Primo frame: Ricardo Cavallo è solo, combatte con l’età e con le asperità della linea costiera bretone. Si aggira per quei luoghi impervi, portando a spalle tutto il necessario per dipingere en plein air, come l’ultimo discepolo di una razza di pittori estinti. Un’entità fuori dal tempo sempre al centro dell’inquadratura, ma al tempo stesso palpabilmente sfuggente. Sembra quasi un’emanazione del passato, preso com’è dal confronto e dall’analisi dei suoi maestri, di cui ci parla con una passione travolgente.
Ricardo dipinge unicamente en plein air, come facevano i Barbizonniers o come fosse un pittore scalcagnato sfuggito magicamente dalle pagine de L’Opera di Zola. Dopo essere scampato già da qualche anno al caos parigino, è riuscito a trovare nella Bretagna un luogo ideale per il suo otium negotiosum. È uno di quei rari sognatori capaci di vivere unicamente di pura ricerca: guardando rigorosamente fianco macchina verso il suo amico Barbet, ci racconta di come mangi riso a colazione, pranzo e cena dagli anni ’70.
Schroder realizza un film che non racconta quasi niente, ma che si può permettere di farlo perché il protagonista è un film vivente.
In un passaggio appassionante, Ricardo espone la sua fascinazione per il mistero della pittura della Grecia antica, perduta per sempre tra le sabbie del tempo. Forse, se dovesse effettivamente venire alla luce un affresco di quel periodo, Ricardo ne sarebbe quasi deluso perché è la ricerca di un mistero irrisolvibile, che intreccia arte e natura, a costituire per lui la più grande forma di ispirazione. È un po’ come una verità estatica: una trasparenza nitida, un’immagine che sia soprattutto un segno di vita. Questa verità racchiude tutti i suoi più profondi significati nel suo essere nascosta, celata, ammantata da una cortina di mistero arcaica, proprio come il vero volto delle pitture greche.
E nonostante tutti questi significati profondi e convergenti, Schroder realizza un film che non racconta quasi niente, ma che si può permettere di farlo perché il protagonista è un film vivente, che aspetta solo di essere messo in scena. Più precisamente direi che Ricardo et la peinture più che un documentario è un dialogo incessante, in primis tra Ricardo e Barbet Schroeder, che ci mostrano il processo filmico nel suo farsi, dimenticandosi a tratti di essere ripresi, troppo intenti come sono a confrontarsi sull’arte e sulla vita. Ma è soprattutto un dialogo con il passato perché, quando si arriva all’età di Schroeder inevitabilmente per guardare avanti è necessario guardarsi indietro.
Al di là di tutte le dissertazioni artistiche di Barbet e di Ricardo, del loro amore per Goya, Velázquez, passando per Seurat, Monet e Picasso, ciò che più di tutto rimane di questo film e dell’opera di Cavallo è senza dubbio la speranza e l’amore che animano le sue tele.
I suoi enormi dipinti, composti da una miriade di piccoli quadretti intercambiabili, sono specchio esatto della visione estetica del regista e offrono due distinte prospettive sulla natura e la fugacità del tempo, sulla vecchiaia e sulla nostalgia dell’infanzia.
Riguardo all’infanzia, Schroeder decide di mostrarci sul finale la scuola di pittura per bambini che Ricardo gestisce nel piccolo paesino bretone e ci lascia con un messaggio che contiene in nuce tutto il senso del film. Ricardo dice che l’obiettivo della scuola non è crescere degli artisti, ma mostrare ai bambini come il disegno, la pittura e l’arte siano lo strumento migliore per scomporre la realtà e decifrarla. Come in un circolo ermeneutico, la struttura fortemente dialogica che dà forma al film e che alterna le divagazioni aneddotiche di Ricardo a momenti di pura contemplazione artistici e naturali, trova conferma nel finale: l’artista dichiara che, per lui, l’arte non è tanto importante come esercizio culturale in sé, quanto come forma di dialogo.
Quando ha a che fare con i bambini della sua scuola, infatti, soprattutto con quelli più piccoli, Ricardo ci mostra come il disegno e la pittura siano il modo migliore per trovare una forma di linguaggio comune, che travalichi ogni barriera di età e di maturazione linguistica.
Il prossimo sabato 22 novembre Ricardo et la peinture sarà proiettato al Cinema Godard presso la Fondazione Prada, impreziosito dalla presenza del regista, Barbet Schroeder in dialogo con Paolo Moretti. Un’occasione imperdibile per sentire dal vivo le parole del leggendario regista svizzero che ci ha regalato questo film-testamento del tutto atipico, in cui ha deciso di sacrificare la sua ingerenza artistica per far uscire forte e chiaro il meraviglioso esempio insito nelle opere e nella vita di Ricardo Cavallo.
Written by Archimede Favini