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La Pasqua ortodossa di Milano è tutto tranne che ortodossa

Siamo entrati nella comunità greca per capire come si mangia e si celebra la Pasqua che Milano non sa di avere.

Written by Lorenzo Cibrario il 13 April 2026

I piccoli fuochi delle candele bianche vibrano nella notte di sabato in piazza Borromeo, nel cuore di Milano. Intorno alla mezzanotte le campane suonano a festa, mentre un nutrito gruppo di fedeli si raccoglie in silenzio per celebrare la Resurrezione di Cristo. Un coro di voci si alza all’unisono cantando Christòs Anèsti, Gesù è risorto; a cui un secondo coro fa eco con un Alithòs Anèsti!, è davvero risorto.

I volti contenti stringono le candele che proiettano piccole ombre sui muri della chiesa di Santa Maria, dove l’iconostasi — un tramezzo di legno con le icone della religione ortodossa — brilla di luce dorata. Una corona di lillà rilascia nella chiesa un tenero e fresco profumo che si sparge con garbo tra i fedeli intenti ad ascoltare il papas, il prete ortodosso: una lunga barba bruna sotto due occhi gentili.

All’entrata una signora dai capelli ricci e fulvi regala ai fedeli, e anche ai curiosi come me, lo Tsoureki, una treccia di pane pasquale aromatizzato all’arancia, e alcune uova dipinte di rosso.

Sono venuto a passare 48 ore con i fedeli greco-ortodossi per capire come festeggiano e cosa mangiano, e sono rimasto affascinato da questo mondo antico e pieno di immagini. Sia dipinte che concettuali.

«Posso entrare?» chiedo agli aiutanti indaffarati a preparare per le celebrazioni quando, nel pomeriggio del giorno prima, mi presento. «Certo», mi dice il prete sorridendo, «siamo una chiesa ecumenica». Così scopro che quella sera ci sarebbe stata la processione dell’Epitaffio, il Sepolcro Santo di Gesù, dove mi accorgerò che la comunità greco-ortodossa meneghina sia molto viva, piena di persone felici di farne parte, ma anche ricca di simbolismi, icone e rituali che mi affascinano.

Il sabato ho assistito alla notte della “prima resurrezione” di Gesù che, secondo gli ortodossi, risorge prima di sabato non per andare in Paradiso, bensì per scendere nell’oltretomba a salvare le anime dei non credenti. La prima resurrezione è stata accompagnata da una notte di canti bizantini di un coro che se da una parte rendeva tutto molto serio, dall’altra aveva in sé quell’aura magnetica degli anacoreti, dell’Impero Bizantino, della storia del mondo.

Mi sono un po’ sentito Battiato in quel momento.

La rottura di quelle uova rosse non è stato un mero atto gastronomico, bensì un’idea di comunione che mi ha fatto sentire sicuro.

Il sabato notte è quando finalmente i credenti possono tornare a mangiare la carne dopo quasi cinquanta giorni di quaresima: tanto che qui, alla chiesa in piazza Borromeo, un ristorante greco ha mandato agnello e capretto da consumare alla fine della messa, intorno alle 3 del mattino. Grandi barbe felici di poter addentare un pezzo di carne.

Come ogni funzione religiosa, la Pasqua Ortodossa è piena di riti e simbolismi che passano attraverso il consumo del cibo. Oltre all’agnello, durante la domenica di Pasqua il rito passa per due uova sode dipinte di rosso. Rappresentano il sangue di Cristo e bisogna romperne il guscio sbattendole l’una contro l’altra. A chi non si rompe il guscio, fortuna per l’anno a venire. Ovviamente il mio finisce in pezzettini in un batter d’occhio.

A spiegarmelo è Vasiliki Pierrakes della Vasiliki Kantina e Vasiliki Kouzina, il ristorante che ho scelto per celebrare il pranzo della domenica della Pasqua Ortodossa. Un bel taglio di capelli, un viso simpatico e una professionalità da manuale mi hanno agganciato al tavolo della cantina, dove ho mangiato cibo delizioso e bevuto altrettanto meglio.

Il menu di Pasqua prevedeva l’Arni Paradosiako, l’agnello con le patate, la Mageiritsa, una zuppa greca con fegatini, lattuga e aneto, e il Kokoretsi, uno spiedo di interiora di agnello con erbe aromatiche e limone. La Xortopita, una torta salata con erbe selvatiche, feta e finocchietto, mi ha fatto innamorare dei sapori ellenici, mentre lo Tsoureki mi ha fatto letteralmente lacrimare. Ho accompagnato il tutto con un vino di Santorini di uve Assyrtiko: minerale, secco e leggero.

In queste 48 ore mi sono sentito, per usare un termine biblico, “sommerso”, ma di cose belle. Mi sono sentito pieno di saluti, di gentilezze, ma anche e soprattutto di ottimo cibo e di vino greco. Forse perché mi ci sono approcciato da neofita, da curioso e senza alcun pregiudizio, ma mi sono trovato a pensare che la comunità greco-ortodossa milanese mi ha fatto sentire incluso nel loro mondo. La rottura di quelle uova rosse non è stato un mero atto gastronomico, bensì, credo, un’idea di comunione che mi ha fatto sentire sicuro. Prima ho usato il termine “sommerso” però, in effetti, quello che ho trovato è stato un porto, un approdo.

Non è poco, di questi tempi.