Fondazione ICA Milano inaugura la stagione con due personali che dialogano sul tema della memoria come materia viva. In Rodamoinho, Marina Rheingantz trasforma il paesaggio in astrazione: campiture dense, gesti ritmici e cromie sedimentate diventano orizzonti emotivi, vortici di ricordi privati che sulla tela si fanno spazio collettivo e sensoriale.
La pittura di Marina Rheingantz prende avvio dal paesaggio ma non ha alcun interesse a restituirlo come immagine. Ciò che resta del paesaggio è una struttura interna alla tela: una linea d’orizzonte che si intuisce più che vedersi, campiture che si espandono come campi visivi, variazioni di densità cromatica che suggeriscono profondità senza mai trasformarsi in una vera veduta. Guardando i dipinti si ha la sensazione di riconoscere qualcosa – forse una distesa, una soglia tra terra e cielo – ma l’immagine continua a sottrarsi, come se restasse sempre appena fuori fuoco.
Qui mi soffermo, colpita dal suo lavoro. La pittura sembra partire da un’immagine possibile, ma invece di definirla la lascia dissolvere nella superficie del quadro.
L’olio è steso in macchie dense e compatte che mantengono una forte presenza fisica, mentre altri passaggi si alleggeriscono lasciando emergere il fondo della tela. Invita lo sguardo a muoversi lentamente sulla superficie, quasi a cercare un punto di stabilità che però non arriva mai del tutto.
Nella palette vedo registri terrosi – bruni, ocra e verdi smorzati – che non descrivono ma creano atmosfere. E all’interno ecco emergere improvvise accensioni cromatiche di rosa, arancio o azzurri che interrompono l’equilibrio della tela. Piccoli scarti percettivi. Al piano di sopra le tele si espandono e si fondono con la parete: le stanze sono ricoperte di arazzi che parlano la stessa lingua della pittura ma al tempo stesso la emancipa. Nei pannelli jacquard il gesto pittorico si traduce in una trama continua di intrecci e ripetizioni: l’immagine non nasce più dalla stesura del colore ma dalla struttura stessa del tessuto. Tra questa atmosfere che sanno di paesaggi e paesaggi che diventano atmosfere, risiede il titolo della mostra: Rodamoinho, che in portoghese significa vortice.È in questa soglia, tra riconoscimento e perdita dell’immagine, che la sua pittura diventa interessante e che nasce, almeno per me, il desiderio di soffermarsi su queste tele più a lungo.
Nella project room, Crossover di Anastasia Sosunova lavora invece sul cortocircuito tra tradizione e presente: video, sculture e installazioni intrecciano folklore lituano, autobiografia e politica per mostrare come rituali e credenze cambiano significato, manipolano identità e producono nuove mitologie contemporanee. Due mostre diverse ma complementari: una ti assorbe nel colore, l’altra ti spinge a leggere i simboli del nostro tempo.
Written by Sofia Giacomelli e Ritamorena Zotti