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Safari in Sempione

Un viaggio sonoro nei cinguettii e nei fraseggi delle specie volatili del Parco

Written by Radio Safari il 18 May 2023
Aggiornato il 23 May 2023

Ph. Radio Safari

Come diceva Franco Basaglia: «Da vicino nessuno è normale». È un modo di dire che si è fatto strada pian piano nel mio cuore fino a diventare fra i miei preferiti. Se nell’immaginario comune si sottintende così che alla fine siamo tuttɜ un po’ stranettɜ e un po’ mattɜ, l’affermazione di Basaglia per me ha un risvolto profondamente positivo: vuol dire anche che quando smetti di guardare le persone con superficialità e ti dai il tempo di conoscerle, ognunǝ di noi è unicǝ, speciale. E questo è quello che è successo quando una grandissima passione per il mondo animale mi ha spinto a superare quel “effetto wow” per tutta la fauna esotica e particolarissima di paesi lontani – fruita attraverso pochi viaggi, molti documentari, libri e notti su YouTube –, e imparare a fare amicizia con gli animaletti che abbiamo qui accanto a noi.

La mia diffidenza in merito allɜ animalettɜ dei dintorni era principalmente di matrice sonora e metropolitana: attratto dall’immenso panorama sonoro del mondo animale e intrappolato nel mio ruolo di topolino di città, la fauna locale mi sembrava volersi limitare a un’inutile manciata di cip-cip e qualche grugnito di cinghiale. Sicuramente abitare una delle civiltà più radicate della storia continentale, che ha vissuto un’antropizzazione millenaria e capillare, non aiuta lɜ nostrɜ animalettɜ a brillare. Anzi, al contrario ne ha ridotto sempre di più il numero e spinto lɜ pochɜ sopravvissutɜ a non farsi notare troppo e a nascondersi continuamente da noi. Ecco perché le città sono invece un piccolo laboratorio di convivenza a cielo aperto, dove noi siamo così tantɜ e indaffaratɜ che qualche coraggiosa specie animale ha capito che la tattica migliore a volte è “to hide in plain sight” (scusate ma suona così bene in inglese che non riesco a usarla in italiano).

Tanto in Val Grande, sul Ticino che a Parco Sempione, il suono è una bussola che indica anche senza vedere chi frequenta il nostro piccolo ecosistema.

Dunque una passeggiata al Parco Sempione diventa, se vogliamo, un piccolo safari per conoscere chi ha fatto di mattoni, cemento e qualche parco urbano la sua nuova casa.

Avvicinarsi a una gallinella d’acqua qui vuol dire quasi veramente andare a stringerle la mano, eccetto per il fatto che la gallinella d’acqua di mani non ne ha. Fuori città invece, alla prima avvisaglia di presenza umana, queste si infilano nella vegetazione prima ancora che tu possa vederle, tradendo la loro presenza con una pernacchia da qualche decina di metri di distanza. In effetti il suono, tanto in Val Grande o sul Ticino quanto al Parco Sempione, è una bussola che ci indica anche senza vedere lɜ protagonistɜ del nostro piccolo ecosistema, ed è con i loro suoni nelle orecchie che entriamo al Parco in una giornata di primavera. Sempione non è certo un’oasi di silenzio, e la prima cosa che notiamo se ci guardiamo intorno senza fare rumore è che di rumore ce n’è veramente tanto, perché appena usiamo le nostre orecchie per ascoltare il paesaggio e non qualcosa di specifico, riusciamo a percepire l’ampiezza del volume e dello spettro sonoro occupato dal rombo dei motori intorno alle recinzioni del parco, le risate e le grida di centinaia di persone che gremiscono i giardini.

Rewind. Riproviamo. Entriamo al Parco Sempione di prima mattina, è sempre primavera. Facciamo alle 8.00.

Sentiamo i rumori della città affievolirsi, rimangono presenti ma un po’ più lontani, siamo diventatɜ molto bravɜ a riconoscere i rumori del traffico fermo a un semaforo da quello di macchine che accelerano in Viale Byron. Si espande poi nelle nostre orecchie con un panorama sonoro stratificato, puntiforme, diffuso e tridimensionale. È come un tappeto sonoro delle specie numericamente e sonicamente più presenti nel parco: il gracchiare delle cornacchie grigie, fra gli abitanti più disprezzati di Milano, volatili di un’intelligenza sopraffina che non hanno interesse a chiedersi come mai non ci stanno simpatiche; il tubare dei piccioni… ma non solo; se alzo lo sguardo cercando di raggiungere un ramo alto su un grosso cedro, riconosco un piumaggio più composto di quello caotico a cui siamo abituati: è un colombaccio, il fratello “selvatico” del piccione, che per qualche motivo adora tanto Milano e si incontra ovunque – si vede che qui così selvatico non è. Il solfeggio del suo tubare è molto diverso da quello del piccione, ma questo solo per noi appassionatɜ di nerdismo bioacustico.

L’ultimo filo di questo intreccio di suoni è il merlo. Più piccolɜ di cornacchie e piccioni, e tendenzialmente solitariɜ, siamo abituatɜ a notarlɜ solo quando si avventurano sui marciapiedi dei viali a qualche metro da noi per recuperare qualche sfortunatǝ insettinǝ. Non mi stancherò mai di ascoltare le partiture di fischi e trilli che compongono il canto del merlo, mai uguale a sé stesso ma dotato di una sorta di signature phrase per ogni individuo. Certo con tutte queste schwa non vorremmo cadere proprio sul merlo. Però per amore della scienza dobbiamo specificare che quasi tutte le specie canore europee riservano le vocalizzazioni complesse al maschio. La verità è un po’ più complicata e interessante di così, ma questa è un’altra storia per una prossima occasione.

Continuiamo a camminare per il Parco, e ora che abbiamo assimilato questo soundscape fatto di contrappunti fra cespugli e alberi, possiamo distinguere singoli episodi che intervengono nelle nostre orecchie. Un piccolo gruppo di cince bigie salta freneticamente fra le foglie dei platani appena sopra le nostre teste, forti della loro minuscola dimensione che le rende quasi invisibili – tranne che per i loro fitti cinguettii che ci aiutano a scovare fra le foglie la testolina nera, il pancino bianco e la coda grigia. Un fringuello dalla cima di un abete rosso ripete a squarciagola il suo fraseggio, che contrariamente al merlo è così simile a tutti gli altri individui di fringuello che potrete incontrare. Unǝ parrocchettǝ dal collare urla arrogantemente mentre a tutta velocità sorvola il laghetto al centro del Parco. Questɜ pappagallɜ indianɜ ormai fanno parte dei Milan staples, ma per quanto inebriante, la loro bellezza verde a becco rosso è una minaccia per molte specie che si sono evolute qui nei milioni di anni e che ora sono in competizione con specie invasive come questa, rilasciate più o meno involontariamente dall’uomo.

Per ognuna di queste specie che ci sembrano arricchire la nostra quotidianità, come le tartarughe americane che vediamo ora davanti a noi, a prendere il primo sole sul bagnasciuga, ce ne sono altre che stiamo perdendo, come lo scoiattolo rosso soppiantato dallo scoiattolo grigio americano aggrappato a questo tronco alla nostra destra, o la lontra quasi del tutto scomparsa dall’Italia a causa della nutria.

I rondoni garriscono in volo fendendo l’aria con le loro ali a mezzaluna, ci ricordano il suono che aveva il pomeriggio tardo in estate al mare con i nostri genitori.

Ci sediamo sulle radici del gigantesco Noce del Caucaso, che sovrasta questo specchio d’acqua da tempo immemore. I suoi silenziosi cinque metri di circonferenza ci rassicurano e scacciano qualcuno di questi ultimi pensieri. Su di uno dei rami che si protendono più in là quasi a sfiorare l’acqua, unǝ grande, snellǝ aironǝ cenerinǝ riposa al riparo da sguardi indiscreti (loro rimangono ancora un po’ timidɜ anche in città), riservando il suo rauco richiamo per quando sarà in alto nel cielo a cercare contatto con amichɜ distanti. I rondoni garriscono in volo fendendo l’aria con le loro ali a mezzaluna, ci ricordano il suono che aveva il pomeriggio tardo in estate al mare con i nostri genitori. Ora rientrano piano piano verso le loro colonie sulla Torre del Filarete a mano a mano che il sole si fa alto sopra le nuvole.

Noi rientriamo verso la città che in realtà non abbiamo mai abbandonato: solo una piccola pausa, un esperimento di convivenza. Un mondo fatto di suoni piccoli che vanno avvicinati con le orecchie tese.

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DI RADIO SAFARI
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