Chiara Alessi

Il 4 febbraio Chiara Alessi presenta il suo nuovo libro a Milano da Design Republic

Written by Lucia Tozzi il 16 January 2016
Aggiornato il 23 January 2017

Chiara Alessi scrive di design su riviste e giornali, ma le piace affrontare le grandi questioni del sistema firmando libri in cui attacca e smantella tutti i luoghi comuni che dominano il discorso design in Italia. Più ancora dei contenuti, è la lingua a mostrare una formazione diversa, letteraria, costruita su curiosità altre rispetto a quel mondo in cui è cresciuta e pasciuta.

Zero: Quando ti ho incotrata la prima volta, una decina di anni fa, fu nel circuito del teatro. Non avrei detto che saresti rientrata nel giro del design, anche se da critica e ricercatrice. Come è avvenuto questo passaggio?
Chiara Alessi:
Anch’io una decina di anni fa escludevo avrei mai avuto qualcosa a che fare professionalmente con l’humus in cui sono cresciuta “famigliarmente”. E, in effetti, sono rientrata nel design dalla finestra dell’editoria, che è stata la mia seconda e forse più autentica passione dopo il teatro – il teatro era una scusa come un’altra, in quel momento forse la più interessante – per esercitare quello che uno dei miei maestri chiamava lo sguardo che racconta. Alberto Alessi aveva bisogno di qualcuno che si occupasse del catalogo-non-catalogo di una grande mostra che Mendini avrebbe curato a Monaco e mi ha chiesto una mano. Da allora ho pensato avrei potuto curare anch’io qualche mostrina, ma in forma narrativa-editoriale, scrivendo articoli, saggi, libri. In fondo, ripensandoci, la mia tesi di laurea sulla scena contemporanea della drammaturgia italiana, nel 2005, era un primo esperimento di osservazione e racconto dei “sistemi”; il secondo è stato Dopo gli anni Zero (Laterza, 2014), applicato al design.

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Hai scritto due libri apparentemente molto diversi, uno pieno di designer (Dopo gli anni Zero) e questo in uscita che parla della filiera produttiva italiana, Design senza designer. I tratti comuni sono una straordinaria capacità di contatto diretto con persone del mondo del design non sempre facili da raggiungere e, contemporaneamente, una sacrosanta diffidenza nei confronti delle retoriche che queste stesse persone contribuiscono a diffondere. Quali sono i falsi miti sul design italiano che ti irritano di più? E perché?

Entrambi i libri partivano dalla volontà di scardinare alcune strutture mentali (chiamali cliché, luoghi comuni, pregiudizi) con cui siamo abituati a pensare al design italiano e di aggiornare gli strumenti critici con cui lo descriviamo. Perché ce l’abbia tanto con questa cosa delle “modalità predefinite”, come le chiama David Foster Wallace, poi dovremmo chiederlo a un analista… Ad ogni modo, la retorica che provavo a contrastare con Dopo gli anni Zero era: «Il design italiano è morto. E quello che avanza non è particolarmente interessante». Design senza designer fa un passo avanti: a partire dallo slogan per il quale forse passerà alla storia il design dopo gli anni Dieci, cioè «siamo tutti designer», indaga (o prova a indagare) cosa pensiamo davvero quando osanniamo il made in Italy, o quando critichiamo high tech e globalizzazione quali nemici tout court della manifattura… e poi si chiede se davvero il futuro sia artigiano e infine tocca la questione delicata della comunicazione…

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Nel libro che sta per uscire affronti la spinosa questione del soffocamento della critica da parte della comunicazione: ci racconti perché un mondo in cui i ruoli si confondono, in cui i designer sono anche pr, ufficio stampa, giornalisti, curatori, insegnanti e viceversa, l’esercizio della critica entra in crisi?
Se noti, molti dei miei interlocutori in quel capitolo del libro danno risposte apodittiche, definitive, elettoralistiche… Avere un’idea precisa del problema significherebbe anche avere in mente una strategia precisa per arginare la crisi di cui parli e – la verità – è che invece la crisi è ancora lì e io pure sono ancora lì che ci penso e ci ripenso e mi sento lontana dall’aver capito davvero dov’è il problema e se sia effettivamente un problema, o piuttosto una questione delicata di cambiamento. Non so nemmeno se la colpa sia dei designer, o dei presunti critici che invece potrebbero imparare a sporcarsi di più le mani, laicamente, come peraltro i designer dopo gli anni Zero si sono industriati a fare benone. Forse un futuro possibile per la critica ha già i suoi germi in un presente in cui questa si mischia con il giornalismo, la curatela, la militanza, con l’organizzazione di festival o vattelapesca! E poi rimescolare il tutto e: fare mostre sui giornali, scrivere libri come prodotti di design, riviste come festival e, ancora, vattelapesca.

Il catalogo  della mostra “Oggetti e Progetti”, ospitata alla Die Neue Sammlung di Monaco nel maggio 2010, curata da Alessandro Mendini
Il catalogo della mostra “Oggetti e Progetti”, ospitata alla Die Neue Sammlung di Monaco nel maggio 2010, curata da Alessandro Mendini

Veniamo al titolo: perché secondo te, nell’epoca del trionfo delle firme in tutti i campi e tutti i livelli (dopo gli chef e gli architetti oggi anche i curatori, i barman, gli organizzatori di serate diventano star) questa sarebbe l’era del design senza designer?
Non penso che il design sia possibile senza designer, anzi! Credo che il ruolo dei designer in questo momento sia più necessario che mai e lo hanno capito bene le grandi multinazionali dei servizi, che hanno nei loro ruoli chiave proprio dei designer. Il libro si intitola così per due ragioni, principalmente: la prima è un giochino, provo a raccontare il design contemporaneo senza citare neanche un designer, visto appunto che nel precedente libro ne avevo elencati circa duecento. La seconda è il perché di questa scelta (oltre all’espediente editoriale): provando a fare un salto nel futuro, penso che questo momento storico non sarà ricordato per le firme dei designer o dei brand, ma per le operazioni complesse, più o meno stabili, che questi progettisti hanno messo insieme alleandosi con altri (artigiani, distributori, comunicatori, etc. etc.). Ma, attenzione, la faccenda dell’autoralità esce dalla porta e rientra dal portone! Così, per dirla alla Warhol, tutti adesso hanno il loro “quarto d’ora di celebrità”… e i nuovi volti, le nuove storie, sono, per dirla stavolta all’Andrea Amichetti, quelle del “sottobosco” del design. Non è che spariscano le design star, cambiano nome.

Un'immagine della mostra “Oggetti e Progetti”, ospitata alla Die Neue Sammlung di Monaco nel maggio 2010, curata da Alessandro Mendini
Un’immagine della mostra “Oggetti e Progetti”, ospitata alla Die Neue Sammlung di Monaco nel maggio 2010, curata da Alessandro Mendini

Tu decostruisci il discorso sul made in Italy e l’eterno canto dei distretti produttivi, sostenendo che quelli che resistono si appoggiano a uno storytelling un po’ scadente fondato su antiche tradizioni romanzate, un po’ alla Mulino Bianco. Pensi si gioverebbero di narrazioni migliori, strutturate su storie e valori più contemporanei?
Basta chiedersi chi ci guadagna di più da queste ideologie: se i protagonisti delle storie, o i loro narratori. Poi ci sono quelli più o meno abili, mossi da ragioni più o meno furbe. Il problema non è nel racconto in sé, che è il futuro, o il presente quello sì artigiano… ma nelle storie che per giovare davvero devono: avere una morale, essere replicabili, avere ricadute oltre alla narrazione in sé e, soprattutto, esistere al di là della narrazione. I distretti sono uno di quei topoi sui quali per esempio dovrebbe esercitarsi un serio lavoro dei designer. Non tanto in funzione di un distretto del design tipo Disneyland, quanto per un vero redesign dei distretti, anche in termini logistici organizzativi.

Un'immagine della mostra "PRESENZE Biografie inedite di cento oggetti", 2015, allo Spazio Ex verniciature di Allestimenti Portanuova in Via Adamello 9. Chiara Alessi era una delle biografe degli oggetti esposti.
Un’immagine della mostra “PRESENZE Biografie inedite di cento oggetti”, 2015, allo Spazio Ex verniciature di Allestimenti Portanuova in Via Adamello 9. Chiara Alessi era una delle biografe degli oggetti esposti.

Secondo te alla fine dei conti si fa più ricerca nelle manifatture del design italiane o nei fablab?
Difficile generalizzare. Al di là della poesia del ricercatore, per la ricerca servono investimenti e al momento le manifatture del design hanno più mezzi privati. Detto questo, è difficile che le manifatture tradizionali attirino ancora le teste più brillanti, che magari guardano altrove a fare proprie nuove manifatture… Ah, se si parlassero e unissero i loro sforzi anziché vivere due mondi paralleli!

Hai sempre pensato di vivere a Milano o hai avuto altre tentazioni? Il Capo?
Sono a Milano per caso, ma mi sono adattata all’inadattabilità di questa città e mi piace. Cape Town è una fuga, che funziona bene per quello scopo, per qualche mese l’anno, per ora. Forse, in futuro, mi piacerebbe Roma. Vorrei vivere in Italia, comunque. Mi sembra possano succedere cose interessanti qui nei prossimi dieci anni e non vorrei perdermi un posto, non dico in prima fila, ma almeno in balconata.

Riesci a frequentare persone al di fuori del mondo del design? Chi sono i tuoi preferiti?
In generale frequento pochissimi e per la maggior parte si tratta di persone che hanno poco a che fare col design (famiglia a parte), e anche quando sono dentro a quel mondo (famiglia compresa), condivido altri argomenti di conversazione, altre esperienze, altre quotidianità. In effetti devo dire che sono molto fortunata a non dover frequentare persone del design con cui non ho altri argomenti di conversazione tolto il lavoro e, parallelamente, parlare alle persone che mi stanno a cuore di quello che faccio o vorrei fare, che mi piace o non mi piace, sentendomi compresa.

Un'immagine della mostra di Ortega all'HangarBicocca
Un’immagine della mostra di Ortega all’HangarBicocca

Che cosa vai a vedere a Milano? Spettacoli, mostre concerti musei, compatibilmente con la scrittura e la cura dei bimbi?
Due bambini piccoli, l’ambizione della scrittura e la presunzione di guadagnarci qualcosa lasciano molto poco tempo per gli extra, perciò cerco di integrare queste priorità con quello che vedo e faccio. Allora, ultimamente mi capita di andare a concerti pomeridiani o spettacoli di teatro per bambini con Elettra, che ha tre anni e mezzo, o di portarli con me alle mostre. E mi accorgo che in media si trovano molto meglio in quegli spazi con noi, che costretti nelle attività alternative che alcuni musei cercano di costruire intorno a loro per dare spazio ai genitori… L’HangarBicocca per esempio ai miei figli piace molto e trovo un po’ un controsenso che lo spazio predisposto lì per i bambini accolga solo maggiori di quattro anni, che invece potrebbero godersi tranquillamente una mostra come quella, che ne so, di Parreno!

Dove ti piace bere e mangiare?
Prima di Natale sono stata a “28 posti” sui Navigli: un’esperienza culinaria un po’ borderline rispetto alla quale nutrivo qualche diffidenza, e che invece è stata una sorpresa bellissima. Per comodità e prossimità con casa e asilo, e finché non avrò un mio studio, la maggior parte delle riunioni le faccio invece al Valà in Cesare da Sesto, angolo Daniele Crespi, e all’antica pasticceria di via Vigevano. Le colazioni al banco della domenica, infine, sono nel quartiere, all’Aquarius di via Foppa/California, comodo, veloce e senza pretese, ma questo non ditelo a quelli di “28 posti”!

E passeggiare?
Di nuovo: abitudini. Via Dezza, via Orti, per progettare. D’inverno corso Genova, e traverse, in su verso il centro; d’estate in giù verso l’inferno delle colonne e dei navigli. E poi durante il Salone, col naso in alto, facendo attenzione a non sbattere la fronte contro le bandierine di “Interni”.

Che giornali compri, italiani e esteri?
Gli italiani nel weekend: “Corriere”, “Stampa”, “Pagina99”. “Il Fatto” e “Repubblica” a richiesta. Poi online, e quindi non li compro, “Guardian” e “Telegraph”, per l’estero, e “Il Post”, “Linkiesta”, “Giornalettisimo”, “Huffington”, “Vice”… per le inchieste, recensioni, reportage di costume, cultura e società. Quanto alle riviste di design forse qualcuna ora come ora si meriterebbe che le venisse annullato l’abbonamento, ma si parlava di quotidiani, no?

Non scrivi mai di politica, ma ti interessa? Ti appassioni più alle vicende internazionali o locali?
Senti, c’è già un sacco di gente che fa la politica senza conoscerla, l’ultima cosa di cui ha bisogno il nostro Paese è gente che ne sa poco come me, per quanto interessata, ma ne scriva. Mi attirano i temi sociali, lo avrai notato, indipendentemente dalla loro nazionalità e dall’ambito specifico di pertinenza. Ma se dovessi chiedere un dono a Minerva, vorrei il sapere economico. Sapere l’economia, capirla e manovrarla. Senza il terrore e il mal di mare nel farlo…