Sono nato a Milano, fuori dalla circonvallazione. Sono cresciuto a Milano, fuori dalla circonvallazione. Odio la narrazione della Milano da bere, dei luoghi esclusivi e della “città europea e attrattiva”. Preferisco la Milano che ha il cuore in mano, quella dei bar tabacchi cinesi, dei kebabbari, dei parchi pubblici, dei ragazzi e delle ragazze in piazza, delle trattorie con i vecchi che giocano a carte mentre si bevono un bianchino alle dieci del mattino.
Poltergeist parte proprio da qui, da questi luoghi in cui regna la sincerità di chi vive la città, di chi appartiene ad essa realmente, non di chi la usa e la consuma. In particolare parte da Cagnola, zona nel nord-ovest di Milano. Una zona che, in alcuni punti e luoghi, prova strenuamente a resistere alla gentrificazione dilagante e all’alzamento spropositato dei costi della vita.
E’ un disco cittadino, notturno, periferico. È un disco motociclistico, nel senso che tanto di quello che c’è dentro è scritto e pensato su una moto; d’altronde un disco si fa anche mentre si fa altro. Un disco che esplora diverse strade, si perde, si ritrova tra una strada secondaria e l’altra e affronta ogni imprevisto che si palesa di fronte.
“Poltergeist” parla della città di chi lo ha scritto, ma anche di quello che sente dentro,
dell’incertezza generazionale, dell’incognita del futuro, del mondo e delle sue regole ingiuste, del fare i conti con il proprio passato, con ciò che ha ferito.
A livello sonoro, l’album spazia tra il post-punk, l’indie rock, il dream pop e alcune contaminazione più elettroniche. Come nell’ambito testuale e nelle immagini che ho richiamato, anche a livello sonoro ho voluto seguire una strada notturna tra synth molto riverberati, arpeggi di modulari, bass synth e chitarre distorte.
L’esposizione alla notte, vissuta in adolescenza tra la circonvallazione, la 90 e le strade della periferia, ha segnato con prepotenza l’immaginario di Poltergeist.
Written by Stefano Gelmi