono da uno dei libri fotografici dei loro cataloghi e ce ne parlano. L’idea è di riportare le persone a scoprire questi libri e a sfogliarli dal vivo. Nel secondo volume aggiungeremo alle rubriche anche delle interviste, la prima è a Sari Tarazi fotografo che stimiamo molto e che ha contribuito al Vol 01 con la copertina.
Tra i vari contenuti, ce n'è uno in particolare che consigliereste di leggere e guardare?
MJ & AC: Non abbiamo preferenze in questo senso, possiamo però dire che ci sono dei lavori, come quello di Ljdia Musso sulla fotografia brasiliana, che collegheranno i vari numeri tra loro. Questo in particolare, “L’Occhio Inquieto: Viaggio nella fotografia brasiliana, oltre il mito di Salgado”, è suddiviso in tre atti: quindi forse sicuramente è bene non perdersi il primo per essere pronti agli altri due!















