Goedel

Deaf Cat, Goedel, Zeta: Ortensio Capone è il suono crepuscolare della città

quartiere Navigli

Written by Piergiorgio Caserini il 22 May 2021
Aggiornato il 26 May 2021

Foto di Marco P. Valli

C’è chi sorvola le scene di un po’ tutte le città. Immaginate un piano obliquo che le percorre tutte e che sdoppia le figure, le moltiplica. È una figura completa ma non corretta, o corretta ma non completa. Ortensio Capone è questo. È anche Goedel, è anche Deaf Cat, è anche altri che non lascia trasparire. Dalla provincia di Caserta a Berlino a Bologna a Milano, tra le floor e le line-ups più cavalcate di sempre, Goedel prende in prestito la logica formale per modellarla in caos sonico.

Partiamo con le basi: chi sei, cosa fai nella vita, e come mai qui a Milano.

Ciao! Io sono Ortensio, ma sono anche GOEDEL, e anche Zeta. Sono un dj, un producer, sound designer, sound engineer e un po’ di altre cosine, tutte che ruotano attorno alla musica, che amo profondamente da sempre. Faccio mille cose e mi diverto nel farle, e questo importa, è come quando pass(av)o i dischi. Mi viene da chiederti se ti ricordi quando esistevano i clubs, i centri sociali, i festival… ricordi che figata? Davvero mi viene da parlare al passato, anche se poi suono 24/7, ecco. Comunque, al momento sono anche responsabile della sezione e-learning per una piattaforma che partirà tra un po’ di mesi e della quale sentirete spesso parlare (spero), e offro qualche corso di musica elettronica.
Arrivo a Milano dopo un’esperienza di quattro anni a Berlino, poi un anno a Bologna, home base del progetto “Timeshift”, del quale sono resident dal 2016. Diciamo che avevo voglia di capire come fosse cambiata la situazione in Italia negli anni in cui non c’ero, così come di capire meglio cosa stesse succedendo nella scena musicale europea. Da Bologna sono passato a Milano poco prima dell’inizio della pandemia, che seppur abbia azzerato le possibilità d’esibirsi con un pubblico, non ha minimante fermato né la voglia di fare musica, la spinta creativa o la mia ispirazione. Continuo a suonare, sempre. Non so cosa succederà o cosa sarà Milano quando questa pandemia avrà fine, ma per ora posso dire che nel piccolo, mi piace molto, forse più di quanto mi aspettassi! :)

Il tuo progetto musicale Goedel ha una storia lunga e movimentata, dai club di Berlino a Bologna e altrove, ci racconti chi è questo tuo alias?

GOEDEL nasce tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013. Anni in cui il mio percorso liceale volgeva al termine, esasperato da una vita di paese che non sopportavo più, continuamente alla ricerca di stimoli nuovi, volti nuovi, altre visioni. Nasce come progetto/tributo a una (a parer mio) delle più incredibili menti della storia dell’uomo: Kurt Gödel. Mi sono imbattuto nella figura di questo genio, e nei suoi due celebri teoremi d’incompletezza, durante un viaggio a Berlino, frugando nella libreria di un caro amico di famiglia. Scovai un libro che ricordo bene: Un’eterna ghirlanda brillante, dell’accademico, filosofo e divulgatore scientifico Douglas Hofstadter. Lì dentro conobbi e scoprii Gödel, nei racconti che lo correlavano a personaggi come Bach ed Escher. Da lì, la mia decisione di dedicare a questa geniale mente quello che poi sarebbe stato il mio progetto artistico più duraturo. Se all’inizio le opportunità e le esperienze artistiche erano ovviamente limitate al mio piccolo paesino in provincia di Caserta, la situazione cambia radicalmente quando mi trasferisco a Berlino per studiare Sound Engineering. Fu con Homopatik (attualmente Buttons) che venni notato. Anna Bolena (aka Antonella Pintus, madre fondatrice di Idroscalo Dischi e una delle figure più influenti nello sviluppo del mio percorso artistico) fu la prima persona a credere in me, a propormi di suonare un po’ di ore nella sala Techno dell’About Blank in una caldissima notte di giugno, e a farmi scoprire una marea di figure nel mondo della musica e dell’arte che avrebbero profondamente influenzato il mio processo di crescita. É una persona alla quale devo moltissimo. Da allora si sono susseguite opportunità ed eventi di vario tipo, in varie locations d’Europa. Avevo 20 anni, e mi sembrava tutto incredibile e surreale. Diciamo che in linea di massima tutto quel periodo lo fu. Dall’About Blank per Homopatik tra Freddy K e Tom Linder (Detroit Techno Militia), con New Faces invitato da Joseph McGeechan al Tresor, le prime al Griessmuehle invitato da Max Durante per The Raven, e chiudere una notte dopo un set in peak time di D’Arcangelo o di Mike Dred aka the Kosmic Kommando (sì, entrambi artisti Rephlex Records), e così via. Poi fu il momento di una chiacchiera con Roberta e Andrea (Kobold), i fondatori di Timeshift. Mi scrissero durante un viaggio a Berlino, ci incontrammo a casa mia a Lichtenberg e parlammo tanto, bevendo altrettanto, e alla fine della serata mi proposero di suonare per loro durante un’altra, ennesima, caldissima notte di giugno (sì, evidentemente le cose migliori avvengono al caldo) a Bologna, a Zona Roveri, per uno dei loro Timeshift. Subito dopo mi proposero di diventare resident. Da lì in poi, la lista è lunga, la aggiorno costantemente sul mio soundcloud e cerco di tener traccia di tutti i bellissimi ricordi che conservo di ogni serata in cui ho suonato.
Come producer ho tenuto nascoste moltissime mie tracce (e continuo a farlo) per molto tempo, forse troppo. Il 2021 è l’anno in cui finalmente molti miei lavori cominciano a vedere la luce. Nelle ultime settimane ho contribuito a due various artists su due piattaforme diverse. Su Art-Aud per Music for Balconies, piattaforma di Kreggo, e su Stirpe999 AntiLabel per Forsan Et Hanc Olim Menimisse Iuvabit, piattaforma di Fire At Work. Presto arriverà molto altro materiale e anche il primo album della mia label, Deaf Cat, a cura del mio caro amico Myalo. Direttamente dalla Alpi Svizzere.

Insomma, Goedel ha fascinazione assoluta per la logica formale, perché?

Goedel ha fascinazione per tutto ciò che può essere messo in discussione. E tendenzialmente sono proprio le strutture di categorizzazione formale a covare falle, bugs e paradossi. Dalla logica formale alla capacità naturale dell’essere umano di formulare pensieri, parole, sistemi per etichettare e gestire i nostri istinti, le nostre volontà, i nostri desideri, le nostre analisi, le nostre riflessioni. Goedel mette in discussione l’idolo della logica formale, della stabilità dell’aritmetica di base. E perché lo fa? Perché in fondo comprende, dentro sé stesso, che nonostante le centinaia di migliaia di dimostrazioni matematiche, teoremi e formalizzazioni della nostra metodologia di descrizione degli eventi attraverso dati certi (esempio, i numeri), in fondo siamo costantemente mossi da moti interiori che non si possono descrivere in modo formale, in modo preciso, non c’è prevedibilità in molte cose, e ne consegue che tutto (o quasi) ciò che l’uomo crea è destinato ad avere un valore momentaneo, al fine di soddisfare un bisogno, che forse è di stampo consumistico: assume valore necessario nel momento in cui sentiamo la necessità di utilizzarlo. Superato quel momento, non esiste più (e da qui sorge spontanea una domanda: se qualcosa esiste solo per un istante, e il tempo la cancella, esiste davvero o non è mai esistita realmente?).
Da un lato ciò può risultare triste, perché è una chiara affermazione del fatto che l’uomo, così come le azioni che compie siano fini a sé stesse. Dall’altro vengono in nostro soccorso altri tipi di pratiche umane che invece resistono alla prova del tempo, come la musica e l’arte, che se da un lato provano a regalare all’umanità la possibilità di astrarsi e di tendere la propria anima verso l’infinito, dall’altro, almeno per come spesso vedo io il processo artistico e la coniugazione del proprio estro creativo in funzione della creazione, credo che il nostro vero problema in quanto esseri sociali, è che ci siamo concentrati troppo sull’apparire in un certo modo, e sul provare ad ergerci rappresentanti di culture e visioni, e abbiamo dimenticato un po’ troppo l’importanza dell’annullamento dell’Io quando ci si diletta in pratiche artistiche finalizzate all’espressione di visioni, necessità, analisi, istinti, volontà, sentimenti, sogni.

Ué, qua esuliamo dai temi dell’intervista, sfioriamo la metafisica e l’espressione colliana, vedi perché le interviste scritte non sono soddisfacenti? Ma insomma, a latere delle passioni private, come descriveresti il sound di Goedel a chi non ti conosce?

Incisivo e spesso radicale. A volte malinconico. Decisamente ossessivo e frenetico. Non per forza nel ritmo ma nel messaggio di sicuro. 
Dall’ambient music ai sequencing più intricati a 200 bpm, fino ai richiami Dub o alle umili composizioni per piano. Non voglio un genere, non voglio essere schiavo di una formalizzazione stilistica che nel tempo può rappresentare una gabbia od una prigione. Mi piace l’idea di essere un cane sciolto, perché non sento il bisogno di portare sul petto alcuna medaglia. Mi sento già abbastanza grato a poter parlare con la musica, e a dire tutte quelle cose che con le parole non sono mai stato bravo ad esprimere.

Qual è il rapporto che c’è tra Goedel – il tuo progetto, non il matematico – e Deaf Cat? O meglio, perché hai sentito l’esigenza di fondare una tua etichetta?

Deaf Cat nasce (e presto vedrà la luce), come conseguenza di una serie di necessità che condivido con persone a me care, che reputo in grado di regalare alle ascoltatrici e agli ascoltatori dei lavori creativi abbastanza maturi e di qualità nell’ambito dell’elettronica, e soprattutto persone che reputo dotate di talento nonché di una passione pura, non destinata all’essere necessariamente condivisa al fine di farne un vanto. Ho sentito l’esigenza di avviare un progetto perché durante gli anni ci siamo (io e le persone amiche a Deaf Cat) resɜ conto di quanto possa essere riduttivo, rispetto al potenziale espressivo di un artista, il posizionamento della maggior parte delle label sul sistema di mercato. Seguire ciò che è predefinito, un sound apprezzabile, certo, ma che finisce con lo scadere nel ripetitivo, con identità visive, soniche e concettuali fisse, immobili, parametri stagnanti che trascinano anche gli aspetti creativi.
Ghost In The Shell ci ha insegnato (o c’ha provato) che un’eccessiva specializzazione conduce a una debolezza costitutiva, e conseguentemente a una morte certa, e pure lenta. Deaf Cat vuole essere una piattaforma per cercare di non subire questa iperspecializzazione, e per questo non escludo nemmeno la possibilità di pubblicare materiale creativo che esuli dalla forma dell’audio. Cerco una serie di visioni ampie, per identità soniche variegate, per lavori che comunicano a chi ne usufruisce la bellezza e l’incredibile potenziale che il linguaggio sonico, in prima istanza, può offrire.
Ho anche deciso finalmente di riapproriarmi di un album che ho pubblicato 5 anni fa sotto mentite spoglie, e di riproporlo col mio nome. 

Qual è stata la serata, o il momento, più determinante?

Qualche anno fa forse avrei potuto dirti di una serata all’About Blank, o forse una al Griessmuehle, o forse di un Capodanno al Link, o forse nessuna di queste e me ne sarebbero venute in mente altre. Oggi, che il tempo passa ma il mio amore per la musica rimane lì dov’è, anzi cresce, non credo di riuscire più a distinguere i momenti in base a quanto grande, quanto è famoso, quanto è spesso X o Y, il luogo o gli/le artistɜ che compongono la line-up con me. Sembra una risposta da paraculo, ma la verità è che ormai non sento più la differenza tra il passare dischi in casa con poche amiche e amici o spippolare i miei synths da solo al buio nel mio studio, programmare l’AKAI, suonare il piano o passare i dischi davanti a 100, 200, 1000 persone. Ci sono tutta una serie di differenze circostanziali e ovviamente tecniche in tutto ciò che riguarda la performance in sé, e sono stato comunque spesso definito un animale da floor per il mio modo di consegnare un’esperienza danzabile quando vengo ingaggiato a suonare di notte; ma in linea di massima, in particolare in questo ultimo periodo, nonostante gli struggimenti vari ed eventuali, mi sento felice e fortunato di poter vivere sempre attorno a dischi, strumenti musicali, tastiere, softwares. Che sia in studio, che sia ascoltando i Rhythm and Sound o Tour de France dei Kraftwerk o Squarepusher a casa con i miei coinquilini in smart working, o che sia dietro una consolle con un sacco di persone davanti a me e pronte a sudare, con il borsone di dischi al mio fianco, mi sento costantemente fortunato.