La rassegna multidisciplinare che da ottobre sta animando gli spazi di via del Porto 11/2 con performance, concerti, danza e installazioni.
La serata dell’8 maggio propone un percorso tra sculture “espanse”, in cui materia, suono e immagine diventano strumenti di indagine su memoria, relazione e trasformazione, attivando lo spazio come campo di esperienza condivisa.
Pas de deux è un dispositivo performativo in cui concerto e scultura coincidono. Un gruppo di musicisti del conservatorio, i Tetracab, tra strumenti ed elettronica, suona relazionandosi con una scultura concepita come spartito tridimensionale: ciascunə ne vede un frammento diverso e lo interpreta come indicazione di lettura e di azione. La presenza di un corpo solido non è scenografia, ma innesco: apre possibilità di moto, relazione, risposta. Il suono viene trattato come corpo fisico e mobile, capace di definire lo spazio e di parteciparvi, modificandone percezione e tensioni. In questa prospettiva, creare suoni in un ambiente diventa un gesto scultoreo: un modo di incidere il vuoto, modellare traiettorie, costruire una forma collettiva e in divenire.
Feda propone invece Come se tutto fosse uno, “un’opera in divenire” concepita come struttura aperta e modulare in dialogo con gli spazi del DAS. Realizzata in ceramica smaltata, la scultura nasce da un processo di svuotamento, frammentazione e ricomposizione dell’argilla: un metodo di lavoro assunto come metafora di trasformazione. La terra è intesa insieme come materia e come memoria, corpo che conserva tracce e che, una volta spezzato, può essere riassemblato in nuove forme. L’assemblaggio dei singoli elementi assume un carattere rituale, mettendo in tensione il confine tra separazione e rigenerazione, tra perdita e ricostruzione. L’opera resta volutamente incompiuta e porosa, aperta a futuri innesti, variazioni e sviluppi, come un organismo che continua a crescere.
Con Čuti (“Ehi! Ascolta!”), progetto sviluppato da Susan Ljuljanovic durante una residenza di quattro mesi presso Parsec a Bologna, la riflessione si sposta sui temi della memoria e della perdita. A partire da un’esperienza personale – la morte del padre e la distruzione delle fotografie di famiglia in un incendio – l’artista utilizza l’intelligenza artificiale per ricostruire immagini da ricordi e frammenti. L’installazione comprende due video, tre fotografie digitali, venticinque piastrelle in ceramica, una scultura in creta e una vestaglia-scultura in tessuto realizzata a mano, oltre a un archivio sonoro basato sulla pronuncia del nome dell’artista. Un’opera che si configura come un dispositivo di memoria e relazione, capace di farsi spazio di condivisione di un’esperienza.
Written by LR