Tadzio Pederzolli

Lo Chef vegano, il pogo e la Milano dei concerti

quartiere Porta-Venezia

Geschrieben von Piergiorgio Caserini il 26 Juni 2021
Aggiornato il 29 Juni 2021

Foto di Marta Blue

Tutti sanno che il punk a Milano ha una storia importante, e quando si dice “punk” si pensa alle solite cose: le creste, la rabbia, alle volte la politica e i centri sociali. Pochi pensano a uno stile di vita vegan. Tadzio ha una storia ventennale nella scena hardcore-punk italiana, e oggi è uno Chef specializzato in cucina vegetale che non ha perso il gusto per il pogo, il sudore e i suoni distorti dell’hardcore. Lo potete ascoltare col suo ultimo progetto musicale: GOLPE.

Cominciamo dai retroscena. Hai all’attivo anni come musicista e organizzatore di concerti e festival nella scena hardcore punk, per quanto hai lavorato nella musica, e dove hai cominciato?

Tecnicamente non mi sento di aver mai lavorato in questo settore, considerando che probabilmente con la musica sono più i soldi che ho rimesso, rispetto a quelli guadagnati. Mi sono trasferito a Milano per laurearmi in Scienze della Comunicazione Musicale: il mio pallino da ragazzino era quello di lavorare nel mondo della musica. Nel giro di poco tempo ho capito che lavorare nel music-business non fosse ciò che avrei voluto fare. Non mi sento un musicista, non sono un promoter, e non mi definirei un produttore, ma in qualche modo sono tutte e tre le cose, a livello non professionale. Non ho mai avuto l’intenzione di fare dei soldi con la musica, l’ho sempre vista come una valvola di sfogo e un prezioso strumento di comunicazione. Gestisco una booking DIY completamente no profit (Knife Shows) con cui da anni organizzo serate e concerti di bands che mi piacciono e che supporto. Ho cominciato a organizzare concerti non appena arrivato a Milano, scappando dal clima di una Trento che ai tempi (ora fortunatamente è migliorata) era davvero poco viva e per nulla a misura di adolescente. Qui ho cominciato a frequentare realtà come quella del Leoncavallo, del Garibaldi (RIP), del Vittoria, conoscendo diverse persone che ruotavano attorno al mondo dei concerti nei primi 2000, e che mi hanno „svezzato“ e aiutato a muovere i primi passi. Di lì a poco io ed altri 6 amici e amiche abbiamo fondato un collettivo (Freego) con cui abbiamo preso in gestione il Dauntaun, il basement del Leoncavallo, curandone la programmazione per 6 meravigliosi anni. Finita quell’esperienza e scioltosi il collettivo, ho continuato con Knife Shows, piazzando date in gran parte delle realtà milanesi: Cox18, T28, Boccaccio a Monza, Villa Vegan ad Affori, Torchiera, Casa Gorizia, Ligera, Lo-Fi, sono stati dimora di tantissime indimenticabili serate (e pomeriggi nei casi dei matinée e festival). Per un anno ho anche aiutato Davide Zolli e Francesco Goats per la programmazione del Sacrestia, lo storico locale sui Navigli. In particolare, dopo lo stop di quest’esperienza, avverto parecchio la mancanza a Milano di una realtà che proponga live con cadenza regolare, come si faceva lì.

Tra i progetti in cui hai suonato ci sono stati gli Skruigners, storico gruppo hardcore punk della provincia di Milano. In quali altre band hai suonato?

Gli Skruigners sono stati il progetto forse più „grosso“ (perlomeno a livello di affluenza di pubblico alle date) in cui ho avuto la fortuna di militare. Attivi dal 1996, ne ho preso parte dal 2005, anche se da circa 10 anni siamo in pausa a tempo indeterminato. Poco dopo lo stop con Skruigners sono nati gli HOLY, una band che io e tre cari amici abbiamo messo in piedi nel 2011. Progetto hardcore con un messaggio fortemente animalista e politico (tutti e quattro eravamo e siamo tuttora vegan), con cui ho avuto la fortuna di registrare 3 dischi, e di fare parecchi tour in Europa e negli Stati Uniti. Parallelamente a questo gruppo in quel periodo ho suonato con i Komplott (in cui suonava anche il batterista degli HOLY), con cui dopo aver fatto uscire un LP abbiamo fatto pochissimi live, cosa che forse in qualche modo ha contribuito a una specie di mitizzazione postuma di questo progetto raw-punk (mi capita ancora a distanza di anni dallo scioglimento che qualcuno scriva per delle date). Negli anni successivi mi sono concentrato sul lavoro, un po‘ esaurito dal tempo speso a fare lavori del cazzo solo per riuscire ad andare in tour: facevo principalmente il meccanico di biciclette e shop manager per Dodici Cicli, un brand di biciclette a scatto fisso a uso urbano. Ho fatto i lavori più disparati, dal barista (al Magnolia e altri locali), al corriere in bici, dai volantinaggi e attacchinaggi di varia natura agli inventari notturni nei supermercati. A un certo punto ho sentito il bisogno di un focus su una vita lavorativa più stabile e un po‘ per caso mi sono ritrovato in cucina, mettendo per qualche anno in standby la musica. Ho ripreso in mano uno strumento con i Sempre Peggio, gruppo Oi!/streetpunk antifascista con cui ho fatto delle date indimenticabili (sia in positivo… che in negativo) suonandoci per un paio d’anni e registrando un paio di dischi.

E ora cosa bolle in pentola?

Ho da sempre avuto il pensiero e l’esigenza di qualcosa che fosse completamente mio, ma per vari motivi non mi sono mai messo a creare di creare un progetto che fosse interamente farina delle mie tasche, almeno fino a due anni fa. Nel 2019 ho dedicato le mie energie a un progetto solista: GOLPE. Per la prima volta mi sono occupato interamente della scrittura e della composizione di musica e testi, dell’esecuzione di tutti gli strumenti e della produzione del disco (e parzialmente delle grafiche, coadiuvate da Francesco Goats). È da poco uscito il primo LP „La Colpa È Solo Tua“ (per l’americana Sorry State Records), un disco che è una specie di manifesto politico della mia visione del mondo, della mia definizione del potere di determinazione e di auto-determinazione delle azioni umane. Ho scritto questo disco durante il primo lockdown, l’ho registrato in un’afosa settimana dell’estate successiva. Ho in qualche modo ottimizzato tutto il tempo che questa bizzarra situazione ci ha donato trasformandolo in quello che per me è stato il coronamento di un’esigenza che avevo da sempre. Fare tutto da soli è stata una dura prova di forza, un’esperienza faticosa ma estremamente formativa e soddisfacente. Dopo due anni di stallo, devo dire che non vedo l’ora di poter suonare questo disco dal vivo, di riprendere con i live (in cui io canto e basta, avendo degli amici che suonano gli altri strumenti), e di ricominciare a pianificare dei tour.

Hai sempre coniugato cucina e musica?

La musica mi ha permesso di entrare in contatto con realtà e idee che mi hanno formato. Senza alcuni testi, senza alcuni volantini, senza le manifestazioni e i presidi, e senza le (prima litigiose, ma poi proficue) chiacchierate con alcune persone della scena punk di allora, non sarei la persona che sono oggi. La musica mi ha avvicinato al mio stile di vita attuale, donandomi una forma mentis che mettesse costantemente in discussione ogni cosa, e che a sua volta mettesse costantemente in discussione se stessa. Credo che il pensiero critico sia l’elemento più potente e formativo partorito dalla cultura punk, e dagli anni ’80 a oggi questa potenza rimane invariata. Inoltre, i tour mi hanno permesso di entrare in contatto con realtà e stili di vita lontani anni luce dalle possibilità che il nostro paese offriva (17 anni fa) a chi scegliesse di eliminare dalla propria tavola i derivati animali. I primi tour in America (sono stato a NY per la prima volta nel 2006, e mi commossi per la quantità di cibo vegetale incredibilmente buono, facilmente reperibile ed estremamente economico) e in Europa mi hanno acceso una lampadina su quello che avrebbe potuto essere il futuro anche per l’Italia, riguardo la cucina e l’alimentazione plant-based.

E invece la tua versione chef vegan, che come inizia?

Fatico molto a usare questa etichetta per auto-definirmi, ho enorme rispetto di chi fa questa professione. Non ho un iter formativo e lavorativo tradizionale, per cui nonostante a tutti gli effetti io vesta questo ruolo, non ho le velleità che tanti miei colleghi e mie colleghe hanno, dal punto di vista professionale. Ho avuto la fortuna di essere nel posto giusto al momento giusto, e ho iniziato a cucinare a livello professionale per caso. Organizzare concerti mi ha formato anche in questo: se ti ritrovi a dover cucinare per 40-50 persone impari in fretta a correggere il tiro, e lì pian piano ho preso confidenza con cucina e fornelli. Da una versione amatoriale di questo mestiere, mi ci sono buttato a tempo pieno una volta mollato il lavoro con le bici. E dopo alcune esperienze in diversi ristoranti, eccomi qui.

Da quanto tempo vivi in Porta Venezia?

Vivo in questo magico quartiere dal 2013. La mia prima casa in questa zona è stato il classico appartamento-stile-squatt in condivisione con altre 3 persone (due cani, e un sacco di mobili presi dalla strada), ospitato e incluso da un caro amico della scena writing milanese (Bozo – Oneman). Da lì mi sono spostato nella casa in cui abito ora. Amo questo quartiere e non vorrei sinceramente vivere in nessun’altra zona di Milano. Oltrettutto negli ultimi anni c’è stata un’impennata di locali e ristoranti vegan o vegan friendly (la Colubrina, Alhambra, Joia, Flower Burger, Radicetonda…), che mi fanno amare il mio quartiere ancora di più. Amo il sincretismo che c’è, il fatto che sia una zona inclusiva per realtà diverse, persone e culture molteplici, che ci sia un costante clima di coesistenza e coesione intersezionale.

Anche solo il fatto di definire un quartiere “vegan friendly” denota un grande spostamento delle abitudini alimentari del consumo di massa, no?

Il fatto che il mondo si sposti sempre più in una direzione vegetale rende chiaro che ci sia un cambio di paradigma rispetto al modo di concepire il presente ed il futuro dell’alimentazione. La sostenibilità è anche questo: spostare economia e capitali in questa direzione. Il futuro sarà davvero sostenibile nel momento in cui gli alimenti vegetali si integreranno sempre di più nelle abitudini alimentari delle persone, e nel momento in cui sia più facile ed economico avere nella propria dispensa alimenti vegetali di qualità. Se si ambisce a un mondo più sostenibile, in cui lo sfruttamento animale sia solo un lontano ricordo, sarà anche grazie a primi piccoli passi, come quelli fatti dai locali di questo quartiere negli ultimi anni.