La guida di Zero ai migliori festival di giugno in Italia

A misura d'uomo e che puntano alla qualità dell'esperienza proposta: appuntamenti storici, new entry e giovani riconferme

Foto di Francesca Sara Cauli

Written by Chiara Colli il 27 May 2019
Aggiornato il 3 June 2019

«C’è grossa crisi», diceva qualcuno. Una crisi che più che economica a questo punto è in primo luogo culturale. Mentre tutt’intorno l’ondata di intolleranza e chiusura al “diverso” sembra travolgerci, la cultura indipendente risponde – consapevolmente ma pure “naturalmente” – dando una fotografia dello stato dell’arte della musica del nostro tempo: un’istantanea che parla di contaminazione, di suoni dal mondo, di discipline che si incontrano per creare qualcosa di nuovo che metta in moto il cervello e guardi al futuro (Blooming). A parte qualche eccezione più puramente volta al “divertimento” (More) e all’avanguardia occidentale (Lost), i migliori festival in Italia sono quelli che rispondono allo stallo della cultura “emersa” del nostro tempo guardando oltre il proprio naso, mescolando le carte e mostrando come la “ricchezza” di un popolo (soprattutto di quello “giovane”, ma non solo) debba necessariamente attingere dal basso, dalle sottoculture (Saturnalia, Handmade, Festival Beat) e dalle culture dal mondo (dall’ Indierocket al Beaches Brew, da Jazz:Re:Found a CreativeAfrica, fino a Mondo Sounds). Resistere, resistere, resistere, contro chi vorrebbe le espressioni culturali appiattite, omologate, senza un’identità e senza la capacità di innovarsi. Di seguito la nostra guida ai migliori festival italiani di giugno, tutti appuntamenti a misura d’uomo e che, dalla line up alla location, puntano alla qualità dell’esperienza proposta, sia musicale sia sensoriale. Ci ritroviamo su queste pagine a fine giugno per i migliori festival di luglio.

BEACHES BREW (MARINA DI RAVENNA, DAL 3 AL 6 GIUGNO)


Alla nona edizione ormai l’abbiamo capito: il motto del Beaches Brew è “rilanciare”. Puntare più in alto, ma farlo alla propria maniera. Non con i big in line up (anche se in realtà una “big” irresistibile quest’anno c’è), non con le grandi sparate di sponsor, non seguendo l’hype. L’ambizione del Beaches Brew ormai sta nel perfezionamento dei dettagli, nella sfida a restare un riferimento solido dell’estate festivaliera europea (ché sarebbe ormai impreciso considerarlo un festival “solo” italiano) pur azzardando con le line up. Non bastava essere il festival in spiaggia “che ci invidiano anche in California”. Non bastava essere gratis. Non bastava essere riusciti a portare nella provincia “virtuosa” di Ravenna un pubblico giovane e internazionale. Non bastava avere la security più rispettosa e simpatica mai vista nello Stivale, il pubblico e gli artisti che si confondono, senza distinzioni di spazi e trattamento (scuola All Tomorrow’s Parties). Non bastava neanche essere ospitato dallo stabilimento balneare preferito da John Dwyer e Ripley Johnson. A questo punto non bastava più manco la line up che spiazza, quest’anno confermata da un cartellone che ha sì, Courtney Barnett e i The Ex (che comunque restano nomi tutt’altro che prevedibili), ma che pure continua sulla ricerca della contaminazione mantenendo un occhio sulla musica indipendente “occidentale” contemporanea (chi ha detto Big Thief?). Non bastava tutto ciò, e allora quest’anno il Beaches Brew è anche un festival quasi totalmente plastic free (e questo, badate bene, presto sarà una discriminante importante per gli eventi di media e grande portata) e con un programma off diurno di secret concert, dj set e birrette ancora più ricco che in passato. Tutti i live come sempre imperdibili, ma tra questi non possiamo che ringraziare per aver finalmente riportato in Italia una delle cantautrici indipendenti più talentuose dei nostri tempi (ciao Courtney), l’afrobeat del collettivo BCUC, l’impro-free-punk degli indomiti The Ex (che festeggiano 40 anni di gloriosa carriera), l’americana vibrante dei Big Thief, un pilastro della controcultura r’n’r come Ian Svenonious col progetto Escape-Ism, le contaminazioni del collettivo canadese Crack Cloud, la rapper del Tennesee BbyMutha. Line up che anche nel resto dai nomi mantiene un occhio attento sul presente, senza scordare il passato che non invecchia mai.
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MORE FESTIVAL (VENEZIA, DAL 6 AL 9 GIUGNO)


Sei sulla barca, vento tra i capelli, mancano pochi metri per raggiungere la terraferma e i beat che rimbombano sulla Laguna. Ricordo con trepidazione quel venerdì sera di due anni fa approdando sull’Isola di San Servolo, dove anche quest’anno avrà luogo una delle serate del More Festival. Alla sua settima edizione – con una nuova versione appena esportata a Marrakech e una in arrivo a settembre ad Arles – il More si riconferma una sicurezza per ballare elettronica in una location mozzafiato, quest’anno in concomitanza con la 58th Biennale d’Arte, curata da Ralph Rugoff, per quattro giorni di “arte contemporanea e italo disco”. Dopo l’apertura al giovedì in una location segreta con guest a sorpresa, venerdì sera tra un party in barca e l’Isola San Servolo, animeranno le danze l’afrobeat di Underground System, ATA (fondatore del leggendario club Robert Johnson) e la disco della francese Corine. Sabato ancora giri in barca per la Laguna pompati dai ritmi della dj inglese Sophie Lloyd, l’afro funk del collettivo francese Voilaaa Soundsystem e il resident local Dj Spiller e chiusura domenica ai Giardini per un brunch e gli ultimi salti. Sarà inevitabile sdraiarsi sull’erba e contemplare il cielo, ondeggiando con la testa dopo quasi 29 ore no-stop di musica: aspettative come sempre alte, almeno quanto il biglietto.
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LOST FESTIVAL (PARMA, 7 & 8 GIUGNO)


Perdersi. Perdersi nel labirinto più grande al mondo, sette ettari di terreno nella landa di Fontanellato. Un’opera titanica che unisce lussureggianti vezzi aristocratici a richiami fortemente esoterici. Un senso di smarrimento amplificato dagli artisti del nuovo (e già notevole) festival LOST, a partire dai Cabaret Voltaire, seminale band di Sheffield capitanata dal provocatorio Richard H. Kirk e da Chris Watson che si esibirà in un inedito live A/V concepito per la serata. Il 7 sera ci saranno anche i torinesi Ozmotic (il loro ultimo album, “Elusive Balance”, è uscito l’anno scorso su Touch) e la techno di Dasha Rush, che presenterà “Antartic Takt”, un «viaggio immaginario verso un’Antartide astratta». Sarebbe ipocrita negare che il secondo giorno è quello per cui chiunque farebbe follie per non mancare – al costo di non tornare più a casa e perdersi tra Castione Marchiesi e Pontenure, nella nefasta terra delle zanzare cannibali. Perché Ben Frost presenterà per la prima volta in Italia Widening Gyre – 360° Surround Show; perché ci saranno i Giant Swan, sferragliante duo bristoliano; e per Tim Hecker con il Konoyo Ensemble, artista che ha ridefinito il concetto di musica elettronica con Daniel Lopatin e che l’anno scorso, con l’inquietante e irradiante bellezza di “Konoyo” ha messo d’accordo (quasi) tutti. «Ci si immerge in uno stato indescrivibile di verità, senza per forza capirlo: esiste e basta», diceva Sri Aurobindo. Perdiamoci, insieme.
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HANDMADE FESTIVAL (GUASTALLA, 8 & 9 GIUGNO)


A metà strada tra Reggio e Mantova (o tra Austin e Berlino), ai margini di un paesello di provincia tornano, per la dodicesima edizione, l’enorme prato e i tre palchi dell’Handmade. Solita location bucolica, solite grigilatone, solito ingresso up to you, solita presa bene e banchetti, vintage shops, dischi e vinili. Cambia come sempre la line-up, attentissima a mantenere alto lo standard qualitativo tra punk, garage, elettronica, pop, psichedelia, folk, il sabato sera con una piccola preview e soprattutto la domenica, dal primo pomeriggio alla tarda serata, quando arriverà persino il dj-set di Dj Fitz. Più di 25 artisti, tra i quali spiccano quest’anno i mitici Black Lips e i Diaframma di Federico Fiumani. Altro live da non perdere sarà quello di Sean Nicholas Savage, menestrello freak canadese, guru delle canzoni a bassa fedeltà. Per chi invece adora i suoni sintetici, obbligatorio godersi le bordate di Drab Majesty da Los Angeles così come i viaggioni di Blak Saagan o i ritmi jazzati di 72-HOUR POST FIGHT. Da gustare sdraiati sull’erba anche il pop sghembo di World Brain da Berlino e quello intimista degli svedesi Hater. Abbuffata per gli amanti delle chitarre: da Toronto con i WHIMM, da Sydney con i Negative Gears e con le She’s da San Francisco. Oltre alle tante interessanti band di casa nostra: Antares, Tacobellas, Yonic South, M!R!M, Servant Songs, Ginevra, Eugenia Post Meridiem, Espada, Grips Casino, Des Moines e il veterano Bob Corn, che di festival fatti a mano in campagna ne sa qualcosa.
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CREATIVAFRICA 2019 (TORINO, DAL 9 AL 14 GIUGNO)


Scansiamo l’assioma post verità che la Nigeria sia sinonimo di petrolio e prostituzione. Possiede il secondo mercato cinematografico mondiale. È la terra dell’afrobeat di Fela Kuti, personaggio emblematico nel resistere all’oppressione con la forza della musica, l’unico mezzo di un popolo con il ritmo nel sangue, per muovere idee capaci di andare oltre i confini. CreativAfrica racconta la Nigeria nella città che ha una delle comunità più numerose, unendo i punti tra migrazioni, cultura d’origine e l’influenza bidirezionale che ne scaturisce. In sei giorni sviluppa un dialogo interculturale tra scrittori coraggiosi come Noo Saro Wiwa, Lola Shoneyin ed Igoni Barrett e la comunità locale. Va in scoperta di Nollywood con la proiezione di film. Ci fa scoprire la cucina con un workshop, così saremo in grado di riconoscere i sapori quando li percepiremo camminando per i quartieri. E infine ci sarà la festa in musica, che non può esimersi dal richiamo dell’afrobeat interpretato dal figlio di Fela, Sean che porta avanti il messaggio con una visione ancora più globale e raffinata grazie anche al supporto in studio di Robert Glasper. Suonerà assieme a Egypt 80, l’orchestra fondata dal padre. Sullo stesso palco si esibirà Awesome Tapes From Africa, dj e discografico responsabile della riscoperta di molta musica africana. La rappresentanza nostrana vedrà ai piatti Gambo e Sparerenzo, due dei dj a loro agio con l’integrazione, e l’orchestra Cucoma Combo che crea una congiunzione di musica black tra afrobeat, Sud America e Romagna, attraverso un ulteriore elemento comune: il caffè.
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SATURNALIA (MILANO, DAL 20 AL 23 GIUGNO)


Esattamente cinque anni fa, a Milano prendeva vita un evento collettivo interamente organizzato dalle forze “dal basso” di Macao, e in particolare dal Tavolo Suono: Saturnalia. Ad accompagnarlo una dichiarazione di intenti che lasciava pochi dubbi, «Macao non è un club / Saturnalia non è un festival e non è un rave / non abbiamo bisogno di divisioni tribali». Più che un “evento”, una visione collettiva e autonoma di festival, che in tutti i modi non si piegava alle logiche di mercato degli eventi musicali (e men che meno del clubbing), in nome di valori quali auto-organizzazione, condivisone, libera espressione artistica, inclusività e uguaglianza. Tutto questo è stato reso possibile grazie all’incontro di un gruppo di persone che hanno creduto in questa visione, fino ad arrivare ad oggi, nel 2019, con una settima edizione in un’Italia diversa e una città diversa rispetto al 2014, lasso di tempo in cui la crisi del tempo ha lievitato ulteriormente, non facilitando le cose a nessuno. Saturnalia resiste con una nuova edizione alle porte e un tour del Tavolo Suono in giro per l’Italia e per l’Europa – Praga, Berlino, Londra, Roma – avvenuto nei mesi scorsi per promuovere l’evento. La missione rimane la stessa per cui tutto quanto è iniziato: supportare gli artisti, i volontari e il pubblico per cooperare su un pari livello attraverso un momento di crescita che propone di cambiare l’attuale clima culturale. Quest’anno il festival durerà tre giorni e vedrà coinvolti tutti gli spazi di Macao, dai sotterranei ai tetti, alle sale, al giardino. Le attività oltre ai live e ai dj set, saranno molte con talk e workshop. Le sonorità spazieranno (e spiazzeranno) come sempre, da musica acustica a musica elettronica rappresentativa e inclusiva di tutti i mondi sonori possibili, di tutti i desideri, di tutte le energie e tutte le espressioni, senza alcuna barriera. Un insieme di persone e di esperienze che restituiranno ai partecipanti il suono del tempo che corre, aprendo a nuovi mondi e nuove scoperte sonore. Di seguito alcuni dei tantissimi nomi in cartellone tra singoli artisti, gruppi e interi collettivi che porteranno i loro roaster in showcase: Alexandre Bavard, Crystallmess, Dis Fig, John Wiese, Lechuga Zafiro, LOFT, Lorem, Mark Fell and Justin Francis Kennedy present XXYZZY, No Symbols w/ Beneath, Laksa & re:ni, Pedro Marum, Prison Religion, Quantum Natives w/ Æthereal Arthropod, Benelux Energy & Terribilis, Realia + Cielofuturo, Scardanelli/Weightausend, Slagwerk w/ Otis b2b Terrorriba, T.E.W., Allucinazione Metropolitana w/ Kaleidoscope, Nosferatu, Avon Terror Corps vs FuckPunk w/ Kinlaw & Franco Franco, Bokeh Edwards b2b Ossia, Spiritflesh, Cadaver Mike, Desculonización, DJ Morgiana / Karolina Karnacewicz, HER (Salvatore Iaconesi + Oriana Persico) & Facebook Tracking Exposed, Heather Leigh, Marius Georgescu, Metaphore Collectif w/ Cardinal & Nun, Shlagga b2b Israfil, Polyphones w/ Sabina Covarrubias, Gaël Segalen, Emma Souharce, Survive w/ Uforider, Inner Lakes b2b Cosimo Damiano e UnicaZürn.
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JAZZ:RE:FOUND (MONFERRATO, DAL 20 AL 23 GIUGNO)


Il mutamento e la trasformazione fanno parte del DNA delle composizioni jazz così come della filosofia di Jazz:Re:Found, che dopo l’incubazione nella casa-madre di Vercelli e sette anni di date nei club macinate sull’asse Torino-Milano, quest’anno torna a essere un festival open air, in provincia, lontano dalla “city”. La scommessa è ardua e ardita, visionaria quanto lungimirante: portare uno dei più ricercati festival di black music in uno dei “Borghi più belli d’Italia”, nelle splendide terre Patrimonio Unesco del Monferrato, creando una vera e propria “experience” plasmata sul territorio, che alla qualità della proposta artistica unisce l’enogastronomia a chilometro zero e il cosiddetto “gampling” (una particolare forma di campeggio già strutturato, con più comfort). Nel ridente comune di Cella Monte – che è stato scelto come “cuore” di questa edizione e attorno al quale orbiteranno altri 4 borghi – il tempo sembra essersi magicamente fermato, ma l’altissimo tasso di groove della line up farà immediatamente decollare il party. Tra un bicchiere di vino e l’altro, largo in primis a maestri della scena nazional-popolare come gli Area (nella formazione attuale si fanno chiamare Area open Project), Tullio De Piscopo o Tony Esposito. Come di consueto, non manca il rap militante, con un tridente d’assalto formato da Colle Der Fomento, Kaos e Dj Gruff (qui insieme a Gianluca Petrella) ma tenete d’occhio soprattutto le nuove proposte, tra prodotti nostrani (il “supergruppo” degli I Hate My Village, ad esempio) o eccellenze internazionali come la marching band techno dei Meute, il collettivo afro-beat dei Kokoroko o l’ultrascore di Chassol e molto altro. Per completare il quadro, guardate le spettacolari immagini panoramiche della zona dall’alto… E alzate il calice al cielo, alla salute di Jazz:Re:Found.
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BLOOMING (PERGOLA, DAL 28 AL 30 GIUGNO)


L’anno scorso ci sono andati per disegnare il palco di Liberato, quest’anno al Sónar presenteranno direttamente un proprio lavoro, “Back Symphony”. Insomma, giù il cappello quando si parla dei nostri Quiet Ensemble e via a preparare le valige quando sono loro a curare la direzione artistica di un festival. Parliamo del Blooming, felice esperimento di comunione tra arti digitali e patrimonio storico/architettonico/urbano di una delle regioni più sottovalutate d’Italia, Le Marche, che, invece, siamo pronti a scommettere scalerà la classifica dei festival più interessanti (vedi già il Fat Fat Fat). Anche quest’anno dunque, il Blooming ci proporrà installazioni, performance e lavori site specific, disseminati tra spazi sacri, spazi nascosti e sotterranei di Pergola e del Castello di Frontone, location che rappresenta la novità di questa terza edizione. Il cartellone degli ospiti in questo 2019 ha un respiro ancora più internazionale e porta in rassegna dei pezzi da 90: Olivier Ratsi (co-fondatore del collettivo AntiVJ), Guillaume Marmin, Mariska De Groot, Cinzia Campolese, i collettivi Volna (Russia), OLO Creative Farm e Motorefisico (Italia). E poi diciamocela tutta: a Barcellona il ciauscolo non ce l’hanno.
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FESTIVAL BEAT (SALSOMAGGIORE TERME, DAL 26 GIUGNO AL 30 GIUGNO)


Se per un festival arrivare alla 27esima edizione è già un primato (almeno in Italia), farlo celebrando la passione per una sottocultura è qualcosa di più unico che raro. Dal 1993 il Festival Beat è un’ode ai Sixties, alla varietà dei suoni che hanno attraversato quel decennio caleidoscopico – garage, psichedelia, soul, r&b e, beh, rock’n’roll – ma anche al suo immaginario. E quindi non solo musica da ballare e ascoltare, ma anche moda e arti visive. Un’attitudine fieramente underground – nella scelta delle band ospitate, ma pure nell’organizzazione dell’evento – che in ventisei edizioni ha unito generazioni diverse e portato a Salsomaggiore Terme un turismo (dall’Italia ma pure dall’estero) legato a un certo tipo di divertimento, che in fondo trascende tanto le mode quanto la nostalgia. Dopo aver ospitato, negli anni, Radio Birdman e Barracudas, Bellrays e Sonics, Mummies e Gories, The Chocolate Watchband e The Scientists, il Festival Beat torna, come sempre, con un’altra line up di peso: headliner un pilastro indiscusso del power pop come i mitici Flamin Groovies, sul palco con i classici e i brani da “Teenage Head”, il garage revival dei leggendari The Cynics da Pittsburgh, il beat degli scozzesi The Kaisers, e poi il surf’n’roll dal Messico dei The Sonoras, il blues degli spagnoli Guadalupe Plata e il garage psych delle losangeline The Darts. Tra dj set tutti da ballare, feste in piscina ed expo vintage, non manca anche quest’anno un occhio all’Italia underground, con (tra gli altri) The Gentlemens e One Horse Band. Quest’anno, come ogni anno: lunga vita al Festival Beat!
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INDIEROCKET FESTIVAL (PESCARA, DAL 28 AL 30 GIUGNO)


Si può fare “politica” con la musica? Sotto molti aspetti sì, anche senza scomodare gli stereotipi, magari quelli del cantautorato impegnato, ma andando più in profondità e mantenendo una certa aderenza all’attualità. Se fin dall’inizio la missione dell’Indierocket è stata quella di portare con costanza musiche “laterali” in un territorio non esattamente sulle rotte “che contano” (quelle di città come Milano e Roma), negli ultimi anni la direzione presa è stata ancor più internazionale, ancor più volta a scardinare, a mettere in discussione, una “crisi culturale” che ancora non vede nella contaminazione e nell’apertura verso il mondo la via giusta per interpretare la contemporaneità e procedere a passo spedito verso il “futuro”. Ormai da qualche anno Indierocket è un manifesto di diversità, incroci di identità e linguaggi differenti, uno sguardo alle musiche dal mondo e alle loro intersezioni con la cultura occidentale. «Non sarà un’edizione come le altre. Arriva in un momento particolare, per noi e per il mondo fuori, per il nostro paese attraversato da una crisi culturale profondissima», del resto, non sono esattamente le dichiarazioni che sentiamo arrivare da tutti i festival. E quindi ecco che la sedicesima edizione di Indierocket è dedicata al tema delle “Radici” e spinge ancora una volta il suo pubblico a curiosare nei territori dell’avanguardia, delle musiche dal mondo, dell’elettronica ballabile ma anche di ricerca – lo stesso artwork, come sempre coloratissimo e con un meltin pot di suggestioni, parla da sé. I cinque Continenti, del resto, un po’ come i “generi musicali”, ci sono tutti: dall’elettronica mescolata ai ritmi latini di Miss Bolivia (Argentina) al jazz cosmico di Idris Ackamoor & The Pyramids, dall’orchestra da camera tropicalista dell’Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp XXL al rap da Belgrado di GNUČČI (show con ballerine in esclusiva italiana); e poi il baile-punk dei Caveiras, la dub che incontra i suoni mediorientali di The Spy From Cairo, i ritmi ossessivi da “Maghreb United” di Ammar 808 e le pulsazioni multi-etniche della producer Rokeya. Tre giorni per fare pace con il tedio della provincia e l’uso improprio della parola “indipendente” applicato alla musica.
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MONDO SOUNDS FESTIVAL (SAN VITO LO CAPO, DAL 20 AL 30 GIUGNO)


Ad Agosto non ne parliamo, durante il festival del cous cous meno che mai. Quando potrebbe essere il momento giusto per godersi una delle spiagge (urbane) più spettacolari d’Italia? Forse è arrivata la risposta che tutti noi musicofili stavamo aspettando: a giugno, in occasione del festival Mondo Sounds. Come sottolineato dallo stesso nome e come ribadito dai due giovani organizzatori, Fabio Rizzo e Francesca Perricone, l’identità musicale di questa rassegna sarà da subito ben definita: spazio ai suoni dal mondo, specialmente dal Sud del pianeta, per un viaggio sonoro tra il Mediteraneo, le Americhe e l’Africa, spaziando tra afrobeat, highlife, cumbia, afroblues, folk, tropical ed elettronica. Due i palchi: il Santuario Stage, nel cuore del centro storico, con tre concerti gratuiti al giorno, poi l’Antròpico Stage, dove i suoni saranno più notturni e l’ingresso a pagamento. Tra i nomi di questa primissima edizione segnaliamo la Dele Sosimi Afrobeat Orchestra (Nigeria/Uk), Benin International Musical, Chancha Via Circuito e La Yegros (entrambe cumbieri dall’Argentina) e due seleziontori d’eccezioni dall’Inghilterra: Roni Size – accompagnato dal fido Dynamite Mc, per una doccia bollente di jungle e drum’n’bass vecchie maniere – e Auntie Flo, esponente di spicco della nuova wave di dj che hanno fatto della contaminazione il proprio credo. Sole, mare, cibo e ottima musica: se il World Wide Festival chiama, noi si inizia a rispondere.
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HANNO CONTRIBUITO AI TESTI: FRANCESCO AUGELLI, FABIO BATTISTETTI, NICOLA GERUNDINO, LORENZO GIANNETTI, JACOPO PANFILI, SALVATORE PAPA, PAOLO SANTESE

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