La potenza dello spazio: Domus Circular

Eventi e luoghi che hanno cambiato le città: Milano, capitolo 4

Written by Lucia Tozzi il 13 May 2020

Quante volte siamo partiti DA ZERO?
Quante volte eravamo lì, abbiamo visto cambiare tutto ma ce ne siamo resi conto solo dopo, come se fosse successo per magia? Qual è il segreto?

Zero riparte dalla città, in un viaggio avanti e indietro sulla linea del tempo. Dagli ultimi 30 anni del passato, da cui sembriamo lontanissimi e da cui prendere il meglio. Dal presente in cui è impossibile andare avanti, è impossibile tornare indietro, in cui siamo immobili e soffriamo. Dal futuro che pretende immaginazione.

Fu il più spettacolare di tutti gli eventi mai concepiti per il Salone del Mobile: quello progettato da Stefano Boeri, allora direttore di Domus, allo Stadio San Siro. Il nome, Domus Circular, non dice molto. Insiste sulla metafora dell’astronave, lo stadio come un’immensa nave spaziale che avrebbe accolto l’intera città, carina ma superflua.

foto di Hayax

La potenza dello spazio era tale che non c’era bisogno di nessuna metafora. Mezza Milano si riversò effettivamente a San Siro, non per una partita o per un concerto, ma per una specie di happening culturale intestato a una nobilissima rivista di architettura, quella fondata da Gio Ponti in piena era fascista a due anni dall’inaugurazione dello stadio. Con l’aiuto di Andrea Lissoni, Domus aveva convocato artisti di ogni taglia: da Matthew Barney, che in quegli anni era forse la star assoluta di ogni biennale, dopo la conclusione del ciclo di Cremaster, ai giovanissimi Invernomuto, Carlos Casas, Kinkaleri, a giganti come Jimmie Durham e Nathalie Djurberg, a miti viventi come Yona Friedman e Arto Lindsay, a italiani bellissimi come Elisabetta Benassi, Armin Linke e Luca Vitone, al “maestrone” Enzo Mari.

C’erano video negli spogliatoi, performance in mezzo al campo, suoni e luci dissonanti che scoppiavano qua e là. In realtà nessuno si ricorda quasi nulla di quelle opere d’arte, perché il caos era indicibile e perché il vero spettacolo era proprio il caos

C’erano video negli spogliatoi, performance in mezzo al campo, suoni e luci dissonanti che scoppiavano qua e là. In realtà nessuno si ricorda quasi nulla di quelle opere d’arte, perché il caos era indicibile e perché il vero spettacolo era proprio il caos.
I tifosi che guardavano il loro tempio sotto un’altra luce, contenti di potere attraversare degli spazi normalmente inaccessibili. E una folla di gente che, non essendo tifosa, non aveva mai varcato la soglia dello stadio, del più monumentale degli stadi italiani. Fiumi di persone eccitatissime di salire sulle file più alte, sul terzo anello costruito per i mondiali 90 insieme agli 11 torracchioni di sostegno. Insomma, era la festa di uno spazio bellissimo in sé, senza che nessuno avesse in mente il senso del proprio essere lì in quel momento.

Stadium, performance Kinkaleri

«Ti ricordi di Domus Circular?» «Mi ricordo solo del mio amante biondo, era bellissimo». «Non facevo altro che salire e scendere, sgomitando e riempendomi gli occhi». «Avevo le vertigini, c’era fila per tutti gli eventi, non riuscii a incontrare nessuno con cui avevo appuntamento, ma ero contento lo stesso». «Pensavo venisse giù tutto mentre gli Alter Ego facevano “Rocker” nel parcheggio dello stadio». «Lo immagini Arto Lindsay tutto preso a dirigere la sua orchestra di carnevale bahiano?». «Cercando il cesso, eccomi a evitare Alejandro Jodorovski che voleva leggervi il futuro come una zingara fuori dal supermarket».

Molti sono tornati, di tanto in tanto, a vedersi una partita pur non capendo una mazza di calcio, per il solo gusto di passare del tempo in quello spazio eccezionale, di cui non avevano mai avuto prima la percezione. È come l’aprirsi di una quarta dimensione in quel quartiere così disperso, dilatato, dell’Ovest milanese. L’impronta di quell’evento è rimasta a lungo nella mente di chi ne prese parte, proprio perché non era legata a nessuna qualità particolare, se non la grandiosità, come un innamoramento collettivo istantaneo.

Quel 2005 sembra oggi un miraggio. La città che ha la fortuna di avere uno degli stadi più belli del mondo ha deciso di disfarsene per accontentare i capricci di due società sportive

Quel 2005 sembra oggi un miraggio. La città che ha la fortuna di avere uno degli stadi più belli del mondo ha deciso di disfarsene per accontentare i capricci di due società sportive. Unendo la schifezza di una legge che consente di passare sopra qualsiasi procedura urbanistica e la modalità di azione politica di un ceto dirigente che non è abituato a mediare con l’interesse pubblico e neppure con i desideri, i sentimenti o il senso storico dei propri cittadini, la città di Milano ha deciso, ribadito più volte e infine approvato la distruzione di questa meraviglia.

Manifesto Domus Circular – foto di Alive and Kikin

Ha deciso di sostituire un palinsesto architettonico di grande importanza con una delle solite architetture melense e stucchevoli. Di abbattere una montagna di cemento per costruirne molte di più. Di eliminare un monumento al piacere democratico per edificare un ennesimo oggetto dedicato all’entertainment di lusso. Di sacrificare un servizio alla cittadinanza in nome dell’attrattività turistica e commerciale, oltretutto proprio nel momento in cui il modello turistico è entrato definitivamente in crisi grazie al COVID-19.

Resta solo da sperare che, dopo il decollo, l’astronave quasi centenaria si abbatterà come una folgore sulla testa dei responsabili.

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