Francesco Bianconi

Fantasmi, case lillipuziane in lockdown, e l'abisso in cui trovare le bestie che siamo

quartiere Isola

Written by Piergiorgio Caserini il 12 July 2021

Foto di Laura Villa Baroncelli

Dai vent’anni di Baustelle al recentissimo progetto solista con “Forever”, Francesco Bianconi è uscito qualche tempo fa con un libro che esibisce tutti i connotati per essere uno scenario pandemico introspettivo, ma sorpresa-sorpresa la stesura è iniziata appena prima e proseguita nel mentre. Come a dire che si viveva letteralmente la storia che si stava scrivendo, e che quando si parla di immaginario collettivo non lo si prende mai abbastanza sul serio. Al centro di “Atlante delle case maledette” ci sono i demoni domestici, le memorie, che non fanno altro che lasciare tracce, per ricordarci che i posti che siamo soliti chiamare casa hanno quel vizietto di non abbandonarci mai. Meglio: di perseguitarci. La casa del lockdown d’altronde è quello spazio lillipuziano che a un tratto diventa enorme. L’abbiamo incontrato in Isola – casa sua – appena prima del ritorno sul palco a Milano.

“Molti hanno dovuto affrontare la bestia: esplorare lo spazio interiore fino a trovarci i vermi.”

 

Il tuo libro “Atlante delle case maledette”, uscito da poco, racconta una vita attraverso le case vissute. Mi ricorda un po’ il lavoro di Perec, di un racconto che passa per gli oggetti e i dettagli di uno spazio, con un’attenzione quasi ossessiva che finisce per esaurire tutte le storie che si possono raccontare. Da dove nasce l’esigenza di scrivere questo libro?

Mi è venuta per caso. Mi chiedevo in quante case ognuno di noi passi durante sua vita, in quante abbia vissuto. Come ogni casa raccolga in sé incontri, esperienze, demoni. Ricordi che, come nella letteratura gotica, prendono la forma di fantasmi, di un passato con cui è necessario confrontarsi. Non sono solo case in cui si è vissuto, ma anche in cui si è transitati, passati. Luoghi che per qualche ragione lasciano delle tracce e rievocano dei dettagli, dei barlumi.

Al di fuori della casa in cui Dimitri, il protagonista, rievoca i propri demoni dalle proprie case passate, c’è un Virus poco chiaro. Il riferimento è diretto alla pandemia?

Pensa che Atlante delle case maledette nasce prima della pandemia. Quando ho cominciato a scriverlo mi immaginavo questo scenario fantascientifico e surreale, metafisico. Qualcosa era successo nel mondo, e si rimaneva in casa. Una catastrofe non specificata, l’evento di un crollo, ma chi si immaginava che stesse per accadere davvero? Così ho deciso di circoscrivere l’evento generico a un Virus, con la “v” maiuscola. E come Dimitri, il mio alter-ego, mi sono ritrovato a ripensare, catalogare e descrivere le case che mi sono rimaste, in cui ho vissuto qualche cosa. A farlo mentre tutto accadeva veramente. E in tutto ciò, la casa ha assunto una dimensione diversa. Abbiamo ricominciato a viverle, ma come se fosse una prigione. Uno spazio chiuso in cui siamo stati obbligati a ripiegare su noi stessi, a esplorare altri spazi che non erano fuori ma dentro di noi.

D’altronde nello spazio lillipuziano, chiuso e stretto della casa che si è scoperta in lockdown, ciò che rimaneva da fare era sprofondare in quello che Ballard chiamava “inner space”, insomma, a confrontarsi con sé stessi. Credi che tanto la pandemia quanto lo sviluppo del tuo libro vadano in questa direzione?

La pandemia ci ha obbligato a fare un’esplorazione non comune. Le case hanno riacquisito in quel periodo una funzione di riparo, di caverna. Ci si sentiva protetti in casa, e si esplorava lo spazio della casa. Ma a un certo punto quella dimensione si esaurisce. Ed è lì che molti hanno dovuto affrontare la bestia: esplorare lo spazio interiore fino a trovarci i vermi. Pensa che ho anche provato a scrivere una canzone durante la pandemia, registrando io tutti gli strumenti. Mi sono divertito, ci ho messo del mio, ma poi non l’ho mai suonata, e penso non la suonerò mai (ride). Ho realizzato rileggendola che non ero io che volevo comunicare qualcosa, ma era più un diversivo. Un modo per non andare in fondo, per evitare di incontrare la bestia. Ora, io non voglio dire che questo confronto con i propri demoni darà prima o poi i suoi frutti – sono abbastanza cinico sulla questione dei miglioramenti dell’umanità, visto come sta andando –, ma chi l’ha fatto ha dovuto affrontarsi. Confrontarsi con un’immagine di sé che è il frutto di una sola cura del corpo che è quella della propria immagine, di come si appare agli altri, tanto nella vita reale quanto sui social. Ci si leviga, ci si svecchia, non si vuole vedere la naturalezza del tempo che passa. È come se si avesse costantemente paura della morte, e si voglia far durare il corpo, la propria permanenza, più che si possa. Si cerca una sorta di immortalità materiale, senza rendersi conto che nel mentre, nelle profondità dello spazio interiore, si sta covando la bestia.

 

Mi ha colpito sempre come, soffermandosi, ci si renda conto che le nostre suggestioni singolari appartengono già a un immaginario collettivo. Penso a te che scrivevi “Atlante”, e ricordo un paio di libri del 2019 che a rileggerli oggi hanno un potere quasi profetico, come “Febbre”, di Ling Ma, o per altri versi “Trump Sky Alpha” di Doten.

Se l’anno scorso nelle realtà editoriali tutti parlavano di funghi, oggi è la casa a essere un tema urgente. Se ne sta parlando molto, perché penso che il lockdown, la vicinanza con la casa e l’esperienza di questo sorta di prigionia abbiano fatto capire che la casa non è semplicemente un luogo in cui passare. È un luogo vivo. Pensa che proprio mentre scrivevo Atlante, anche Andrea Bajani ha fatto un libro sullo stesso tema, simile, per certi versi. Ne Il Libro delle case, ogni capitolo racconta una casa, anche attraverso mappe piuttosto che illustrazioni, come il mio. Oppure anche Emanuele Coccia ha scritto un bellissimo saggio che s’intitola Filosofia della casa. Se ne sente l’importanza, si riscopre la casa come luogo interiore.

Tu sei un isolano per eccellenza, quando sei arrivato nel quartiere?

Io abito qui da vent’anni. Sono arrivato nel 2000 e ho trovato la mia prima casa in affitto nei pressi del Blue Note (che allora non esisteva), dopo qualche tempo a girovagare in case d’amici. Ho deciso di fermarmi perché mi è piaciuto da subito. All’epoca era un quartiere di anziani che parlavano in dialetto e di centri sociali, quando ancora avevano una presa importante sulla socialità di quartiere. C’erano la Pergola, Garigliano – che era la casa dei Casinò Royale – l’esperienza incredibile della Stecca… ricordo anche questo locale, il Binario Zero, dove in quegli anni c’era una programmazione di concerti pazzesca: vidi un tour dei Soft Bullettin pompati con un volume incredibile in uno spazio piccolo, tutti ammassati. Una situazione che oggi sarebbe impossibili. Ma anche i Verdena, con il loro primo album. Insomma, era un luogo vivissimo alternato ad angoli bui, con poche cose e pericolosi. Uno di questi era la Nuova Idea, che si trovava dove oggi c’è il parco, frequentatissimo da bambini e mamme moderne. Quando in quegli anni arrivarono i trans, la Nuova Idea era un folle e bellissimo angolo di perdizione, li trovavi a fare la spesa al supermercato o a ballare in compagnia dei vecchietti, e tutto funzionava.

Tra la Stecca, il New Museum e la Nuova idea, la storia di Isola è praticamente entrata nell’ambito del mito meneghino. E in sostanza tu hai vissuto i cambiamenti di quegli anni, quelli che hanno portato il quartiere ad essere quello che è ora – quasi una sorta di cambio di casa. Come hai vissuto questo trasloco esistenziale di quartiere?

Qui ormai le cose sono cambiate. Sarà che ho l’età che ho, che mi sono imborghesito. Alla sera viene chiunque a fare aperitivo, dal ragazzo di provincia alle famiglie con i passeggini. Come se fosse una sorta di riviera. Ma me piace la città, la metropoli che si manifesta con il suo brulicare, con tutta la vita che ha. Non amo troppo invece i quartieri residenziali. La mattina esco spesso in bici e passo puntualmente nel Villaggio dei Giornalisti. È una zona affascinante, ma ci andresti a vivere mai? È super-Ballard. Asettico, pulito, non c’è nulla se non le abitazioni. E mi chiedo tutte le volte chi ci vive in quelle case, che vite facciano. Ok, non c’è la cagnara e ci si salva il sonno, ma non c’è nulla. Sono spazi che in fondo creano disagio. Magari non frequentemente a Milano, ma in situazioni più difficili diventano quei luoghi che i fratelli d’Innocenzo hanno ben raccontato in Favolacce. Quella sorta di quartiere residenziale dove si sta bene, tranquilli, ma che diventano velocemente teatri dell’orrore. Quartieri residenziali, dormitori, in cui la patina di felicità e pulizia nasconde il marcio sotto. Violenza, fascismi, il peggio della civiltà. Lo stesso che oggi s’espone più che mai, che ha perso la vergogna di esibirsi in pubblico. Non so cosa sia, ma c’è un’insoddisfazione, un accumulo di rabbia che sfocia in continuazione in manifestazioni pericolose. E si parla tanto di progresso, ma sembra che in realtà questo famigerato “progresso” sia appannaggio soltanto di una parte, benestante, della popolazione, e attorno a questo rimanga soltanto uno spazio di involuzione, di decadenza, di violenza gratuita.

 

Torniamo al disco, con una domanda che penso tutti ti abbiano fatto: perché la riedizione?

Eccola. Ho sempre preso per il culo chi faceva riedizioni. Sono operazioni commerciali, niente di più. “Forever” era già pronto a inizio 2020, sarebbe dovuto uscire da lì a pochi mesi ma poi è arrivata la pandemia. Nessuno sapeva che cosa sarebbe successo e dove saremmo finiti, e abbiamo deciso di farlo uscire comunque, pur sapendo che non avrebbe avuto lo stesso impatto. Quindi, mi scuseranno, il disco precedente potranno anche rivenderlo su eBay, ma mi si conceda una riedizione. D’altronde devo lavorare anche io dopo quasi due anni di lockdown. Oltretutto si tratta di un disco in cui ho messo molta cura, molta della mia cultura e dei miei interessi, delle mie amicizie. C’è una forte attenzione ai testi e ai temi trattati, al modo di dirle. Ci ho dato molto, e anche per questo, con “Forever” in technicolor, ci tenevo a inserire anche brani che erano stati registrati nello stesso momento, ma non erano ancora usciti. Alla base del disco, c’era anche l’idea che fosse relativamente breve, al massimo trenta minuti. L’intenzione era trovare un modo, una strategia, per superare quell’afasia dell’attenzione che tutti, ormai, hanno.

Eppure i brani affrontano temi che richiedono anche una certa attenzione. Penso a Il Mondo Nuovo o L’abisso. C’è una relazione tra questi pezzi e il libro?

Non c’è nel senso che il libro e il disco sono nati e cresciuti separatamente. Vero è che sono però stati scritti dalla stessa persona a distanza di poco tempo. Li accomuna un fatto: sono entrambi frutto di una esplorazione senza troppi veli di me stesso. Attraverso un momento della mia vita in cui non mi piacciono le maschere, i giri di parole. Una volta tanto nella vita ho il coraggio di mostrare ciò che sono veramente, dopo secoli di paura, quindi, come dire, ben venga. Godiamone! Lasciamo divampare questo fuoco, e speriamo che duri.

Dopo la pandemia, in questo momento di “biancore”, riprendono i concerti. Sei in tour, e la prossima data è il 13 di luglio a Milano. Come sta andando?

Io dico sempre una cosa, una battuta. Francesco Bianconi ancora non esiste. Perché come i brani che ho composto, pensati per essere suonati su un palco, così anche il Bianconi che li ha scritti è stato pensato per quello, e comincerà a esistere quando sarà su un palco. A Milano sarà la prima data in città dopo quasi un anno. La cosa buffa è che l’ultima volta avevo suonato nello stesso palco per il concerto di Lucio Corsi. Avevo fatto due pezzi e mi sembrava fighissimo, non ci potevo credere. E Milano ha sempre sollevato qualche tensione, sai ci sono tutti i musicisti, i colleghi, i giornalisti, i discografici… ma ora è come se tutto si fosse spappolato. Ora siamo tutti siamo giornalisti, musicisti, discografici di noi stessi. Per cui è tutto meno ansiogeno, diciamo. Ma a parte questo, Milano è ormai casa mia.