«Esiste una vibe da apocalisse in ogni epoca storica, forse il mondo va avanti proprio grazie allo spauracchio della sua distruzione». Più il tempo va avanti, più la fine del tempo si avvicina: un ovvietà logica che, traslata sul piano etico e religioso, nei secoli ha generato mostri e massacri. Anche nei Duemila la sensazione di un’imminente e definitiva resa dei conti è più che mai palpabile, tuttavia è accompagnata da una maggiore rassegnazione e da una certa accettazione, quasi pacifica: ci siamo comportati da veri stronzi, è giusto che di noi non rimanga traccia. L’apocalisse verrà? Se sì, come? Come ci comporteremmo? Dove vorremmo ritrovarci e con chi? Una profezia dice che prima della fine dei tempi ci saranno „tre giorni di buio“, in cui il sole non sorgerà per tre volte e l’oscurità ucciderà chiunque esca di casa. Da qui Alice Scornajenghi, Alice Spano e Veronica Raimo sono partite per creare un (anti)festival durante i primi giorni dell’anno. Tre giorni di (anti)profezia, in cui di casa si è usciti, ma solo all’alba, con il sole non ancora sorto, per poi ritornarci solo dopo il tramonto, con il sole già calato. Per andare dove e a fare cosa? Al Fanfulla a cazzeggiare, ovviamente. Ecco un breve racconto (in forma di intervista) di cosa è successo e del perché trasformare il giorno in notte, eliminando scientemente la luce del sole, possa essere un atto incredibilmente liberatorio, capace di generare un’imprevista felicità. E magari anche scongiurare la fine della fine.
Finito il terzo giorno, uscite dal Fanfulla, qual è la prima cosa che avete detto o pensato?
Alice Scornajenghi: Alla fine dei tre giorni ho realizzato che ero stata bene, molto bene, e che quasi nessuno – non io, di sicuro – si aspetta di essere felice di giorno. Chi pretende di stare davvero bene durante la giornata? Uno passa attraverso le cose che deve fare e se capita qualche bel momento è una sorpresa. Invece è bastato ricostruire di giorno tutte le condizioni della notte (il buio, la musica, l’improduttività, lo stare insieme) per scoprire che si può stare davvero bene anche di giorno, o quantomeno del tutto in contatto con se stessi. Che si può fare per tre giorni di fila e chissà per quanti altri, volendo. Tre feriali di gennaio a Roma per giunta! Ha avuto un effetto rivoluzionario su di me. Sembra banale, ma non lo avevo mai visto, vissuto, in modo così nitido.
Sempre alla fine dei tre giorni, secondo voi l'apocalisse è stata scongiurata?
Veronica Raimo: Difficile dire se l’apocalisse sia stata scongiurata, ma noi ce l’abbiamo messa tutta. Comunque non sono tra quelle che pensano che l’essere umano si sarà meritato l’estinzione. Alla fine è esistita una vibe da apocalisse in ogni epoca storica, forse il mondo va avanti proprio grazie allo spauracchio della sua distruzione.
AS: Dirò una cosa forte: io non ci credo all’apocalisse prevista da mia zia. Non voglio perdere credibilità come organizzatrice di eventi per scongiurare il male, eh! Ma è possibile che questi anni siano di fatto già un’apocalisse, uno di quei periodi storici in cui il male è più definito e oscuro. Sono però convinta che tenere accese delle luci colorate sia una forma di resistenza e un rituale davvero potente.
Facciamo, qualche passo indietro. Come e perché nasce l'idea di chiudersi dentro il Fanfulla per tre giorni senza mai vedere la luce del sole?
VR: L’idea è nata da una serata alcolica in cui Alice ha tirato fuori questa storia di sua zia mezza santa – mezza perché per adesso è solo beata. Era una specie di versione femminile di Padre Pio, ma non c’era ancora stata la quarta ondata di femminismo quindi alla fine non se la sono filata molto nonostante avesse tutte le carte in regola, pure le stimmate coi vermi. Comunque, questa zia aveva profetizzato che l’apocalisse sarebbe arrivata con “tre giorni di buio”, che ci è parso subito un ottimo titolo. Prima volevamo capitalizzare e scrivere un best seller, una di quelle cagate che va adesso grazie appunto alla quarta ondata di femminismo. Invece poi abbiamo deciso di chiuderci dentro al Fanfulla facendo l’esatto contrario: immaginare un mondo fuori dal lavoro e dalla capitalizzazione.
Quante persone in media hanno partecipato? C'è chi si è presentato tutti e tre i giorni?
AS: Difficile tenere il conto. C’è chi è venuto a fare colazione prima di dover andare a lavoro, molte persone portavano del cibo che veniva messo a disposizione di tutti sul bancone e c’erano sempre tantissimi cornetti e pizzette: quando ti ricapita di fare colazione con Hugo Sanchez che mette musica al Fanfulla? Ci sono stati momenti pieni di gente, in cui c’era chi giocava a scacchi, a carte, a domino, chi leggeva, chi ballava, chi faceva la fila al bagno e chi scriveva dediche per la fine del mondo. La mattina del terzo giorno c’è stato un bel lasso di tempo in cui eravamo solo in tre, più un tipo che dormiva e russava sdraiato su una zattera di cassette della frutta che avevamo allestito su un lato della pista. Ogni giorno è stato diverso dagli altri, una trilogia con momenti molto diversi tra loro.
VR: La cosa bella dei „Tre giorni di buio“ è che non poteva andare male in nessun modo, perché nessun* aveva delle aspettative. Nessun* sapeva cosa sarebbe successo, e intanto succedevano delle cose e si stava lì a vederle accadere. Sarebbe bellissimo se tutti i festival fossero così e se restassero così per sempre, senza l’ansia di doversi ingrandire, trovare sponsor, essere finanziati dalle banche che investono in armi (alla faccia delle apocalissi!). Comunque, se dovessi immaginare davvero l’apocalisse, l’idea di restare chiusa dentro al Fanfulla, con un senso di comunità e della gente che mette musica bella, non mi dispiacerebbe. C’erano anche delle ottime pizzette e i mandarini per l’eventuale ultima cena.
Parlando un po' più seriamente, è emersa una certa paura per la piega che sta prendendo il mondo? La sensazione di un'accelerazione verso una fine? Insomma, tante cose che immaginavamo come distopiche ormai le accettiamo come quotidiane e normali.
VR: Proprio per la piega che sta prendendo il mondo, che poi si ripercuote nel mondo privato – cioè la distopia è anche nelle nostre relazioni sentimentali, nel lavoro – abbiamo pensato di rispondere con una specie di „irrazionalità bianca“ all’“irrazionalità nera“ di un Trump o di un Musk. Per cui abbiamo costruito degli amuleti e c’era la possibilità di consultare un oracolo attraverso le parole dei libri. Una forma di spiritualità scritta molto bene. I libri erano di Didion, Larkin, Lispector e Carson.
Voi come ve la immaginate l'apocalisse? Il ritrovarsi al Fanfulla al buio mi fa immaginare piccole resistenze sotterranee alla "Matrix", mentre fuori la Matrice devasta e depreda ogni cosa.
AS: Bello che tu lo dica! È andata esattamente così per me. Credo che esista una forma di resistenza che passa anche da qui.






