In un sottile libro dalla copertina rossa, che porta il titolo L’arte della resistenza, è contenuto il discorso che Milo Rau ha tenuto in occasione del conferimento del premio ITI nel 2016. «L’arte non è un atto pragmatico bensì simbolico», afferma il regista durante l’intervento, intendendo che il teatro ha la capacità di aprire squarci su questioni del presente ancora in corso, di cui non si conosce l’esito e che, pur non risolvendo concretamente i problemi, ne attraversa le tensioni, ampliando lo sguardo.
Una traiettoria coerente, capace di articolare una narrazione che, attraverso forme molteplici, interroga attivamente il tempo in cui si inscrive.
Sembra muoversi esattamente in questa direzione il programma del Festival LIFE 2026 di Zona K: un’esigenza condivisa di interrogare l’oggi, di leggerlo attraverso il dispositivo scenico. I nomi in cartellone sono prevalentemente internazionali: artisti e artiste di diversa provenienza, raramente visibili nei contesti festivalieri italiani, qui riuniti in base a una convergenza di temi, urgenze e posture politiche ed estetiche. È su questi presupposti che si fonda il lavoro curatoriale di Valentina Kastlunger, Valentina Picariello e Renata Viola, che costruiscono la programmazione a partire da domande precise: «che cosa è urgente per noi oggi? In che modo le scelte artistiche dialogano con il nostro sguardo sul presente?». Ne emerge una traiettoria coerente, capace di articolare una narrazione che, attraverso forme molteplici, interroga attivamente il tempo in cui si inscrive.
Dal 30 aprile al 21 maggio 2026, negli spazi della Fabbrica del Vapore di Milano, si susseguono spettacoli di teatro e danza, incontri, workshop, proiezioni, installazioni e mostre. Osservando questa edizione stratificata, emerge una domanda di fondo: come si scelgono gli spettacoli per un festival? Quale lavoro si cela dietro una programmazione? Ne abbiamo parlato con loro e ci hanno raccontanto di un processo lungo, costruito nel tempo attraverso un’osservazione costante e una rete articolata di relazioni tra artisti, contesti e istituzioni. Di una mappatura complessa che, una volta scandagliata e selezionata, si confronta con le possibilità concrete – «le disponibilità incrociate degli artisti, i calendari reciproci; e la composizione di una raccolta, di un racconto sensato: quali combinazioni hanno un senso, quali no» – fino a determinare la fisionomia del festival.
In questo quadro, gli eventi selezionati si iscrivono con chiarezza nelle linee direttrici della programmazione, ma alcuni, più di altri, intercettano nodi tematici precisi. È il caso delle relazioni attraversate dal dissenso politico: Three Times Left is Right di Studio Julian Hetzel (3–4 maggio) e Swiping Right di Sophie Anna Veelenturf (11–12 maggio) interrogano la possibilità stessa di prossimità con chi sostiene visioni ideologiche opposte. Altri lavori pongono invece al centro il dispositivo del confronto pubblico e del dibattito: Ritual 4: Le Grand Débat di Émilie Rousset e Louise Hémon (9–10 maggio) affronta il tema delle elezioni, mentre Summit Milano di Ontroerend Goed (12–13 maggio) costruisce un vero e proprio spazio assembleare, in cui attori e spettatori sono chiamati a negoziare posizioni e decisioni. La guerra e le sue risonanze attraversano altri due progetti: Un champ brûlé di Elina Kulikova e Dima Efremov – primo capitolo della Trilogie de la Guerre – rilegge il conflitto attraverso la musica di Čajkovskij (5-6 maggio), mentre in Crescere, la guerra (14 maggio) il violino di Rodrigo D’Erasmo si intreccia con le parole di testimonianza sulle guerre contemporanee di Francesca Mannocchi. Alla danza è invece affidata una riflessione sulla centralità del corpo come luogo di resistenza: Badke (remix) di laGeste | Stereo48 (16–17 maggio) e Kms of Resistance di Mehdi Dahkan (8–9 maggio) mettono in scena corpi che si oppongono a soprusi e censura, rivendicando la libertà del gesto e dell’esperienza vissuta. Infine, l’ultimo spettacolo che chiude il festival è Tradere di Corpora (20–21 maggio) che apre lo sguardo alla trasformazione dei luoghi sotto la pressione del turismo, interrogando il modo in cui le tradizioni si adattano fino a diventare merce.
Appare allora chiaro come l’intento complessivo sia quello di evitare «la retorica, anche il pathos eccessivo; non la passione» come dichiarano le curatrici. Così, in questa prospettiva, LIFE si configura come uno spazio di sospensione e di messa a fuoco: un luogo che restituisce tempo al pensiero. Un festival che, mentre il mondo continua a incrinarsi, insiste nel suo gesto simbolico di aprire finestre verso il cielo, di mostrare, nelle rotture, altre possibilità e proprio in questo, ancora, resistere.



