Una cosa che mi manca: i concerti

Che tornino nelle case, nei parchi, negli spiazzi di periferia e di nuovo nelle cantine, negli stabili occupati, in ogni anfratto di resistenza

Written by Filip J Cauz il 5 May 2020

La Società Psychedelica @ Conchetta

Negli ultimi due mesi, e in parte ancora oggi, le grandi città d’Italia hanno vissuto il loro momento più bello di sempre. Le auto parcheggiate a prendere quintali di polvere (che se ci va bene ne bloccherà gli ingranaggi a lungo), i cantieri quasi tutti bloccati e silenti, gli uccelli che cantano, volano e si accoppiano rumorosamente a ogni ora, i quartieri della movida desertificati, gli affittacamere sul lastrico, il sole che picchia violento su praticelli e aiuole mai così fiorite. L’istinto è quello di uscire di casa di corsa, respirare a pieni polmoni, correre e godere. E invece quando torneremo completamente alla normalità tutto sarà come prima, coi fiori grigi, gli affitti alle stelle, il traffico che promette già di essere ancora peggiore, i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri, e le stesse facce agli stessi posti, serie e immutabili. Non fossimo tutti comunque controllati a vista, sarebbe proprio il caso di godersi di questi ultimi istanti fugaci e potenziarli riprendendo anche le cose belle che ci mancano, quelle che rischiamo di non avere più.

A me manca una cosa soltanto, ad esempio. Mi mancano i concerti. Con un puntuale senso dell’assurdo, il paravento della guerra agli “assembramenti” ha falciato come una mannaia i più piccoli e indifesi. Possiamo affollarci nei supermercati, in metropolitana e naturalmente al lavoro, ma mettere insieme 20 persone ad ascoltare un concerto è assolutamente fuori discussione. Le giornata ai tempi del virus scorrono dinamiche e piacevoli, ma è quando scende la sera che avverto il vuoto, e con lui i muri.

Possiamo affollarci nei supermercati, in metropolitana e naturalmente al lavoro, ma mettere insieme 20 persone ad ascoltare un concerto è assolutamente fuori discussione

Mi mancano i concerti perché è solo lì che posso toccare con mano il crollo totale delle barriere. Qualcosa che non può accadere ascoltando un disco, guardando un film, leggendo un libro, men che meno accade con i concerti in streaming, che saranno pur “live” ma non sono mai “vivi”. Mi manca l’intimità che si viene a creare a un concerto, la compenetrazione tra quelle facce che vedi sempre, che sai già che incontrerai il giorno dopo in un altro luogo ugualmente rumoroso e male illuminato, e quelle di chi transita. La compresenza con i musicisti, gente che cercherà di sfruttare il massimo numero di bevute gratis, dormirà su un divano scomodo a casa di uno dei presenti, e la “mattina” dopo si rimetterà in furgone verso la data successiva, ripetendo lo schema ogni giorno per una settimana o un mese, un lasso di tempo in ogni caso economicamente disastroso ma che ha il valore unico del tempo strappato alla messa al lavoro. Ed è il medesimo lusso di cui può godere il pubblico, che può riscattare in una sera di musica, sguardi e birra di pessima qualità tutto il tempo e l’amore sottratto alla luce del giorno.

Mi manca l’incontro con persone nuove e suoni nuovi. Mi manca quella straordinaria bolla liberatoria del dimenticarsi il cellulare nello zaino per ore. Mi manca il raschiare le tasche in cerca di monetine con cui riempire ingressi a sottoscrizione o cappelli (per quanto quelle monetine risparmiate di questi tempi siano vitali). Mi mancano i luoghi dei concerti, che negli ultimi anni hanno spontaneamente sostituito gli spazi pubblici in città che gli spazi pubblici li hanno svenduti al peggior offerente. Mi mancano quelle strane serate flash in cui si balza su un bus, un treno, un’auto per ritrovare le solite facce tra il pubblico sperduti per la Brianza o magari in un teatrino di Bologna.

Quale miglior momento per togliersi dai coglioni quei 50 sfaccendati che vagano per la città di notte, a orecchie ronzanti e fegato zuppo, mentre la città dovrebbe tutta dormire

Ci vorranno mesi, forse anni, forse mai, perché si possa tornare a godere della semplice quanto preziosa libertà di andare a sentire un concerto. Le priorità sono altre e le occasioni sono propizie. Quale miglior momento per togliersi dai coglioni quei 50 sfaccendati che vagano per la città di notte, a orecchie ronzanti e fegato zuppo, mentre la città dovrebbe tutta dormire, rinfrancarsi del silenzio per ripartire all’alba nella sua cacofonia? «Il lavoro è il nostro credo», abbiamo sentito dire qualche giorno fa da un primo cittadino illustre, riecheggiando slogan macabri, e quando usciremo dal lavoro non avremo più nulla in cui credere, nulla da sperare. La speranza è allora che i concerti risorgano altrove. Che non sia necessario fare la spola tra Berlino e Bruxelles, ma che basti scendere sotto terra. Lontano dagli occhi e dalle orecchie di chi ci vuole incatenati al ruolo di pendolari della vita.

Che i concerti tornino nelle case, nei parchi, negli spiazzi di periferia e di nuovo nelle cantine, negli stabili occupati, in ogni anfratto di resistenza. Con più sputacchi e meno mascherine, con più volumi e meno paure. Se riuscissimo in tutto ciò potremmo accorgerci che qualche semino di quei fiori di città che – spogliate delle loro maschere, si sono scoperte più belle e impreviste – ha davvero attecchito. Stiamo attenti dove mettiamo i piedi e annaffiamo con passione ogni germoglio. Altrimenti ne sentiremo la mancanza ancora per tanto, forse per sempre.