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Sabato De Sarno e Ambrosia Fortuna: una mostra come trasformazione, senza rinnegare ciò che è stato

Al PAC arriva Eravamo notte, ora siamo giorno: dieci anni di fotografie, affetti e identità in movimento

Written by Ritamorena Zotti il 5 June 2026

Vicky e io, Camerini de La Boum, Milano. Ph Ambrosia Fortuna

Uno scambio di sguardi. Un dialogo silenzioso e intimo tra chi guarda e chi si lascia guardare. Siamo in frammenti di luci e colori, di gesti dolci e orgogliosi. Non sappiamo niente ma sentiamo tutto, siamo storie, siamo vite. Un paese intero che si risponde tra due città lontane ma sorelle: Milano e Napoli. Eravamo notte, ora siamo giorno.

Dal 13 al 15 giugno, il PAC, Padiglione d’Arte Contemporanea apre le sue porte a Eravamo notte, ora siamo giorno, un progetto espositivo dell’artista e fotografa Ambrosia Fortuna curato da Sabato De Sarno. Promossa dal Comune di Milano – Cultura, prodotta con Wunderplace Studio e supportata da Orgoglio Porta Venezia Milano e Levi’s, l’esposizione raccoglie oltre dieci anni di fotografie e video realizzati tra Milano e Napoli.

«Le sue fotografie non cercano l’eccezionale, trovano l’umanità».

Per entrare dentro questa storia abbiamo raccolto le voci dei protagonisti che l’hanno resa possibile: Sabato De Sarno ci ha confessato subito l’emozione e l’importanza di questa collaborazione, spiegandoci che «Ambrosia è una delle persone con cui ho condiviso alcuni dei progetti a cui tengo di più». Il motivo si ritrova interamente nella delicatezza degli scatti in mostra: «Mi piace il suo modo di stare vicino alle persone e alle loro storie. Le sue fotografie non cercano l’eccezionale, trovano l’umanità». Per Sabato, curatore, dare vita a questo percorso tra le mura del PAC ha un significato profondo, quasi un atto dovuto: «Curare Eravamo notte, ora siamo giorno è stato un modo per restituire attenzione a un lavoro che considero importante, perché racconta comunità e identità con delicatezza, rispetto e verità. Questa, per me, è sempre stata la forza del suo sguardo».

Al centro della mostra esiste un legame viscerale tra due città apparentemente opposte, Milano e Napoli, che qui si scoprono collegate da un asse queer sotterraneo ed elastico. Un ponte che unisce la fluidità contemporanea del Nord alla carne di una Napoli che l’identità non l’ha mai incasellata in schemi rigidi.
Da un lato c’è Napoli, città complessa e piena di contraddizioni che, forse proprio per questo, si è fatta custode della cultura ancestrale dei femminielli – figura liminale, sacra e popolarissima, accolta dalla comunità come portatrice di buona sorte, fondamentale per capire lo sguardo di Ambrosia – integrati nel “ventre di Napoli” di Matilde Serao. Dall’altro capo di questo filo, però, c’è Milano con la sua club culture edonistica e militante, che negli ultimi decenni ha fatto della pista da ballo e dei locali notturni i propri spazi safe di inclusione e ridefinizione politica. Se a Napoli l’accoglienza e la fluidità nascono spontanee nel tessuto dei quartieri popolari, a Milano la comunità queer ha dovuto colonizzare la notte metropolitana, trasformando i camerini, i backstage delle serate drag e le consolle dei club in veri e propri laboratori di sperimentazione sociale e seconde famiglie elettive. Questo archivio visivo unisce proprio questi due mondi: la radice identitaria e viscerale del Sud che incontra l’estetica, la performance e la resistenza notturna delle sottoculture milanesi.

«Mi sento molto vicino a questo progetto perché parla di appartenenza», ci racconta Sabato De Sarno, riflettendo su questa doppia anima geografica. «Io vivo da anni tra Napoli e Milano, tra ciò da cui provengo e ciò che ho costruito. Le fotografie di Ambrosia raccontano persone che cercano il proprio spazio nel mondo e credo sia una cosa in cui, per motivi diversi, possiamo riconoscerci in molti».
Questo viaggio è lo stesso intrapreso dall’artista, arrivata a Milano a 21 anni ed entrata subito a far parte della vita notturna della città. «Milano per me rappresenta una seconda nascita», ci spiega Ambrosia Fortuna mentre riavvolge il nastro dei ricordi. «È la città in cui ho imparato a costruirmi una vita da adulta, in cui ho incontrato gran parte delle persone che oggi considero famiglia e in cui è nato questo archivio. Quando penso a Milano, penso soprattutto alle persone che ho incontrato qui». Un tessuto urbano e umano che, nel corso di un decennio, si è modificato ridefinendo anche le distanze con il Sud: «Quando sono arrivata a Milano, molti anni fa, la differenza con Napoli mi sembrava enorme. Oggi la percepisco molto meno. Ho visto Napoli cambiare, aprirsi e raccontarsi in modi nuovi. Allo stesso tempo ho visto Milano confrontarsi con contraddizioni che forse prima erano meno visibili. Restano due città molto diverse, ma entrambe continuano a essere luoghi di incontro e possibilità».

Ma oltre le mappe e le distanze, ciò che sboccia sulle pareti del PAC è un gigantesco inno alla collettività come scudo contro il vuoto e la discriminazione. Quando chiediamo ad Ambrosia cosa significhi, concretamente, fare comunità oggi all’interno di una scena queer che resiste, la sua risposta è chiarissima: «Per me la comunità è il contrario della solitudine. Sono le persone che ti accolgono quando stai cercando di capire chi sei. Quelle che ti tengono in piedi quando non ci riesci da sola. È una rete di affetto, cura e memoria. Se oggi esisto come persona e come artista, è grazie alla mia comunità».
Ed è esattamente dentro questa rete di affetto e memoria che è stato colto il titolo della mostra, una dichiarazione poetica e politica che non cancella il passato, ma lo rivendica. «Eravamo notte ora siamo giorno racconta una trasformazione, ma senza rinnegare ciò che è stato», conclude Ambrosia, lasciandoci con la frase perfetta per inaugurare questo Pride Month. «Perché la notte, per molte di noi, non è stata un luogo di marginalità, ma un luogo di libertà e di vita».

Un archivio visivo aperto e in continua evoluzione che mette in mostra la dimensione più umana, affettiva e quotidiana della scena queer e drag italiana: preparazioni, camerini, attese e momenti domestici in cui i corpi cambiano e le identità si trasformano. Questa mostra parla esattamente la nostra lingua: racconta di come una comunità possa trovare nello spazio notturno un luogo di trasformazione, protezione, espressione e totale libertà.

Ci vediamo lì, dal 13 giugno, per prenderci tutta la luce che meritiamo.