Avocado e cappelle

Che rapporto c'è tra le monocolture e il turismo di massa?

Written by Fabrizio Bellomo il 1 June 2019
Aggiornato il 11 June 2019

L’hashtag #avocado risulta presente su Instagram nove milioni di volte; #Firenze ‘solo’ otto. Di #carbonara ve ne sono un milione. Gli “Uffizi” sono diventati – in epoca post-social – sicuramente più insostenibili di quanto già non lo fossero da tempo, ma il luogo in cui questa sensazione di insostenibilità si trasforma in vero e proprio malessere sono i “Musei Vaticani”. “La Cappella Sistina” credo sia uno dei luoghi più orridi in cui sono capitato negli ultimi anni: una massa umana scomposta, redarguita da una costante e psicotica litania: «no photo, no photo, no photo»: recitata continuamente dai numerosi addetti alla sicurezza. Il ripetersi delle parole avviene – ovviamente – inutilmente. Centinaia, migliaia di persone accalcate in stanze sproporzionate e indotte a seguire un disagevole percorso museale – data la numerosità del gregge, il quale si ritrova a esperire un qualcosa vendutogli come sublime: più vicino al divino che al terreno – e invece man mano che ci si avvicina alla meta, “Le Stanze di Raffaello” diventano via via più insostenibili (data l’accoppiata fra l’architettura labirintica e il numero di persone che le occupano). Facendo quindi salire percepibilmente il tasso di nevrosi riscontrabile, così da arrivare al momento culminante, subito prima dell’uscita dalla Cappella, quando il gregge viene indotto a percorrere uno strettissimo e lungo corridoio: qui la sensazione di malessere si palesa brutalmente nelle espressioni di tutti i presenti. Oramai è troppo tardi, l’unico modo per uscire da tutto questo è quello di percorrere – forzati da un flusso unidirezionale e continuo – l’angusto corridoio. Un attacco di panico, in una situazione del genere, sarebbe del tutto motivato.

Un’epidemia batterica – così come la fine di una moda culinaria – possono mettere a repentaglio vastissime porzioni di territorio

Cosa c’entra l’avocado con ciò? La smania per l’avocado – in Italia – è cresciuta in modo esponenziale negli ultimi vent’anni, così da ricordarmi oggi la stessa dinamica e quindi la percezione di malessere in procinto di arrivare al suo stadio culminante vissuta nelle “Stanze di Raffaello”.
Il proliferare di locali dedicati al frutto subtropicale è la sfaccettatura più piacente (se così si può dire) di questa tendenza, di cui l’altra prospettiva riguarda la proliferazione delle monocolture intensive, sempre più necessarie alla costante crescita della richiesta europea. Tanto più quando questa continua a distruggere direttamente intere collettività centro e sudamericane; in Cile diverse comunità sono state letteralmente spazzate via dalle coltivazioni intensive di avocado, a causa dell’enorme fabbisogno d’acqua che ne lascia le popolazioni – viceversa – prive. Così da distruggere anche le biodiversità di questi luoghi: l’umanità e tutte le altre coltivazioni vengono annientate da tali dinamiche, lasciando lì dove vi erano differenti modalità di addomesticamento della terra, solo un’unica piantagione – in questo caso di avocado. Lo stesso discorso vale per la palma da olio e si potrebbe anche fare per gli ulivi pugliesi – da considerarsi un’altra monocoltura intensiva. Inoltre a causa dell’affare xylella vediamo come – sul lungo periodo – queste siano potenzialmente devastanti per le economie dei territori: visto che un’epidemia batterica – così come la fine di una moda culinaria – possono metterne a repentaglio vastissime porzioni.
Nico mi fece notare quanto queste coltivazioni-uniche, se fotografate dall’alto, assomigliassero alle foto delle parate militari dei più svariati regimi totalitari.
La beffa: in Cile, durante alcune manifestazioni generatesi a causa della carenza d’acqua derivata dalle coltivazioni intensive, la polizia ha disperso i manifestanti utilizzando idranti a forte gettito d’acqua.

Tutti vogliono quello che attraverso i media capitalistici ci è stato imposto di desiderare mediante la rappresentazione, meccanica prima e digitale ora

Qual è dunque il rapporto che lega le monocolture con l’adulazione di massa per “La Cappella Sistina”? Le parole ci vengono in aiuto: l’adulazione culturale per la Cappella, l’adulazione iconografica e collettiva per il “Giudizio Universale”, tutti vogliamo vedere lo stesso affresco, lo stesso unico (mono) manufatto culturale (coltura). E tale smania collettiva e globalizzata dell’andare a vedere tutti le stesse icone non è forse classificabile come una ulteriore sfaccettatura ascrivibile all’interno del discorso sulle mono-colture? Non si tratta forse anche in questo caso di una mono cultura fomentata da tutti noi quando poniamo su livelli differenti il ‘grande dipinto’ e l’artigiano (quelli rimasti) sotto casa – quando parliamo di cultura alta e cultura popolare?
Tutti vogliono vedere “La Cappella Sistina”; tutti vogliono l’avocado; tutti vogliono la chianina, tutti vogliono quello che viene evidenziato tramite i media (vecchi o nuovi – ma soprattutto la fotografia, senza la quale non c’è cultura di massa come la conosciamo oggi – come non c’è “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”); tutti vogliono quello che attraverso i media capitalistici ci è stato imposto di desiderare mediante la rappresentazione, meccanica prima e digitale ora. Per cui, per quelli fra voi che avessero deciso di crescere dei figli vegani, gli stessi intenti a postare qualche immagine ‘veggy-friendly’ (scusate il termine) restando convinti di essere buoni e bravi e giusti perché la carne non la mangiate e gli animali sono esseri viventi e tutte quelle minchiate di cui il vostro cervello è infarcito: sappiate – è bene ribadirlo – che probabilmente per mangiare il nostro avocado, una numerosa famigliola di cui fanno parte bambini proprio come il vostro è stata costretta a migrare perché rimasta senza l’acqua – tutta convogliata nella coltivazione dell’amato frutto. Sappiate anche che postando l’immagine del piatto a base di avocado state contribuendo, inconsapevolmente ma operosamente, alla massiva importazione Europea di questo frutto, per – e con – tutte le conseguenze sopraelencate. Il fattore determinante relativo alla salvaguardia interessa, come sempre, lo sfruttamento intensivo delle risorse a fini economici-speculativi.

Non importa se si tratti di carni o di verdure o di oggetti d’arte. Il risultato non di rado sconfina nella distruzione delle secolari biodiversità derivate dal differente adattamento culturale scaturito nei diversi territori abitati

Non importa se si tratti di carni o di verdure o di oggetti d’arte. Il risultato non di rado sconfina nella distruzione delle secolari biodiversità derivate dal differente adattamento culturale – scaturito nei diversi territori abitati. Quindi, nell’attesa di percorrere tutti assieme quell’angusto corridoio che ci aspetta, come non lasciarci così, con queste parole recitate da Orson Wells nel film breve “La Ricotta”: «Lei non ha capito niente perché è un uomo medio, è così? (gentilmente annuite con la testa, ndr). Ma lei non sa cos’è l’uomo medio: è un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, colonialista, razzista, schiavista, qualunquista».

Contenuto pubblicato su ZeroMilano - 2019-06-01