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Cold Case: chi ha ucciso l’Antica Pizzeria Da Giulio?

La saracinesca abbassata di Da Giulio, 101 anni in San Gottardo, riapre il dibattito su come Milano stia cambiando pelle — e su chi, in quel cambiamento, ci rimette davvero.

Written by Ario Mezzolani il 18 May 2026

Lunedì 4 maggio in corso San Gottardo c’era più gente davanti a Da Giulio che probabilmente in qualunque martedì degli ultimi cinque anni. Aperitivo di commiato, post sui social, qualcuno che ha pianto. Non si sa quanti di loro ci fossero andati a mangiare nell’ultimo anno.

Il rito del commiato ai locali storici che chiudono è diventato un genere preciso, con le sue regole e i suoi tempi. Dura quarantotto ore, produce emozione collettiva, non interroga niente. Soprattutto non interroga la domanda più scomoda: chi ha ucciso Da Giulio?

La risposta ovvia è l’affitto. I nuovi proprietari dei muri hanno quasi raddoppiato il canone al momento del rinnovo, Mary — Maria Antonietta Melfi, che gestiva il locale dal 2002 col marito Marco, morto di infarto mentre lavorava nel luglio 2023 — non ha potuto accettare. Fine. È una risposta vera ma non è tutta la storia.

La risposta meno ovvia è che il cliente naturale di Da Giulio era già uscito in San Gottardo da anni. Non è morto, si è spostato — a Sesto, a Rho, a Segrate, o semplicemente in un appartamento che si può ancora permettere. Operaio, impiegato, famiglia con due figli: il profilo demografico che per decenni ha tenuto in vita una certa ristorazione di quartiere è stato progressivamente espulso in San Gottardo da un mercato immobiliare che non faceva distinzioni. Quella gente non ha smesso di volere bene a Da Giulio. Ha smesso di abitare vicino a Da Giulio.

Il risultato è che la pizzeria si è trovata, pezzo per pezzo, in un quartiere sempre più diverso da quello per cui era nata. Intorno sono arrivati altri locali, altri prezzi, un’altra idea di cosa significhi uscire a mangiare. Non migliore o peggiore — diversa. Rivolta a chi era arrivato al posto di chi se n’era andato.

La pizza gourmet non ha ucciso Da Giulio. È un sintomo, non una causa. Il posto nuovo con l’impasto a 72 ore e il fior di latte di questo caseificio specifico non si rivolgeva al cliente di Da Giulio — non ci ha mai pensato, non ne aveva bisogno. Si rivolgeva a chi nel Ticinese ci era appena arrivato, con altri gusti e un altro reddito. Sono due popolazioni che abitano lo stesso corso e non si incrociano quasi mai.

Il pubblico per cui il locale di quartiere è un atto di presenza nella città, non una destinazione è la prima cosa che sparisce quando un quartiere cambia pelle.

Da Giulio resisteva nel mezzo, sempre più fuori contesto, sempre meno necessaria al quartiere che le era cresciuto intorno. Il raddoppio dell’affitto è solo il momento formale. La sentenza era già scritta nel cambio demografico del quartiere, lentamente, senza che nessuno lo dichiarasse.

Al posto di Da Giulio aprirà, con ogni probabilità, un ristorante asiatico. Qualcuno lo leggerà come un’ulteriore perdita, un altro simbolo. Non lo è, o almeno non nel modo in cui si pensa. È semplicemente il mercato che risponde a chi abita il quartiere adesso — come Da Giulio, cent’anni fa, rispondeva a chi ci abitava allora.

Ma se ci si vuole indignare per Da Giulio — e forse vale la pena farlo, oltre i quarantotto ore di rito — bisogna indagare non la pizzeria, ma il meccanismo a monte. Il cambiamento demografico di San Gottardo, e di tanti altri quartieri di Milano, non è uno sfondo neutro: è la causa, e tutto il resto — gli affitti raddoppiati, i locali storici che chiudono, le petizioni che non servono a niente — sono le sue derivazioni. Finché si continua a indignarsi per le derivazioni senza nominare la causa, il commiato è solo un modo per sentirsi a posto.

C’è poi una perdita che i numeri non catturano. Da Giulio non serviva solo famiglie e operai. Serviva anche un pubblico specifico — quello che abita la città non come casa o come famiglia, ma come esperienza quotidiana. Chi mangia fuori non per celebrare ma perché il quartiere è il prolungamento del proprio spazio domestico, chi entra in una pizzeria come si entra in un posto che è suo senza che nessuno glielo abbia assegnato. Quel pubblico — per cui il locale di quartiere è un atto di presenza nella città, non una destinazione — è la prima cosa che sparisce quando un quartiere cambia pelle. E quando sparisce lui, spariscono i posti che lo nutrivano.

Cento e uno anni. Poi la città ha smesso di avere bisogno di Da Giulio — o meglio, ha smesso di avere, sotto casa, le persone che ne avevano bisogno. Interroghiamoci su questo.